Andere Dimensie

3883 Parole
-Ti piace la poesia? - La domanda di Inge mi coglie di sorpresa: come riesce a passare da un discorso ricco di dettagli su una sua disavventura al ristorante vicino al teatro in cui lavora ad una domanda semplice. Ero così concentrata a seguire il suo racconto, o meglio, così concentrata a cercare di seguire il suo racconto che non so cosa rispondere a queste quattro parole. Mi piace la poesia? -Ho letto alcuni autori- rispondo, nascondendo le mani gelate nel maglione di lana. -Del tipo? - Axel si siede nuovamente al tavolo e stappa un’altra birra. -Non so… Ungaretti, Owen, Mallarmé e Saffo, ma non ho mai approfondito il genere - -Sei una lettrice oltre che una pittrice allora - Inge mi tira una gomitata sul braccio ridendo e mi fa l’occhiolino, anche se sinceramente mi sfugge il motivo. -Jasper possiede un locale sul Prinsengracht, di giorno è anche coffe shop: vende erba, caffè, tè, birra, cocktail… espone le sue foto, disegni di artisti e ha anche una libreria in cui la gente può prendere in prestito un libro o lasciarne uno- -Cavolo, sembra un luogo magnifico- mi giro verso il ragazzo semi rasato e gli sorrido entusiasta. -Puoi dirlo forte- riprende parola Camille -Quando cala il buio quel canale diventa il paradiso da com’è illuminato bene… comunque, la sera invece diventa come un normale locale e in alcuni giorni della settimana ci sono letture di poesie, presentazioni di libri o di mostre- -Diamine, Jasper devi avere moltissimo successo- -Devo dire che abbiamo sempre un buon incasso- cerca di nascondere la sua fierezza ma solamente guardando come gli si sono illuminati gli occhi durante la descrizione della ragazza si può capire che quel posto per lui è tutto. -Tutta questa descrizione per dirti che il venerdì sera solitamente ci raduniamo là per ascoltare la lettura delle poesie e Axel è anche solito a leggerle- -Sei uno scrittore? - non riesco a nascondere il mio sguardo stupito mentre mi giro verso il ragazzo che mi ha venduto la bici. -Diciamo che mi diverto a scrivere, ma non è niente di che - -Oh, non fare il modesto - Nash gli tira un tappo di birra in testa. -Inge, ti sei trovata un meccanico delle bici e un poeta - le faccio l’occhiolino. -Non sai quanto è sexy quando le recita tutto sporco di olio - Scoppiamo a ridere. -Ti va di venire? Se sei troppo stanca per il viaggio non ti preoccupare ci sono…- -Mi farebbe molto piacere - la rassicuro subito e i suoi occhi si illuminano di allegria. In verità non ho per niente voglia di uscire, andare in un locale pieno di gente, parlare… da quando sono arrivata qua non ho mai avuto un minuto in cui sono stata da sola, eccetto sotto la doccia, avrei bisogno di silenzio, di dar sfogo ai pensieri che stanno sgomitando nella mia testa, implorando la mia attenzione. Ma non voglio deludere questa ragazza dai capelli rossi che ha fatto di tutto per mettermi a mio agio, non voglio apparire strana e introversa come in verità sarebbe la mia natura, voglio che queste persone mi vedano come una normale ragazza entusiasta di passare la sua prima serata nella città in cui si è appena trasferita. -Ci divertiremo tantissimo! - mi butta le braccia al collo e mi irrigidisco per qualche decimo di secondo, presa alla sprovvista da quel gesto così affettuoso ma che allo stesso tempo innesca in me tutti i sensori di difesa. Ci alziamo da tavola e tutti iniziano a vestirsi. -Vado a prendere la giacca. Inge, sai come si accendono i caloriferi? - -Non ne ho la più pallida idea - -Vengo io - lo guardo afferrare il pacchetto di sigarette e infilarselo nella tasca del giaccone. Acconsento con un cenno del capo e diciamo agli altri che ci saremmo incontrati all’atrio delle bici. Mi sento a