Ragazzi olandesi

3931 Parole
Appena entro nel palazzo noto subito le scale e i ganci a mia disposizione dove appendo la mia “nuova” bicicletta. Guardo i gradini in pietra rovinati e faccio un sospiro di sollievo. Salgo le scale trascinandomi dietro il sacco fino al terzo piano: la prima porta non è la mia ma quella subito accanto presenta il campanello con attaccato un rettangolino di carta, appiccicato con lo scotch, con su scritto il mio nome. Poso per terra lo scatolo e il sacco ed inizio a cercare la chiave giusta. -Oh mio Dio! - Sobbalzo a quell’urlo improvviso e le chiavi scivolano dalle mie mani, andandosi a schiantare al suolo provocando il tipico rimbombo dei pianerottoli Non faccio in tempo a voltarmi e a vedere chi diamine abbia urlato, che qualcuno si getta su di me e mi stringe forte. No, questo non mi piace, questi contatti così all’improvviso non fanno per me. Deglutisco cercando di mascherare il terrore che mi si sta formando nella mente. -Sei tu la mia nuova vicina! - mi lascia andare. È una ragazza di circa la mia età ma più alta di ne, capelli rossi a caschetto, un viso magro caratterizzato da un nasino alla francese e costellato da lentiggini. -Scusa se ti sono saltata addosso- ride facendomi sorridere e aggrottare la fronte, non ci sto capendo molto -quando ho scoperto che finalmente qualcuno prendeva in affitto questo appartamento temevo fosse un vecchio da poco divorziato o una donna con cinque figli. Invece no, sei tu e sei giovane! Mi chiamo Inge, comunque- -Maya, piacere- sorrido leggermente. -Loro sono Nasch- indica un ragazzo dietro di lei dai capelli scuri, lunghi fino alle spalle e dai tratti, direi, messicani - ed Elias che abita invece al piano di sotto - presenta l’altro: alto, capelli quasi neri e le guance arrossate per il freddo. Il labbro inferiore è decorato dallo snake bites, un tipo di piercing che consiste in due anellini posti ciascuno ad un lato del labbro, e presenta anche il classico piercing al sopracciglio sinistro. Le orecchie, invece, sono bucate da due dilatatori neri, forati e di piccole dimensioni. Due ragazzi normali, che non mi suscitano alcuna emozione. -Vuoi una mano a portare su le scatole o i bagagli- si offre quello che dovrebbe essere Nash. Sorrido. -No, no, tranquillo, ho solo queste cose - -Uno zaino, un sacco della spazzatura e una scatola contenente… - la ragazza si sporge leggermente per vedere il contenuto -pennelli e cianfrusaglie? - -Mi piace viaggiare leggera – invento, giusto per dileguare la conversazione sull’argomento. -Cavolo, dovevi lasciare proprio di fretta il tuo paese - Il ragazzo dai capelli neri ha una voce molto profonda, sinceramente non me l’aspettavo così visti i suoi tratti del viso dolci e poco marcati: è una di quelle voci che ti attraggono quando ne senti il suono ma che inizi ad odiare quando ascolti il significato delle parole che pronuncia. Domande. Non mi piacciono le domande, non mi piace la gente che non conosco e che mi fa qualsiasi dannata domanda: ma sono giovane e devo mostrarmi carina e gentile, se no le domande diventeranno chiacchiericcio infantile alle mie spalle e parleranno della strana italiana di colore che si è trasferita improvvisamente e vorranno sapere cosa nascondo dietro la porta di casa, ma non oseranno chiedere poiché verrò considerata come quei vecchi riottosi che se ne stanno con il fucile in mano seduti sulla loro veranda. Devo semplicemente essere dolce e gentile, niente stranezze e niente domande. -Chi ti dice che non sono olandese? - O almeno ci posso anche solo provare. Alzo un sopracciglio e lui infila le mani nelle tasche del giubbotto nero. -Per il motivo per cui non sembri olandese e, nonostante parli bene la lingua, l’accento è straniero - -Sono italiana, infatti- incrocio le braccia al petto. -Non