Sono talmente concentrata a disegnare su un dépliant che quando l’autista frena per poco non vado a sbattere la testa contro il sedile davanti. Mi guardo intorno e vedo che tutti i passeggeri si alzano e, con il volto stravolto, si dirigono verso una delle uscite; velocemente afferro il mio zaino e una volta scesa prendo il mio sacco e il mio scatolo dal porta bagagli.
Ed eccola qua: Amsterdam.
Capitale olandese, città dei canali, delle biciclette, della m*******a e della prostituzione legale. Città degli Stroopwafel, di van Gogh, della casa di Anne Frank, dei ponticelli, dei giovani, degli artisti e delle case galleggianti.
Davanti a me si erige la stazione centrale, con i suoi mattoni rossi intersecati con pietra chiara, dietro di me invece un canale.
Il cuore nel mio petto comincia a pompare così tanto sangue come mai aveva fatto finora: sono euforica, sono leggera, sono libera e non ho la più pallida idea di dove andare.
Sono le quindici e quaranta e ho appuntamento con la proprietaria della casa fra venti minuti: ho trovato un monolocale con un affitto molto basso in una zona vicina alla stazione.
Digito la via sul navigatore e mi segna solo dieci minuti di cammino: ho tutto il tempo di perdermi allora.
Mi accendo una sigaretta e mi incammino ma non appena faccio un passo sfioro la morte con un dito per colpa di un ciclista forse un po’ troppo di fretta: non ci metto molto a capire che tutti i ciclisti sembrano un po’ troppo di fretta e che…cosa? Quello è un motorino che va sulla pista ciclabile?
Percorro una serie di viette, tutte quante divise a metà da un canale e le due parti collegate da ponti arcuati.
È tutto così dannatamente fotogenico.
Butto un occhio allo schermo del cellulare e mi accorgo che dovevo girare anziché proseguire dritto, sbuffo sollevando gli occhi al cielo. Ed è così che leggo l’insegna del negozietto davanti a cui mi sono fermata: “Il meglio delle due ruote”. Fuori sono esposte numerose bici e altrettante sono visibili dalla vetrina.
Perché no? Infondo se a Milano mi muovevo in bici, come dovrei muovermi qui?
Avvicino la sigaretta alle labbra, faccio l’ultimo tiro e butto il mozzicone nel posa cenere davanti all’ingresso.
-Buongiorno-
Sobbalzo presa alla sprovvista dalla lingua, non ci avevo pensato che avrei dovuto cominciare di nuovo a parlare olandese, è da un bel po’ che non lo faccio.
-Buongiorno a lei- rispondo accennando un sorriso all’uomo tutto pancia e baffi, che mi scruta cercando di nascondere la sua titubanza nel decidere se buttarmi fuori a calci o meno.
-Ti sei persa? -
-Oh, no, avrei bisogno di una bici-
Beh, devo dire che la lingua me la ricordo abbastanza.
-Axel! - urla e un ragazzo, alto e dai riccioli biondi, sbuca fuori mentre si pulisce le mani dal grasso con un panno -mostra alla ragazza le bici-.
Possiamo dire che è il classico ragazzo nordico, mi guarda con un sopracciglio alzato e lo sguardo che è un misto tra lo schifato e il divertito: penso che sia per la mia valigia-sacco da spazzatura che mi trascino dietro, o per i capelli sporchi disordinatamente raccolti in una coda o forse per la puzza dovuta a quattordici ore di viaggio con a malapena tre pause da quindici minuti.
-Allora, che modello avevi in mente? - mi squadra sistemandosi una matita dietro l’orecchio sinistro.
-Un qualcosa di poco costoso e che urli “non rubatemi che tanto non ci guadagnate nulla”- mi gratto impacciata la fronte.
Annuisce divertito e scompare per poi ricomparire con una city bike da donna, con il manubrio ricurvo, il sellino dei tempi della guerra e che forse è più una ferraglia che una bici.
La adoro già.
-Ti verrebbe a costare quindici euro ma forse è meglio se te la sconto a dieci- dice divertito appoggiandosi nuovamente al bancone.
Mi sta dando della poveraccia?
Sì, penso proprio di sì.
-Posso pagarli quindici euro- azzardo con la fonte aggrottata.
Per l’amor di dio, non sono così disperata.
-Sarà, ma prendila più come un benvenuto ad Amsterdam-.
E, mentre rimugino su come diamine faccia ad essere così sicuro che io non sia magari un’olandese che ha perso la sua vecchia bici, pago anche una catena con cui legarla.
-Beh, grazie mille-.
-È stato un piacere- alza il mento -se inizia a perdere pezzi, cosa possibile, portala qua e ci pensiamo noi-.
Oh, fantastico.
Altra occhiata all’ora: mancano cinque minuti ma dovrei essere praticamente arrivata. Sistemo lo scatolo sul porta pacchi e inizio a camminare spingendo la bici.
Eccomi arrivata in Phoenixstraat: è piccola e divisa da un pacifico canale macchiato da alghe monocellulari verdi che sembrano chiazze di prato. Due ponticelli in pietra collegano le due sponde caratterizzate entrambe da schiere di palazzi piuttosto bassi e con il tetto spiovente, tutti di un colore rossiccio, tipico dei mattoni. Il canale non presenta protezioni per evitare che qualcuno ci finisca dentro ma è costeggiato da alberi ormai quasi spogli, da qualche macchina parcheggiata e da alcuni lampioni che sembrano piuttosto vecchiotti. Non posso far a meno di notare una stranissima auto d’epoca tonda e rosa confetto.
Rido dentro di me ripensando allo squallore della zona in cui abitavo prima: questo è uno squarcio di paradiso che sì, da un po’ l’aria di cadere a pezzi, ma è così poetico ed artistico.
-Lei deve essere la signorina Sturm- una donna alta e dai capelli biondi raccolti mi viene incontro sfoggiando un enorme sorriso -Io sono Caroline ci siamo sentite via e-mail per l’affitto dell’appartamento-.
-Oh, si certo, sono Maya, piacere-.
-Piacere mio, non mi aspettavo che parlassi così bene la nostra lingua-.
-È merito di mia madre- sorrido nascondendo l’imbarazzo che sta dilagando in me.
-Allora: sul citofono c’è già la targhetta con il tuo cognome e anche sulla porta e sulla cassetta postale. Appena entri sulla destra ci sono dei ganci al muro dove appendere le bici, ogni appartamento ne ha diritto a due e sono contrassegnati anch’essi con il cognome. L’appartamento è al secondo piano; dall’Italia sono arrivati un materasso e un cavalletto da pittura: non aspettavi nient’altro? -
-No, no ho inviato solo quelle due cose. -
Sorride incuriosita.
-Bene, allora mi rimane solo da dirti che l’affitto si paga ogni secondo venerdì del mese, per questo mese però hai già pagato-.
Sorrido prendendo in mano il mazzetto di chiavi che mi porge.
-Spero che ti troverai bene in questa città- porta le mani dietro la schiena stringendosele.
-Oh, signora, ho grandi aspettative- sorrido sognante e ci salutiamo.