disagio di fianco a questo ragazzo: non è come tutti gli altri, parla poco, così poco da lasciare entrambi avvolti nel silenzio e questo contribuisce a rendere questa situazione ancora più pesante. Inoltre mi sembra di aver dimenticato del tutto la lingua… ho un vuoto. -Si gela- sussurra Elias cupo appena entriamo in casa mia: accendo la luce e devo dire che anche il tasto dell’interruttore è gelato. Indosso il solito giaccone e avvolgo la sciarpa, color verdone, intorno al mio collo mentre Elias armeggia con la manopola del termosifone per farlo sfiatare. -Jasper aveva ragione - -Su cosa? - chiedo distratta mentre infilo le sigarette nella tracolla e la indosso. Non ricevo una risposta e appena me ne accorgo alzo lo sguardo e lo vedo in piedi mentre mi fissa con le mani nelle tasche dei jeans. -Perché sei qua? - Lo guardo corrugando la fronte. Perché risponde alla mia domanda con un’altra del tutto fuori argomento? -Molli tutto quello che avevi per venire a vivere in una casa vuota e a lavorare in un posto di merda? - -La casa va benissimo così e il posto in cui lavorerò non è male - -Non mi convinci - -Infatti, non devo - -Perché sei qui? - Sospiro e alzo gli occhi al cielo, sentendo i nervi chiedere il permesso per poter esplodere -Non farmi domande- -In effetti non mi importa- -Allora siamo a posto- afferro brusca le chiavi dal tavolo -andiamo, gli altri ci stanno aspettando- Inizia a scendere le scale mentre io, con la scusa di chiudere, mi prendo qualche secondo per ricacciare indietro le lacrime che minacciano di uscire, giro la chiave tre volte e tre volte prendo un bel respiro, imponendomi di non lasciarmi sopraffare. Appena arrivo all’atrio noto che ha già tirato giù anche la mia bici e che gli altri sono fuori ad aspettarci. -Grazie- Non lo guardo ma sorrido lievemente mentre posiziono la bicicletta in modo tale da poterla far passare dal portone. La sua mano si posa sulla mia, facendola aderire ancora di più al metallo del manubrio e sussulto per quel tocco così caldo che quasi fa bruciare la mia pelle secca ormai già congelata. -Loro ti faranno domande, prima o poi, e ti consiglio di inventarti qualcosa di convincente- spinge la sua bici fuori dal palazzo lasciandomi per qualche istante perplessa. -Ci siamo tutti? - chiede Nash -Ti pedalerò dietro così mi assicuro che non perda pezzi- mi sbeffeggia Axel riferendosi alla mia due ruote. -Ridi, ridi, questa è un bolide- -Non dirmi che ti ho venduto a dieci euro una bici che poteva fare la Ronde van Nederland- Gli rispondo mostrandogli il dito medio mentre con l’altra mano mi accendo una sigaretta. -Andiamo, Andiamo su- Jasper inizia a pedalare. Poggio un piede sul pedale mentre con l’altro spingo sull’asfalto e la bici inizia a muoversi, slancio dunque la gamba all’indietro, come se stessi montando su un cavallo, e mi siedo sul sellino iniziando a pedalare insieme agli altri. -Non ho mai visto nessuno salire così in bicicletta- ridacchia Inge affiancandomi. -In Italia la chiamiamo “salita alla garibaldina”, la si usa quando la bici è troppo alta per poterci salire normalmente- -Garibaldi saliva così in bici- -Sai che sinceramente non lo so- increspo le labbra -potrebbe essere, però- Usciamo dalla nostra via e ci immettiamo in una pista ciclabile che costeggia la strada: mi accorgo ben presto che questa città è tutta un sali e scendi da ponti arcuati delimitati da parapetti in pietra o ringhiere di ferro battuto decorate da vasi di fiori e lampioni che si riflettono sull’acqua dei canali. Penso che la gente vada così veloce proprio per non dover faticare sulle salite. L’aria è fredda e si staglia sul mio volto facendolo arrossare. -Come hai conosciuto Axel? - -Due anni fa Elias si è trasferito