sembri neanche italiana- I miei occhi diventano due fessure. -Come scusa? Cosa sembro allora? – il mio tono si fa minaccioso e cerco di controllare la lingua il più possibile per non incespicare con le parole. -Elias! Scusalo Maia, questo ragazzo ha ogni problema mentale ma almeno razzista non lo è - Inge ritorna a prendere parola. Volgo un’ultima occhiata ad Elias e poi torno a concentrarmi sulla rossa che ho difronte. -Sei arrivata da poco? - -Sì- sorrido e mi chino a raccogliere le chiavi che mi erano cadute -sono scesa un’oretta fa dal pullman > ride > Ho voglia di stare con altre persone? No, ma dovrei. -Alle cinque ho un colloquio di lavoro ma magari quando torno, mi farebbe piacere- sorrido dolcemente e alla ragazza si illuminano gli occhi. -Dai, ci divertiremo! Dove lavorerai? - -Avevo fatto domanda in alcuni musei ma a quanto pare si deve aspettare per trovare un posto di lavoro decente, quindi, per ora, lavorerò al Magazzino del Colore - Il ragazzo messicano scoppia a ridere -Ti sei fatta quattordici ore di viaggio per lavorare da quello là? - -Com’è quello là? - azzardo mentre nella mia testa mi chiedo come faccia a conoscere il titolare di uno dei probabili cento negozi di materiale artistico che ci saranno in città. -Beh- si gratta la nuca -diciamo che è un uomo particolare- Appaio tranquilla ed indifferente ma dentro di me sta iniziando a salire l’ansia di non potercela fare neppure in questo paese. Finalmente ci salutiamo ed io posso vedere la mia nuova casa, il mio nuovo rifugio: appena entro mi ritrovo in uno spazio piuttosto piccolo che presenta dei mobili da cucina, un tavolo con due sedie e un divano un po’ vecchiotto. Vicino alla porta d’ingresso c’è un piccolo camino in pietra, posto proprio davanti al divano, e sopra di esso, al muro, è appeso un vecchio televisore impolverato di forse venti pollici. Poggio le mie cose a terra e mi tolgo il giaccone marrone. Finisco in quella che dovrebbe essere la camera da letto: è minuscola e del tutto spoglia, se non fosse per il materasso matrimoniale e il cavalletto, che ho inviato dall’Italia. Contro una parete c’è anche una cassettiera piuttosto vecchia in legno e uno specchio appoggiato al pavimento, in cui riesco a riflettere interamente la mia figura. È un monolocale piccolo, freddo e un po’ polveroso, eppure io per la prima volta dopo anni mi sento a casa. Casa mia, sul contratto c’è il mio nome, sul campanello c’è il mio nome. Dopo essermi fatta una doccia veloce indosso un paio di jeans neri ed un maglione di lana rosso: mi siedo, con i capelli finalmente puliti, su una sedia e mi accendo una sigaretta. Mi rendo conto che non ho un piumone e nemmeno un cuscino, che devo fare la spesa e che devo chiedere a Inge come si accende il riscaldamento. Ora però non ho tempo, anzi, devo sbrigarmi se non voglio fare tardi: mi trucco con un po’ di matita nera sotto l’occhio e con del mascara, indosso i soliti anelli e ai primi buchi delle orecchie infilo due cerchi argentati di medie dimensioni. Giro intorno a mio collo una sciarpa color verdone ed indosso il giaccone che avevo abbandonato sul tavolo, dal sacco invece afferro una tracolla marrone che contiene tutto ciò di necessario. Scendo le scale trottando, con la sigaretta mezza consumata fra le labbra e appena sono fuori salgo in bici alla garibaldina e inizio a pedalare. Sì, pedalo ma dove sto andando? Fortunatamente mi ricordo che il negozio si trova nella zona di piazza Dam, una delle piazze più importanti di questa città. Il cielo è ormai buio pesto, nonostante siano passate da poco le cinque, ma i lampioni illuminano le piste ciclabili, andando anche a riflettersi nelle acque dei canali: si respira un’aria autunnale, fredda, molto più fredda rispetto a quella lombarda e che presenta quasi un retrogusto