Capitolo 4
“… un atto dovuto…”.
Il maresciallo Centofanti si era sistemato al computer per scrivere qualcosa.
Toccalossi lo seguiva con lo sguardo e intanto continuava a rimuginare. Prima che uscissero per recarsi al Camposanto, gli avevano scaraventato sul tavolo un fascicolo urgente: la convalida dell’arresto di un pensionato sorpreso a rubare al supermercato. E ora, sommerso da mille impegni, per un attimo fu portato a considerare il funerale a cui aveva presenziato un piacevole diversivo. Da lì in poi quella mattina sarebbe diventata uguale a tante altre.
Aveva saltato la cena e la colazione. Era stato sveglio tutta la notte, al nono piano del Palazzo di Giustizia di Genova a cercare di sbrogliare un bel po’ di casi intricati. Da un mese circa, in qualità di magistrato più anziano (anziano di servizio, precisava lui, non d’età), stante il pensionamento del suo predecessore e nell’attesa dell’arrivo del nuovo Procuratore capo, gli toccava, oltre al rognoso compito di Procuratore Distrettuale Antimafia, anche quello di Procuratore capo facente funzioni. Ne avrebbe avuto per tutta l’estate e anche oltre con quel doppio incarico, insostenibile per mole di lavoro e impicci, almeno sino agli inizi dell’autunno.
Prese il fascicolo e cominciò a sfogliarlo. La convalida era per lui un atto dovuto. Man mano che andava avanti a leggere si rendeva conto che quel caso gli stava particolarmente a cuore. Era una di quelle questioni capaci di coinvolgerlo: un pensionato costretto a rubare, per disperazione, in un supermercato.
“... un atto dovuto... Che squallida espressione! Una gabbia dietro la quale si nasconde l’inesorabile crudeltà della giustizia. Come se quest’ultima fosse qualcosa di estraneo alla vita, e forse talvolta lo è, un mero calcolo di sequenzialità causa/effetto, algida e asettica. Un segnale di divieto posto in cima a una strada, se lo oltrepassi paghi la multa. Mai nessuno che si chieda da chi e perché sia stato messo lì quel cartello che prima non c’era. Salvo pagarne le conseguenze quando, aggrappato alla disperazione, qualcuno non riesce a fermarsi e va oltre... anche se ha ragione...
… un atto dovuto…”.
Quella frase continuava a rimbalzargli nella testa. L’episodio, uno dei tanti, era sintomo di un grave disagio sociale. I cittadini, ridotti loro malgrado al rango di sudditi, si erano ormai convinti di vivere in una società fatta a rovescio, una società in cui gli speculatori restano impuniti e a pagare gli effetti della crisi sono solamente i più deboli.
Finalmente, come svegliatosi dal letargo, esclamò:
– Maresciallo, ho deciso: convocherò il direttore del supermercato in cui quel pensionato ha rubato due etti di prosciutto e un pezzo di parmigiano. Vedrò di convincerlo a rimettere la querela. Non c’è altra soluzione. Con il bilanciamento di aggravanti e attenuanti, quel poveraccio non passerà alcun guaio. Di più non posso fare.
Centofanti pensò che Toccalossi era davvero un grand’uomo ma non lo disse. Lo guardò compiaciuto e gli propose:
– Sì, ma adesso per favore andiamo a fare colazione. Dal garage siamo saliti direttamente in ufficio dopo il funerale e almeno un caffè...
Uscirono attraversando i corridoi in cui erano collocati gli armadi in lamiera stipati di fascicoli. Scesero le scale a piedi per lo scrupolo di fare un po’ di moto in vista delle tante ore che si prospettavano da passare seduti alla scrivania. La guardia giurata all’entrata li informò del corteo che, a breve, da via Venti Settembre si sarebbe radunato proprio lì, sotto il Palazzo di Giustizia, per un presidio di protesta. Il Paese era allo stremo, il numero dei disoccupati era triplicato e chi lavorava non riusciva ad arrivare a fine mese. Tagli per la scuola, per la sanità e per gli stipendi dei dipendenti. Nemmeno un euro di riduzione per le pensioni d’oro e per le indennità dei parlamentari, non un solo centesimo risparmiato per le spese militari. Inevitabile la protesta, riversatasi anche contro i giudici, i quali mettevano in gabbia i poveri disperati che rubavano per fame e nulla facevano contro i responsabili della crisi.
– Fate presto, se non volete rimanere invischiati tra i manifestanti!
Si udivano in lontananza i primi cori, cadenzati dal rullo dei tamburi.
Il Reparto Mobile era già schierato con scudi e sfollagente, pronto per qualunque evenienza.
– Quando sale la protesta sociale – constatò amaramente Centofanti dirigendosi al bar – le forze dell’ordine si trovano sempre, loro malgrado, nella peggior situazione. Per stipendio ed estrazione sociale sono portati a condividere le motivazioni dei manifestanti, mentre per spirito di servizio e senso del dovere devono evitare che la situazione degeneri e si creino turbative all’ordine pubblico. Insomma, se c’è una barricata, sono di qui col corpo e di là col cuore.
Toccalossi non replicò. Cominciava ad accusare la stanchezza. Non glielo disse, ma era dalla sua parte.
“In fondo Centofanti ha ragione. È un maresciallo, il mio collaboratore, e quindi costretto, come tanti altri suoi colleghi, poliziotti e carabinieri, a metterci il corpo, la faccia, la dignità. Sulla strada. Lì a prendersi insulti, sputi e schiaffi. Ad arginare il fiume in piena di tutte le persone riversatesi in strada a protestare proprio per cambiarle certe leggi. Alle volte create ad arte per agevolare chi ha il privilegio di escogitarle”.
– Perché poi, sa Procuratore, – disquisì Centofanti, come se gli stesse leggendo nei pensieri e volesse contribuire alla chiosa – la gente confonde e individua nella divisa, in una qualsiasi divisa, il responsabile di tutto, il rappresentante dello Stato. Difficilmente pensa che chi la indossa è soltanto uno stipendiato, con i suoi stessi problemi, che è mal pagato, costretto a turni massacranti all’interno di un’organizzazione perennemente sotto organico. Con una differenza, però. Enorme. Non può nemmeno ribellarsi. Gli è proibito anche scioperare.
Toccalossi provò un sentimento di compassione per il suo aiutante.
Il corteo procedeva chiassoso. Sugli striscioni spiccavano inequivocabili le scritte di protesta contro il governo.
Centofanti osservò, attraverso la vetrata del bar, gli uomini della Digos, mischiati tra la folla in abiti borghesi, a fotografare con il cellulare gli arruffapopolo, i soggetti da tenere d’occhio. Conosceva il mestiere, lo svolgeva da una vita. E soprattutto conosceva i colleghi della Digos.
Si divertì a seguirne un paio che avrebbero anche potuto confondersi tra la folla, se non fosse stato per quell’auricolare che penzolava dall’orecchio e quel rigonfiamento sotto l’ascella.
“Sì, sono circa un migliaio, per ora nessun tumulto...”, stavano sicuramente comunicando alla sala operativa o al responsabile del servizio.
Centofanti sospirò, in qualche modo rinfrancato dalla consolazione che da lì a pochi mesi sarebbe andato in pensione.