nell’appartamento di sotto e lui e gli altri facevano tanto di quel casino che gli altri inquilini hanno minacciato più volte di chiamare la polizia. Una sera sono scesa per pregarli di abbassare la musica e mi ha aperto un bel ragazzo alto con i ricci biondi- i suoi occhi luccicano nel ripensare a quel giorno -Ho cercato di fare l’autoritaria e gli ho ordinato di spegnere la musica- -E lui? - mi stupisco di me stessa, davvero mi interessa impicciarmi degli affari privati degli altri? Da quando? -E lui mi ha detto: “La abbassiamo se tu accetti di prenderti un caffè con me”, sai, con quel tono da sbruffone alla Axel- Rido di gusto immaginandomi la scena. -Immagino che tu abbia accettato la proposta- -Oh, ho dovuto: la mattina dopo avevo le ultime prove dello spettacolo che si sarebbe tenuto quella sera, non potevo rischiare di passare la notte in bianco e fottermi la carriera- Ma…- -Ma anche per il fatto che dal momento in cui mi ha aperto la porta ho dovuto tenere a freno le mie ghiandole salivari- Scoppiamo a ridere e aumentiamo la pedalata per cercare di avvicinarci un po’ di più agli altri. -Sai Maya, ti conosco solo da qualche ora ma penso che diventeremo grandi amiche- Questa sua affermazione mi sorprende, nessuno mi aveva considerata mai un grande amica ma soprattutto nessuno aveva mai dato così importanza alla mia presenza. Vuol dire che mi posso fidare di questa ragazza? Che posso non inventare scuse sul perché mi sia trasferita tanto velocemente? Posso confidarmi con lei? No è la risposta a tutte queste domande, però posso esserle amica e far si che si possa fidare di me. Raggiungiamo gli altri che stanno già appoggiando le bici una sull’altra contro un lampione che da sul canale: mi sollevo portando il peso sul pedale sinistro, lascio andare le ruote ancora per qualche metro per poi balzare giù proprio dove ci sono gli altri. -Adoro come sali e scendi da quella bici, Maya- -Grazie Nash- rido e appoggio la bici a quel cumulo per poi legare ruota e telaio alla canna della bicicletta su cui lo appoggiata: Inge fa lo stesso sulla mia. -Come mai questo metodo per legarle? - mi accendo una sigaretta e mi sfrego le mani cercando di far tornare loro la circolazione. -Nonostante Amsterdam sia la città delle bici, tendono a rubarle molto- mi spiega Elias affiancandomi -Mettiamo le più belle solitamente più verso il palo e quelle “scrause” appoggiate sopra, così i ladri capiscono che è meglio cambiare obbiettivo- -Geniale- dico fra me e me. Siamo in un’ampia via tagliata in due da un canale più grosso rispetto a quello che c’è dove abito: costeggiano palazzi vecchi e stretti e innumerevoli bar con tavolini anche all’esterno. Mi giro e penso che questo davanti a noi sia il locale di Jasper: “Andere Dimensie” è scritto in corsivo, in una di quelle classiche insegne al neon. “Altra dimensione”, un nome curioso ed affascinante per un locale. Ci facciamo largo tra i giovani che sono accalcati fuori a fumare e chiacchierare e scendiamo tre piccoli gradini di pietra poiché l’ingresso si trova leggermente sotto il livello della strada. Jasper apre una porta di legno grezzo in cui sono incastrati quattro rettangoli di vetro e mi fa segno di entrare per prima. Mi aspettavo il delirio ma invece davanti a me c’è un luogo tranquillo, con divanetti vintage in pelle, poltrone, tavoli quadrati colorati o tavolate di legno grezzo con attorno sedie tutte diverse tra loro. Due librerie, addossate ad una parete a rientranza, colme di libri e di fianco è posizionato un bancone da bar in legno rustico, fatto di assi ben visibili e bulloni sporgenti: sembra che sia stato fatto a meno. C’è perfino una vetrata, da cui si può ammirare il ponte illuminato, un grande camino in pietra, foto e quadri e piante di ogni tipo in vasi appoggiati per terra o che pendono dal soffitto. -Mio Dio- è l’unica cosa che riesco a dire e improvvisamente. -Mio Dio? - Jasper mi guarda con un sopracciglio alzato e mi ricordo che sono circondata da gente che non parla italiano. -Lo si dice quando vediamo qualcosa di “wow” o qualcosa di non molto wow- -E questo è wow o non molto wow?