di neve. Lungo il percorso incontro molti negozi illuminati e ristoranti già brulicanti di gente seduta ai tavoli, che danno sul canale, che beve qualcosa o che addirittura mangia. Attraverso velocemente la piazza e finisco in una viuzza secondaria, piuttosto piccola ma ben illuminata. Ed eccolo qua il luogo del mio futuro lavoro: è un negozio che presenta molte vetrate e già dall’esterno sembra più grande di quanto mi aspettassi. Lego la bici ad uno dei parcheggi appositi ed entro. Appena le porte scorrevoli si aprono vengo travolta dall’aria secca del riscaldamento che subito fa gemere di sollievo il mio volto. -Buona sera- una ragazza dai capelli biondi e ricci, poco più grande di me, mi si avvicina esibendo un esagerato sorriso -Ha bisogno d’aiuto? - Non ho nemmeno fatto in tempo ad entrare che mi sembra di essere in uno di quei negozi di trucchi dove il personale ti asfissia fino allo svenimento. -Ho un appuntamento con il signor Stelling- -Oh, te sei la nuova dipendente. Vieni seguimi- La ragazza mi conduce fino ad una porta di legno chiaro con su scritto “DIREZIONE” e bussa. -Entra pure e in bocca al lupo! -mi fa l’occhiolino e scompare tra gli scaffali. Poggio una mano sulla maniglia e chiudo per una frazione di secondi gli occhi, giusto il tempo di rimettere in ordine le mie emozioni. -Oh, buonasera, te devi essere Maya - Dalla scrivania si alza un uomo sulla cinquantina, dalla corporatura tipica dei nordici e vestito con una camicia ed una cravatta nera: mi squadra dai capelli ai piedi. Deglutisco e cerco di sfoggiare un sorriso che sia il più cordiale possibile. -Piacere di conoscerla, Maya Sturm- porgo la mano ma lui mi afferra le spalle e mi bacia entrambe le guance. Mi irrigidisco. Solitamente dicono che sia l’Italia il paese in cui ci si bacia e ci si abbraccia anche quando non ci si conosce, ma non mi era mai capitato nella sfera professionale. -Non stare così rigida, rilassati pure - sorride indicandomi una delle due sedie davanti alla scrivania -vuoi una tazza di tè? - -No, grazie sono a posto così - sorrido tirata mentre mi siedo. -Allora dal tuo curriculum ho visto che ai fatto già molti lavori nonostante tu sia molto giovane, intuisco che tu non abbia bisogno di spiegazioni su come interagire con i clienti - Sorrido arrossendo leggermente, non ho la più pallida idea di cosa dire. -Hai studiato arte sia al liceo che all’università quindi con i materiali ti saprai orientare- distoglie lo sguardo dal computer e si appoggia allo schienale unendo i pollici delle mani proprio all’altezza del ventre -Inizierai a lavorare da lunedì: il tuo turno va dalle otto e mezza alle diciassette, dal lunedì al venerdì come da contratto, ovviamente se nei festivi decidiamo di tenere aperto ti avvisiamo in largo anticipo. Quando arrivi la mattina dovrai andare nello spogliatoio dove troverai il tuo armadietto con all’interno una divisa pulita- Si alza dalla sedia e lo imito. -Beh, direi che sarà un piacere rivederti lunedì- apre la porta e mi fa l’occhiolino. Mentre torno al gelo esterno non riesco a smettere di chiedermi del colloquio appena fatto: non mi ha detto cosa dovrò fare, non mi ha mostrato i luogo e le dinamiche lavorative, mi ha offerto un tè e mi ha detto qualche orario… Pedalo verso il supermercato vicino a dove abito, tenendo una mano fissa sul manubrio e l’altra morbida lungo il corpo che stringe fra l’indice e il medio una sigaretta appena accesa. Devo ammettere che i supermercati di questo paese sono molto più belli, forniti e un poco più cari: ci sono enormi reparti di cibi mai visti, prodotti biologici e… diamine esistono anche i Tampax bio?! Riempio il cestello con qualche pacco di pasta, lattine di sugo e pesto, insalata, qualche mela e qualche surgelato, birre e vino: finisco perfino in un reparto