Capitolo 1 : Io non...
Camille
Dovrei essere alle prove. Il mio archetto dovrebbe scivolare sulle corde dello Stradivari, sposare le curve della Sonata a Kreutzer. Dovrei essere nella luce soffusa della sala, concentrata, pura.
Sono qui.
Davanti alla vetrina della galleria L'Éclat Fracturé, e guardo il quadro. Una tela immensa, quasi violenta. Rossi e neri che si divorano a vicenda, con, al centro, una ferita di bianco. Uno squarcio. Si intitola «Eco #7». Non so cosa voglia dire, ma mi parla. Mi urla qualcosa che ancora non sento.
E poi, c'è lei.
L'artista. Se ne sta un po' in disparte, vicino a un pilastro, un bicchiere di vino in mano. Non sorride. Osserva le persone che osservano il suo lavoro. I suoi capelli scuri sono una caduta libera. Il suo vestito è un semplice lenzuolo di lino macchiato di pittura, come una seconda pelle accidentata. Incarna il quadro. Lei è lo squarcio.
Il mio telefono vibra in tasca. Léo.
— Torni per cena? Ho preso delle capesante.
La sua voce è calda, scandita. Quella di qualcuno che costruisce cose solide, orari, progetti di vita. Menu.
— Finisco tra poco. Una mezz'oretta.
Mento. La prova era alle sedici. Sono le diciannove e trenta. Non so perché mento. Non ancora.
Riattacco e alzo gli occhi. Lei mi sta guardando.
I suoi occhi sono del colore di un cielo da tempesta. Non mi mollano più. È uno shock fisico, una vertigine alla bocca dello stomaco. Non sorrido nemmeno io. Posso solo sostenere il suo sguardo, come si accettasse una sfida, come ci si lasciasse cadere in un precipizio.
Si stacca dal pilastro e cammina verso di me. I suoi passi sono silenziosi sul parquet lucido. Odora di trementina, di olio di lino e di qualcosa di selvatico, di vegetale.
— Le parla?
La sua voce è più grave di quanto immaginassi. Un po' roca. Indica il quadro con un movimento del mento.
— Urla, credo.
La risposta esce da sola. Non mi controllo più.
Un lieve sorriso le sfiora le labbra. Non è un sorriso di gioia. È un sorriso di riconoscimento.
— Finalmente. La maggior parte della gente dice «È interessante» o «I colori sono vibranti». Cazzate educate.
— Non è educato, quello che fa lei.
— No. Non è educato.
Mi scruta, apertamente, senza pudore. Dovrei sentirmi nuda, giudicata. Mi sento vista. Vista davvero. Per la prima volta dopo anni, forse. Léo mi vede, me, Camille, la sua compagna. I miei colleghi mi vedono, la violinista. Lei, guarda la crepa. E le piace.
— Lei è musicista.
Non è una domanda. Ha visto le mie mani. I calli sulla punta delle dita della mano sinistra, la leggera curvatura della mano destra, abituata a tenere l'archetto.
— Violinista.
— Lo Stradivari. La sonata di Beethoven. Era lei, due settimane fa alla Filarmonica.
Resto senza parole. Lei c'era. In quel mare di smoking e abiti lunghi, lei c'era. E mi ha notata.
— È stata… pulita. Tecnicamente perfetta.
C'è un'ombra di critica nella sua voce. Come se la perfezione fosse un'insufficienza.
— Cosa mancava?
Lo chiedo, col cuore che batte a colpi sordi contro le costole.
Lei si prende un secondo, i suoi occhi affondano nei miei.
— La rabbia. La follia. La Kreutzer è un omicidio passionale tradotto in note. Lei l'ha suonata come un'elegia. Era bello. Era morto.
Le parole mi colpiscono dritto al plesso solare. Sono di un'esattezza che fa male. È esattamente quello che sento da mesi, questa sensazione di suonare sotto una campana di vetro, di essere perfetta e vuota. Léo mi dice che sono sublime. Lei, dice che sono morta.
Non trovo niente da rispondere. Un silenzio elettrico si instaura tra noi. L'inaugurazione brulica intorno, ma noi siamo in una bolla. Uno spazio chiuso, pressurizzato, dove l'aria si fa rara.
— Mi chiamo Eléna.
— Camille.
— Lo so.