Capitolo 3

1170 Parole
Capitolo 3 Nerina non era affatto un’impicciona. A quell’ora avrebbe dovuto aprire il negozio, ma si attardò. Non aveva nessuna voglia di sollevare la serranda. Qualcosa non quadrava. Poco prima, mentre lei guardava fuori, attraverso le imposte chiuse, in direzione di quegli estranei che stavano salendo in auto, Bigio si era sdraiato accanto a lei, aveva soffiato, inarcato la schiena, mostrato il suo disappunto e si era allontanato offeso. Che altro avrebbe potuto fare di più perché la sua padrona capisse che lo avevano preso a calci? Dei due uomini seduti davanti, Nerina avrebbe fornito in seguito agli inquirenti una dettagliata descrizione. “L’uomo che si sedette dal lato passeggero era robusto, quasi tarchiato, indossava un vestito grigio ed era quasi pelato. Gli erano rimaste solo le basette. Brizzolate. L’altro, quello che guidava, era alto, magro, spigoloso. Sembrava Toni Ucci, l’attore. Uguale, uguale. Spiccicato!”, avrebbe fatto mettere a verbale. Ora che i quattro si erano allontanati Nerina emise un sospiro di sollievo. Controllò le palpitazioni. A mille. Prelevò da un cassetto una pastiglia per la pressione e la ingoiò. Poi dalla cucina, attraverso la porta comunicante, si recò in bottega. – Oh, mamma mia! – esclamò per l’ennesima volta in preda all’agitazione, cominciando a spostare a vanvera pacchi e pacchetti sparsi in giro. Quello che era qui lo metteva là, quello che era là lo riponeva qui. “E adesso che faccio?”, si domandò roteando gli occhi intorno. I vecchi scaffali in legno erano colmi di mercanzia invenduta, dopo l’apertura dell’ultimo supermercato. – Ci mancava anche questa! – constatò amaramente pensando che era già abbastanza inguaiata. Finalmente tirò fuori la chiave dalla tasca del grembiule e si chinò per sollevare la saracinesca. Uscì sul marciapiede e si guardò intorno. Di clienti nemmeno l’ombra. Rientrò, si lasciò andare sulla vecchia sedia in vimini dietro il bancone e cominciò a sferruzzare. Generalmente lavorare a maglia la rilassava. Stavolta no. Fece un grosso respiro e si sollevò. Ritornò in cucina e prelevò dal cassetto l’elenco telefonico. Inforcò gli occhiali e, riga dopo riga, lesse i nomi. Quell’agenzia non esisteva. – Oh, caspita! Dlin dlon. Qualcuno aveva aperto la porta del negozio per entrare. Era Luigi, il vigile urbano suo cliente, che da lei acquistava i croccantini sfusi per il cane e lei lo accontentava sempre facendogli buon peso. – Buongiorno, Nerina. – Buongiorno, Luigi. Quando si dice il destino! Perché non approfittarne? – Che c’è, Nerina? Sembri sconvolta! – Ho male alle ossa – mentì. – Saranno gli acciacchi. – Ma va’, che sei in splendida forma. Non serviva che le dicesse cosa voleva. Prendeva sempre quello: i croccantini sfusi. Con la paletta riempì un sacchetto e aggiunse un osso di plastica. – Questo è un regalo – disse. – Per il mio Billi? Sarà felicissimo. – Posso chiederti un piacere, Luigi? – Se posso… Gli fornì il numero della targa con un cenno di spiegazione. Inventò lì per lì che aveva assistito a un tamponamento e voleva rendersi utile. – Sarà fatto – la rassicurò Luigi, andandosene contento. Poco dopo, una mezz’oretta circa, la chiamò al telefono. – Ma sei sicura della targa, Nerina? Hai scritto bene? – Certo che ho scritto bene. Sono anziana ma non sono mica orba. – No... perché quella targa... con quei numeri... non esiste. – Non esiste? – Non risulta. Sai, a volte capita anche a noi, da distante ti sembra un 1 e invece è una I, oppure confondi una X con una Y... – Non confondo un bel niente. Non sono rimbambita. Era una Mercedes grigia ed era targata proprio come ti ho detto. – Non so che dirti, Nerina – le aveva risposto Luigi quasi mortificato. Così ora lei rimuginava sul da farsi. Aveva le chiavi dell’alloggio