di soli tè e non può che essere il mio paradiso. Il breve tratto di distanza dal mio palazzo lo percorro a piedi, godendomi ogni respiro di quest’aria fredda, che sa di neve e legna del camino. Non vedo l’ora di vivere questa città d’inverno. Ovviamente, appena raggiungo il terzo piano, Inge, come una portinaia che tutto ascolta, spalanca la porta di casa sua facendomi saltare per lo spavento. -Oh, sei tornata! -dalla sua porta provengono risate e un buon profumo di erba -dammi qualche busta, ti aiuto- -Sicura? Ce la faccio- -Assolutamente, io e te dobbiamo conoscerci e poi sono troppo curiosa di vedere com’è il tuo appartamento- Rido e le passo una busta. -Beh, ok mi immaginavo qualcosa di diverso ma è come vedere casa mia ma senza mobili e senza porte - Mentre mi aiuta a sistemare mi parla del suo lavoro: a quanto pare è un’attrice e una sceneggiatrice teatrale e a sentirla parlare sembra che la compagnia in cui lavora sia piuttosto importante in questo paese. Parliamo molto entrambe della nostra vena artistica dilagando poi su argomenti più stupidi e divertenti. -Comunque te non hai neanche una pentola e una forchetta, stasera ceni da me e domani ti accompagno a fare shopping casalingo- si siede sul piano cottura battendo le mani eccitata. Mi porto una sigaretta alla bocca e corrugo la fronte: -Come fanno a non esserci neppure delle forchette? -rido. -Se per la tua proprietaria “arredato” significa che non c’è neanche un letto… beh direi che non ce da stupirsi- e con questo scoppiamo entrambe a ridere e facciamo cin cin con due bottiglie di birra appena stappate -comunque gli altri ti piaceranno, sono tutti molto tranquilli e artistici, proprio come te- Mi piace essere considerata tranquilla e artistica, un po’ meno l’idea di dovermi ritrovare in uno spazio piccolo con non so quanta gente che non conosco… -Non so per quale motivo tu abbia lasciato la patria delle grandi e belle mangiate ma almeno abbiamo la fortuna che stasera ci cucinerai un bel piatto di pasta all’italiana - -Penso che possa essere un buon compromesso- piego di lato la testa e ridacchio. -Ragazzi! Questa è Maya, la mia nuova vicina- spalanca la porta dell’appartamento ed entra urlando. Ok, la situazione è già imbarazzante. -Nash te lo ricordi e purtroppo anche quel coglione la infondo te lo ricordi- dice riferendosi al ragazzo dai capelli corvini seduto scompostamente sul divano, con il volto serio e gli occhi fissi sul mio volto. È come stare in mezzo ad una nebbia profumata di erba e sigaretta, non si vede quasi nulla ma almeno l’odore è buono. -Lui è Jasper - indica un ragazzo semi rasato che si alza subito per stringermi la mano -Mentre lui è…- -Tu? -la interrompe un ragazzo riccio biondo che sbuca fuori da non so dove. Indovinate… sì, è il ragazzo riccio biondo che mi guardava con quell’aria altezzosa al negozio di biciclette. -Vi conoscete? - la rossa si gira e mi guarda inarcando le sopracciglia. -Il suo capo pensava che fossi una barbona - incrocio le braccia e sorrido increspando le labbra per trattenere una risata. -Beh, diciamo che non eri bella pulita come ora e ti trascinavi dietro un sacco dell’immondizia…- si avvicina. -Voglio vedere quanto tu possa essere pulito e profumato dopo aver tenuto un discorso di laurea, subito dopo otto ore di lavoro, poi un’ora e mezza di pullman per raggiungere la stazione e altre quattordici ore di pullman per arrivare in questa città - inclino la testa sorridendo e accetto la canna che Nash mi passa. -Ma da dove vieni? Dalla Mongolia? - esclama facendo scoppiare a ridere tutti mentre Inge si porta una mano al volto e scuote la testa imbarazzata. -Dall’Italia - rido passando la canna a Jasper. -Sì esatto è italiana, infatti ci delizierà con un bel piatto di pasta, e tu hai già fatto una figura di merda con