- chiede Elias alle mie spalle. -Penso che sia più che wow- Inarco le sopracciglia continuando a guardarmi in torno e cercando di distinguere i vari profumi che stanno invadendo le mie narici: legna che brucia, castagne, caffè, fumo e m*******a. -Ragazzi iniziate pure a sedervi, Maya vieni con me- Jasper mi porta in un’altra stanza che sembra quasi un altro locale, un po’ più moderno ma che richiama sempre le tonalità calde del legno. -Questa è la zona del locale in cui vendiamo l’erba, solitamente si accede da un altro ingresso rispetto al bar per non creare ingorghi, ma ora c’è la serranda abbassata- -Come mai la sera lo chiudete? - -Per concentrarci meglio sul bar: non abbiamo molto personale la sera e controllare una cassa in più diventerebbe complicato. Lo teniamo aperto quando è stagione di turisti- -E’ un posto fantastico Jasper- Le parole che dico sono sincere e lui mi sorride soddisfatto. -Vendiamo dell’ottima m*******a, di sicuro dall’Italia sei arrivata a secco, giusto? - -Non volevo farmi arrestare proprio il giorno in cui stavo cambiando vita- Ride e tiro mentalmente un sospiro di sollievo quando capisco che non ha percepito il vero significato dell’ultima parte della frase. -Questi sono cinque grammi- posa nella mia mano due vasetti ermetici di vetro -vedilo come un omaggio- -Oddio Jasper, non posso accettarli, te li pago- -Assolutamente no, voglio che tu abbia a pieno una buona esperienza di questa città- -Sì, però…- -Niente però- infila i vasetti nella mia tracolla e mi passa un braccio sulle spalle -e adesso andiamo a sentire i nostri poeti- È possibile che siano tutti così gentili questi ragazzi? Prima di raggiungere gli altri il ragazzo si ferma al bancone e ordina al suo dipendente di preparare due birre e portarle al tavolo. -Maya, siediti vicino a me! - si sbraccia la rossa indicandomi la sedia libera posta tra lei ed Elias -vedrai ti piacerà molto- Mi levo la giacca e l’appendo allo schienale. -Non vi garantisco che riuscirò a capire tutte le parole ma al limite vi chiederò poi- ridacchio. Il ragazzo al bancone compare con due boccali di birra artigianale e gli sorrido ringraziandolo. Jasper afferra il suo bicchiere e si dirige verso il microfono. -Buona sera a tutti- la gente nel locale lo acclama -stasera abbiamo la nostra solita serata di poesie: inizierà Axel, ormai lo conoscete bene- fa per allontanarsi dal microfono ma fa retro front -Ah, e ricordate di chiedere in cassa la tessera fedeltà: ogni sette consumazioni avrete un gadget in regalo, alla ventunesima avrete una consumazione a vostra scelta gratis- Torna a sedersi, Axel si alza fra gli applausi dei presenti e prima di andare lascia un bacio sulle labbra della sua ragazza. Le luci si abbassano e il ragazzo prende parola -La prima che vi leggo è molto corta e l’ho pensata stasera- Inizia a recitare con voce sicura. Mi ci vuole un po’ a capire che quella breve poesia è per me: lo capisco quando nomina il suo negozio, quando parla di una pazza che si aggirava con un sacco della spazzatura e che quella pazza aveva la pelle scura e chiara, come il cappuccino alla nocciola di Jasper. Imbarazzata afferro con due mani il boccale e mi infosso nella sedia, cercando di nascondermi nella sciarpa. Termina pronunciando il mio nome e dandomi il benvenuto ad Amsterdam e tutti applaudono e ridono