di Ettore, così come lui aveva quelle del suo. Rapporti di buon vicinato. Quando uno dei due doveva assentarsi, l’altro provvedeva a ritirare la posta, ad arieggiare la casa, insomma ad accertarsi che tutto fosse in ordine. Doveva solo andare di là a vedere. Ma i tanti libri gialli letti, non soltanto per ammazzare il tempo in bottega tra un cliente e l’altro, ma per una passionaccia che risaliva a quando era ragazza, le avevano chiarito le idee: mai inquinare la scena del crimine. Avrebbe potuto involontariamente cancellare delle impronte o lasciarne di sue. D’impeto si dette una pacca in fronte. Ma perché non averci pensato prima? Le bastava chiamare Ettore, sul cellulare, e chiedere spiegazioni a lui. Prese il suo telefono, fece per digitare il numero ma poi si bloccò all’istante. Una volta aveva letto che solitamente, dopo un reato, la polizia analizza i tabulati e guarda chi ha chiamato. Se di là avevano commesso un furto, era possibile che ciò accadesse. E allora chissà in quali rogne si sarebbe ficcata. Perché sicuramente le avrebbero chiesto spiegazioni in merito a quella telefonata avvenuta immediatamente dopo i fatti. Ah! Meglio non infilarsi in brutte situazioni. Si sarebbe recata alla cabina all’angolo e da lì avrebbe effettuato la chiamata. Guardò l’intera parete della sala ricolma di romanzi noir e per un breve attimo si sentì rasserenata. Mai più avrebbe pensato che un giorno un’avventura simile a quella descritta in quei volumi potesse capitare a lei. Ma questa non era letteratura, per la miseria. Per decine di anni aveva pensato che quelle fossero solo fantasie ma ora ci si trovava invischiata. Infilò un paio di scarpe, si sistemò i capelli, passandoci sopra la mano, e aprì la porta. Ma stava facendo la cosa giusta? Tornò indietro. Forse avrebbe fatto meglio a consultarsi con qualcuno. Sollevò la cornetta e compose il numero di... beh, non poteva certo disturbare suo figlio Mario. Quello lavorava in Australia e a quell’ora là era notte o l’alba o boh, non se lo ricordava mai. E non poteva nemmeno chiamare Arturo. Era primario in ospedale e sicuramente era già in sala operatoria. E tantomeno Filippo, avvocato, che probabilmente stava recandosi in Tribunale con la valigetta di pelle nera e il codazzo di praticanti, l’agenda piena di impegni... Fu questo che riferì all’unica figlia femmina, Rosalba, due figli, di cui uno piccolo che aveva pianto tutta la notte e l’altro da portare all’asilo, disoccupata, senza auto, un marito turnista con un lavoro precario, non appena questa, vedendo nuovamente il numero della madre apparire sul display, presagendo una scocciatura, e allertata dalla precedente chiamata, rispose un po’ seccata: “Che c’è mamma?” e lei, appunto, giustamente la informò che non poteva certo disturbare Mario o Arturo o Filippo e che stava accadendo qualcosa di grosso, di strano... ma Rosalba la liquidò in sei parole: “Ma’ anche io ho da fare! Non solo Mario, Arturo o Filippo”, aveva inoltre aggiunto come postilla mentre sbatteva giù la cornetta. Al che Nerina aveva pensato che una mamma, una volta messi al mondo i figli, non può considerarli suoi e deve essere felice se hanno trovato la loro strada e se non chiamano è perché non hanno bisogno e dunque va bene così e, soprattutto, non è mica vero che le mamme si affezionano di più ai figli maschi, è che temono che non abbiano la stessa forza e li tengono al riparo dalle difficoltà. Comunque non era il caso di prendersela così. – Tu stai qui buono buono, Bigio. Io torno subito. Uscì, chiudendosi l’uscio alle spalle, attraversò la strada, s’incamminò lungo la discesa e raggiunse la cabina. Compose il numero di Ettore che conosceva a memoria. Il telefono squillava. “Bene”, pensò.
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