Capitolo 5
Ettore camminava in mezzo al corteo tenendo il volto basso. Almeno fosse stato vestito diversamente. Conciato in quel modo, camicia hawaiana e pantaloni gialli, era troppo riconoscibile. Sentiva i piedi umidi dentro le scarpe. Le ascelle erano chiazzate di sudore. Non aveva dormito. Non aveva fatto altro che nascondersi, col cuore in gola, guardingo come un gatto, nel tentativo di sfuggire a quegli uomini che lo inseguivano. Ma chi erano? A casa non ci era andato. Probabilmente lo aspettavano là. Ne era certo. E avevano messo tutto sottosopra. Inutilmente, per fortuna. Poggiò la mano sulla tasca. L’hard disk era ancora lì. Cercavano quello. Aveva avuto tutta la notte per pensarci e per capire cosa gli era successo. La sera prima il suo capo lo aveva chiamato per un’assistenza urgente ai computer di una ditta. Normale, per un tecnico informatico. Gli uffici stavano per chiudere, così poteva lavorare tranquillo.
Aveva realizzato il salvataggio di tutti i dati del sistema su un supporto esterno. E da quel momento erano cominciati i suoi guai. In quell’hard disk aveva copiato qualcosa di estremamente importante. Sicuramente. Altrimenti perché quegli uomini sarebbero entrati nel capannone con l’intenzione di ucciderlo? E chi erano gli altri, quelli che erano intervenuti mettendoli in fuga? Poliziotti? Difficile crederlo.
Passando di fronte a un’edicola sbirciò le locandine. Come mai nessuno accennava alla sparatoria della notte precedente? No, quelli che erano intervenuti non erano affatto poliziotti.
A forza di rifletterci era arrivato a una soluzione.
Se era come pensava, rivolgersi a una stazione di carabinieri o a un commissariato di polizia non gli sarebbe servito a nulla. Anzi, avrebbe aggravato la situazione. Probabilmente avevano scritto su di lui nelle banche dati cose tali da farlo arrestare. False, ovviamente. Non restava che una soluzione: rivolgersi direttamente a Toccalossi. A lui avrebbe potuto raccontare tutto. Ci aveva pensato tutta la notte.
Si guardò ancora intorno. A quanto pareva era riuscito a seminarli. Era corso in Procura ma gli avevano detto che il Procuratore era andato a un funerale a Staglieno. Si era diretto là con un taxi, ma il Procuratore era fuggito via con la scorta. Ci avrebbe riprovato. Ora. Ma un’altra scalogna. Il corteo si stava dirigendo proprio lì, sotto il palazzo di Giustizia.
Sollevando appena gli occhi li vide di nuovo. Gli stessi uomini, transitare in auto. L’avevano visto? Ma come facevano a sapere che si trovava lì? In quel mentre squillò il suo cellulare. Cazzo! Ora era chiaro! Stupido a non averci pensato. Lo avevano localizzato tramite il cellulare. Lo spense. Sfilò la batteria e lo lasciò scivolare a terra, abbandonandolo.
Nerina si convinse che qualcosa proprio non andava. Il telefono aveva fatto tre squilli e poi si era zittito. Ettore lo aveva spento? Provò di nuovo. Nulla. Che fare? Ma sì! Perché non averci pensato subito? Lì, dalla cabina, sì che poteva chiamare il 113. Chi avrebbe potuto risalire a lei?
– Polizia? Pronto…
– Questura, dica!
– Qualcuno è entrato in un’abitazione.
– Mi dice il suo nome?
– Preferirei di no.
– Signora, sia gentile…
– Ascolti io le do il numero e la via. Al resto pensate voi: l’abitazione è di Ettore Scalandra.
Fornì gli altri dettagli e buttò giù.
Ora poteva rientrare in negozio.
Fece alcuni passi e tornò indietro
Ricompose il numero della polizia.
– 113, buongiorno.
– Pronto? Sono ancora io.
– Ci ha ripensato? Vuole dirci il suo nome?
– No. Vi do una targa. L’auto è una Mercedes grigia con la quale i ladri sono scappati. Ha da scrivere?
– Certo, signora.
Dettò il numero e attese.
– Vuole aggiungere altro, signora?
– No… aspettavo che mi diceste voi se esiste.
– Che cosa?
– La targa.
– Non è sicura dei numeri?
– No... è che... Bah.
Non poteva certo tirare in ballo Luigi, il vigile urbano.
Buttò giù nuovamente.
– Brutta cosa diventare anziani – commentò il centralinista.