per poi voltarsi verso di me. Con una mano sollevo il bicchiere, come a fare un brindisi ad Axel, con l’altra gli faccio il medio, facendolo così scoppiare a ridere. Camille mi circonda con il braccio le spalle e si appoggia su di me, con gli occhi colmi d’amore e ammirazione fissi su quel ragazzo. Ritorna il silenzio e lui torna indietro di qualche pagine del suo taccuino. Nash aveva ragione, a casa faceva il modesto: Axel è davvero bravo, le parole che riesco a tradurre hanno tutte un significato molto forte e la sua voce, così sicura ed empatica domina questo silenzio. Tutti sono zitti con gli occhi su di lui ed il mio cuore si fa trascinare da quella turbolenza di parole: entro in una sorta di stato di trans, percepisco il freddo del boccale mezzo vuoto che stringo, percepisco il peso della testa di Inge che poggia sulla mia spalla sinistra, percepisco il respiro pesante di Elias alla mia destra. Percepisco tutto ma la vista inizia a cambiare scena, facendo scomparire pian piano la figura di Axel e facendo comparire scene del mio passato. Fa comparire il suo volto mentre mi dice che è tutto ok ma che non devo dire niente, e più la voce dell’olandese aumenta d’intensità e passione più ciò che vedo diventa reale, quasi tangibile. Non sento più nulla, non percepisco più nulla: sono sotto il letto di camera mia, le doghe sono impolverate e con una mano mi tappo la bocca e il naso per non far sentire il mio respiro. Lui si china, mi sorride e dice che mi ha fatto tana e che ora devo aiutarlo a giocare: allunga la mano e mi afferra il polso. Io quella stretta la sento, così forte e così vera, così vera che ripiombo improvvisamente nella realtà e mi ritrovo catapultata in mezzo al fragore di applausi e urla di approvazione. Inge si alza dalla mia spalla e salta in braccio al suo ragazzo mentre Jasper chiama il poeta successivo. Come se qualcuno avesse girato la molla io d’improvviso ricomincio a funzionare: poso il bicchiere sul tavolo, ancora scossa per quella crisi di panico sventata, ed inizio a sorridere e ad applaudire. Proprio mentre sto per battere le mani percepisco che Elias mi ha afferrata il polso destro e lo tiene stretto ma senza farmi male: ritrae la mano di scatto e io lo guardo. Con gli occhi mi sta chiedendo qualcosa che non riesco a capire. È stato lui a risvegliarmi da quell’incubo ad occhi aperti? Se n’è accorto. -Sei stato bravissimo Axel- mi complimento appena si siede. -Te lo dicevo che faceva il modesto- Nash alza il bicchiere in direzione dell’amico e beve un sorso della sua birra rossa. -Ah smettetela, mi fate arrossire- -Povero piccolo, non riesce a sopportare il peso del successo- Inge gli stritola una guancia per poi baciarla. Continuiamo così la serata ad ascoltare poesie, a bere birra e a fumare canne e sigarette. Una serata tranquilla ricca di risate, ora che ci penso sembra quasi di essere in un romanzo. Scopro la passione fotografica di Jasper, il quale me ne parla con molto entusiasmo, mostrandomi anche una cartella che tiene dietro al bancone con alcuni scatti sviluppati da rullini. -Ti intendi di fotografia? - -Purtroppo, dal punto di vista tecnico no, sono una più da disegno e pittura- -Mi dovresti far vedere alcuni tuoi quadri, potrei esporli- -Gli ho lasciati tutti a Milano, ma quando ne rifarò di nuovi ti avviso- Alle due decidiamo di alzarci e avviarci verso casa, dal momento che il locale è giunto a orario di chiusura: sleghiamo una alla volta tutte le bici. -Ragazzi, ci vediamo magari domani- ci saluta Jasper. Mi sa che lui abita sopra il suo locale e che lasci la bici all’interno di quest’ultimo. Rimaniamo in cinque a pedalare per le piste ciclabili ancora trafficate. Ci fermiamo davanti al negozio di bici di