la mia vicina di casa - mi prende a braccetto -Ah, comunque questo deficiente è Axel, il mio ragazzo- -Aspetta ma tu hai detto che ti sei laureata ieri? - Nash si alza dalla sedia ed io annuisco grattandomi nervosamente un braccio da sopra il maglione. -Cazzo, dobbiamo festeggiare! Dove sono le birre? - esulta il semi-rasato girando a destra e a sinistra la testa. -Io ne ho qualcuna nella credenza- Inge indica il luogo con un dito mentre Axel le prende il volto con una mano e le lo stritola prima di posarle un bacio sulla guancia e beccarsi un urlo di rimprovero. -Ma sono solo cinque! - -Vai nel mio appartamento e trovi dei cestelli- dico accendendomi una sigaretta e avviandomi verso il piano cottura per cercare due pentole. -Chiavi? - -L’ho lasciata aperta - Jasper alza il pollice in segno di aver capito e scompare. Inge mi aiuta a cercare una pentola per l’acqua e una padella per il sugo e poi si mette a tagliare mezza cipolla a dadini mentre io ungo con l’olio la padella. -In cosa ti sei laureata? - Elias si avvicina e mi porge una birra appena stappata. Diamine, ok, diciamo che quando ho detto che “non è un gran che” non lo avevo guardato bene. I suoi occhi cavolo, i suoi occhi sono fantastici: l’occhio sinistro è color ambra mentre quello destro è grigio. Non avevo visto degli occhi così. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima vuol dire che questo qui ha una doppia anima? Non ho mai visto due occhi di colori così differenti: ambra e grigio, caldo e freddo, luce e ombra. -Restauro dei beni culturali - afferro la bottiglia e distolgo lo sguardo dal suo. -Quanti anni hai? - domanda la ragazza al mio fianco mentre mi passa il tagliere con la cipolla e l’aglio tagliato, che vado a rovesciare nella padella per fare il soffritto. -Ventitré, sono riuscita a finire con un po’ di anticipo - arrossisco imbarazzata mentre aggiungo il sale all’acqua nella pentola. -Questo vuol dire che ho difronte o una secchiona o una che voleva cambiare città molto velocemente? - Lo guardo nuovamente negli occhi ed inizio ad immaginarmi un dipinto che potrei fare utilizzando il color ambra e il grigio: immagino le mie mani sporcare grossolanamente una tela rettangolare e di medie dimensioni e… no, devo tornare alla realtà. -Te cosa diresti? - il mio sguardo è serio e a salvarmi è Jasper che entra urlando quanto il mio appartamento sia triste, spoglio e freddo. Gli rispondo con un’innocente dito medio accompagnato da un sorriso con tanto di fossette. Il timer del mio telefono suona. -Ora per capire se la pasta è pronta si prende lo spaghetto e lo si lancia contro il muro e se…- -Sei un eretico- colpisco con la forchetta di legno la mano di Axel, intenta ad eseguire la sua teoria, e spengo il fuoco mettendo il coperchio anche sulla pentola con ancora la pasta a mollo -Metà cottura con il fornello acceso e l’altra metà a fuoco spento: così ti viene cotta giusta e non sprechi gas-. -Stai dicendo che non si lancia la pasta contro il muro per vedere se rimane attaccata o meno? - Alzo un sopracciglio e scuoto la testa inorridita da quelle parole. -Sento di aver vissuto venticinque anni nella menzogna- -Oh, povero bambino, vedrai che ti riprenderai - la fidanzata gli da due pacche sulla spalla e io scoppio a ridere. A Milano non avevo amici, solo conoscenti ma di certo non amici; non sto dicendo che questi ragazzi ora siano i miei nuovi amiconi con cui mi divertirò un sacco e farò quelle cose che fanno solo nei film, sono però dei nuovi conoscenti con cui non riesco a capire se sono un pesce fuor d’acqua o se posso essere davvero come loro. In tutta la mia adolescenza, e dopo, non mi sono mai seduta con quei ragazzi milanesi intorno ad una tavolata improvvisata, a ridere e parlare con davanti un piatto di pasta calda e una birra fredda: ci si limitava a fumare qualcosa al parchetto del quartiere, con le mani infreddolite nelle tasche della giacca, a parlare di cose a cui non ho mai prestato un particolare interesse. Rispetto a questi ragazzi olandesi mi sento vuota, priva di contenuti da condividere: che tipo di tela nera hanno questi ragazzi? Quanto è nera la loro tela? Quanto è vuoto il loro corpo? La mia mente vola mentre le mie labbra sono fisse in un sorriso, mentre i miei occhi saltano sulle labbra dei presenti cercando di catturarne il labiale, per riuscire in qualche modo a capire il perché siano adesso tutti scoppiati a ridere. Diamine, la mia mente, la mia testa sono così rumorose che non sento i suoni esterni, non sento le voci, se non questi cavolo di pensieri tanto chiassosi da non riuscire neppure a seguirli. Improvvisamente i suoni esterni riprendono il dominio e ritorno alla realtà, ritorno alla Maya che è seduta ad un tavolo con un piatto di pasta ancora pieno davanti a sé. -Avrei fatto un buonissimo affare se quella testa di cazzo del negoziante me l’avesse voluta vendere ma purtroppo burro d’arachidi - Jasper manda giù l’ultimo sorso di birra e posa la bottiglia sul tavolo. “Purtroppo burro d’arachidi”? Non riesco a trovare un senso a quel finale di frase, letteralmente significa burro d’arachidi ma non è possibile perché non lega con il resto della frase, anche se in effetti mi sono riconnessa solo all’ultima parte del discorso. -Che significa? - rompo il silenzio chiedendo quasi più a me stessa e non sono nemmeno sicura di aver comandato alla mia bocca di porre questa domanda. -Che cosa? - -Stavi parlando di una macchina fotografica e di un negoziante e poi hai finito la frase con il burro d’arachidi- inarco le sopracciglia pensierosa Jasper scoppia a ridere e scuote la testa, quasi come se si stesse ricordando che la lingua che parlano da quando sono piccoli per me è ancora quasi sconosciuta. -” Purtroppo, burro d’arachidi” è come dire “che peccato!” - Faccio uscire una A prolungata e finalmente il puzzle del discorso mi torna. -Ora ha più senso in effetti- mi metto una forchettata in bocca annuendo e facendo scoppiare tutti a ridere. Finisco il piatto a fatica e finalmente poggio la forchetta sulla porcellana sporca di sugo. -Siete tutti così lenti a mangiare da te? - Nash si alza e inizia a sparecchiare la tavola, seguito a ruota da Axel. -Penso che sia solo una mia abitudine - rispondo distrattamente cercando con gli occhi il mio pacchetto di sigarette che ovviamente non si trova qui ma sul tavolo del mio appartamento. Alzo nuovamente lo sguardo, pensando quanto ormai la mia memoria sia fusa, e sobbalzo nel trovarmi una mano proprio a qualche centimetro dal mio volto, che sorregge fra le dita una sigaretta un po’ stropicciata. Guardo il ragazzo davanti a me che mi invita con il capo a prenderla ed io così faccio, titubante nel capire come avesse capito che quel che cercavo come una cretina sul tavolo era proprio qualcosa da fumare. Me la porto alle labbra, sentendo i suoi occhi, il suo grigio e la sua ambra, puntati su di me a seguire ogni movimento compiuto in quei decimi di secondi. Alzo lo sguardo e lo guardo per qualche istante anche io, ingobbito nella sua felpa nera con il cappuccio, intento a pescare un’altra sigaretta da un pacchetto tutto spiegazzato: entrambi i piercing agli angoli del suo labbro inferiore si illuminano per un istante, quando lui fa scattare la pietruzza dell’accendino. Proprio mentre si leva la sigaretta dalle labbra e soffia una nuvola di fumo grigio, i nostri occhi si incontrano ed io stupidamente gli sorrido leggermente, ringraziandolo silenziosamente per la sigaretta, per poi voltare la testa ed incomincio ad ascoltare la rossa al mio fianco.
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