– Chi era? – gli chiese l’ispettore Arcidiacono.
– Secondo me una matta. Mi ha segnalato un furto. Non ha voluto fornire le sue generalità, mi ha dato la targa di una Mercedes su cui sarebbero fuggiti i ladri, ma non era sicura dei numeri. Aspetta, controllo al terminale... lo sapevo. Quella targa non esiste.
– Va beh... manderò ugualmente una pattuglia a verificare. Chiama via radio la volante sette, dovrebbe essere libera in questo momento. Andrò anche io con loro.
– Agli ordini, ispettore.
Toccalossi ingoiò l’ultimo sorso di cappuccino dopo aver piluccato senza voglia il cornetto. Quindi lasciò i soldi sul bancone e si avviò verso l’uscita.
Ettore, avvedendosi della presenza del Procuratore, affrettò il passo nella sua direzione. Centofanti se ne accorse. Ancora quel tipo? Diamine. Allora non si era sbagliato al cimitero. Avrebbe potuto bloccarlo, identificarlo, ma c’era il rischio di generare una situazione di pericolo in mezzo alla folla. In pochi istanti realizzò che era meglio agire diversamente. Afferrò per il braccio il Procuratore e lo costrinse a percorrere di corsa le poche decine di metri che li separavano dall’entrata del Palazzo di Giustizia.
– Andiamo, Procuratore.
– Di nuovo? Ma che ha stamattina, maresciallo?
– Nulla, si fidi. E corra.
Quando oltrepassarono le barriere magnetiche dell’ingresso, protette da un cordone di carabinieri, Centofanti si voltò. L’uomo con la camicia hawaiana stava agitando le braccia e urlando.
Non appena imboccarono l’ascensore, Toccalossi, con estrema calma e un briciolo di animosità dipinta sul volto, che Centofanti non gli aveva mai visto, si rivolse al suo collaboratore e disse burbero: – Sarebbe così gentile da spiegarmi, adesso?
Bastarono quei nove piani percorsi in due minuti a Centofanti per far tornare il sorriso sul viso di Toccalossi:
– Magari mi sono lasciato suggestionare. Ma sia prima, al cimitero, che adesso, ho visto un tipo sospetto e ho temuto per la sua incolumità.
– Ah, maresciallo, ce ne vuole per ammazzarmi. Stia sereno. È la decima volta nella mia carriera che mi assegnano una scorta. A Santa Maria Capua Vetere, anni fa, a inizio carriera, avevo a che fare con i camorristi. Non saranno certo i quattro politici cialtroni a cui ho pestato i piedi a spaventarmi.
Ettore tentò il tutto per tutto: doveva sfondare il cordone di carabinieri a protezione dell’entrata.
Le forze dell’ordine stavano fronteggiando i più facinorosi che si erano accalcati davanti all’entrata del Palazzo di Giustizia.
– Devo parlare con Toccalossi – urlò Ettore. – Lasciatemi passare.
Mentre cercava di farsi largo voltò il capo verso un omone alto, grande e grosso, che lo stava puntando. Un gigante dalla pelle olivastra con i capelli neri. Era vicino al Palazzo di Giustizia ma dall’angolo opposto della scalinata.
L’energumeno era lì per lui. Ne era certo. Stava affrettando il passo nella sua direzione. Lo avevano scovato. Non gli restava molto tempo. Il gigante estrasse il cellulare e parlò brevemente con qualcuno mentre gli si avvicinava. Ettore cominciò a correre nel senso opposto alla direzione di marcia del corteo facendosi largo tra la folla fitta e compatta. Sembrava uno scalmanato. C’era il rischio che lo linciassero. Schivò uno, due, tre, dieci manifestanti, cozzò dentro un ragazzo possente che lo strattonò, urlandogli dietro pesanti insulti, e riuscì a frapporre una ventina di metri tra lui e l’energumeno che aveva preso a seguirlo. Doveva svoltare l’angolo.
Una volante della polizia lo bloccò all’incrocio.
Tre agenti scesero dall’auto e lo immobilizzarono. Prima di farlo salire sulla vettura di servizio, uno di loro, il più basso, lo perquisì sommariamente. Alcune toccate al volo, ben indirizzate, per accertare che non avesse armi.
Poi spinse Ettore dentro l’auto, sul sedile posteriore. Quindi entrò e gli si sistemò al fianco in modo che il fermato restasse bloccato tra lui e il collega. L’auto sgommò e sparì dietro la curva.
Ettore era in trappola.