Axel dove salutiamo anche Inge, che rimane a dormire a casa del ragazzo, e Nash che abita infondo alla via perpendicolare alla nostra. -Ricordati che domani mattina andiamo a fare compere per la tua casa, non scordartelo- mi ricorda la ragazza mentre si avvia verso il portone con il suo fidanzato. Rimaniamo solamente io ed Elias: inutile dire che siamo nella stessa medesima situazione imbarazzante come quella di qualche ora fa. Pedaliamo in silenzio nel semibuio della via e quei pochi metri riescono persino a scorrere così lentamente. -Aspetta, faccio io- mi prende la bici dalle mani e la appende al gancio contrassegnato con il mio cognome. -Non dovevi, grazie- mi sfrego le mani per riscaldarle. -Hai avuto freddo? - Iniziamo a salire le scale. -Diciamo che al sud siamo abituati ad avere un ottobre più caldo- - sette gradi per te sono freddi, in bocca al lupo per l’inverno- ridacchia aprendosi la zip della giacca. -Penso che rimanderò questo problema al mese prossimo- Secondo piano e seconda porta, ecco dove abita. -Beh, direi che…- -A che pensavi? - mi interrompe bruscamente. -In che senso- -Al locale di Jasper, avevi lo sguardo fisso su qualcosa ma era come se non vedessi niente. Ti sei bloccata- -Non mi sono bloccata- ribatto ridendo sarcastica. Fa un passo avvicinandosi troppo al mio corpo, sfrega le labbra inumidendosi i piercing e mi guarda con uno sguardo inquisitorio dall’alto in basso. -Quando ci si estranea dalla realtà non si ha il controllo di come si appare ad occhi esterni- -Non mi sono estraniata dalla realtà- Stringo entrambe le mani in due pugni, talmente forti da sentire i palmi pulsare per via delle unghie conficcate in esso. -Sei tesa come una corda di violino ma ti ostini a mentire- mi sbeffeggia -Perché al posto di tediare me con queste domande non mi dici qualcosa di te, dato che sei tanto aperto al conoscersi- -La mia vita non è un fatto che ti interessa- -Perfetto, neanche la mia a te- Ride a labbra chiuse e il suo fiato caldo si scontra sulla mia fronte congelata. -Chi ti dice che non mi importa? - Che cosa? Lui me lo ha detto quando eravamo nel mio appartamento, scherziamo vero? -Senti, fanculo- mi allontano da lui e inizio a salire le scale. -Fanculo? - mi guarda ridendo, con quello sguardo tipico di chi ti sta pigliando per il culo. -In olandese significa che devi andarti a fottere! - semi urlo da metà rampa. Sono talmente furiosa che mi tremano le mani e non riesco a centrare la toppa della serratura. -Fanculo, fanculo, fanculo- La chiave scatta e mi fiondo dentro casa, chiudendomi la porta bruscamente alle spalle, senza pensare che oltre a noi, sopra di me, ci sono altri due appartamenti abitati. -Arrogante di un olandesino del cazzo- sbatto la giacca sulla sedia e come una cogliona scoppio a piangere. Con tutta me stessa so che non sto piangendo per l’arroganza del ragazzo dai capelli corvini, ma voglio cercare di convincermi che per una volta, in non so quanti anni, mi stia disperando per qualcosa di diverso. Ma non è così, è un pianto liberatorio, è un pianto di paura, di felicità e di insicurezza: è dettato dall’ansia trattenuta dentro di me per tutte queste ore. Lascio che l’attacco di panico faccia il suo corso, che mi faccia bruciare il petto, che mi affanni il respiro fino a togliermi l’ossigeno, che mi faccia singhiozzare, che mi faccia cadere sul pavimento per via degli spasmi muscolari. Che mi faccia aver paura di morire soffocata in queste lacrime ed in questo dolore. Ogni attacco di panico è così: nel mentre ho paura ma c’è una parte di me che ripete che tanto a tutto questo ci sono abituata e che non morirò con gli occhi gonfi e rossi e il naso che cola.
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