I. -2

2068 Parole
- Quale? - domandò il commissario. - In che giorno è stata vista per l’ultima volta la vedova Lerouge, e a quale ora? - Stavo per arrivare a questo punto. È stata incontrata la sera del martedì grasso, alle cinque e venti; tornava da Bougival, con un paniere di provviste. - Il signor commissario è sicuro dell’ora? - domandò Gevrol. - Perfettamente, ed ecco perché: i due testimoni di questo fatto, la Tellier e un bottaio, che abitano qui accanto, scendevano dall’omnibus, che parte da Port-Marly ogni ora, quando hanno scorto la vedova Lerouge per la scorciatoia. Hanno affrettato il passo per raggiungerla, hanno parlato con lei e l’hanno lasciata solo alla sua porta. - E che cosa aveva nel paniere? - domandò il giudice istruttore. - I testimoni l’ignorano. Sanno soltanto che portava con sé due bottiglie di vino e un litro di acquavite. Si lamentava del mal di testa, aggiungendo che, nonostante l’usanza di divertirsi il martedì grasso, se ne sarebbe andata subito a letto. - Ebbene! - esclamò l’ispettore - io so dove bisogna cercare. - Veramente? - fece il giudice istruttore. - Diamine! è abbastanza chiaro. Si tratta di trovare l’uomo alto e bruno, quello dal camiciotto. L’acquavite e il vino gli erano destinati, la vedova l’aspettava per la cena, e lo spasimante è venuto. - Oh! - disse quasi con ribellione il brigadiere. - Era troppo brutta e vecchia! Gevrol guardò con aria beffarda l’onest’uomo. - Sappiate, brigadiere - disse, - che una donna che ha del denaro è sempre giovane e graziosa, se questo le conviene. - Forse c’è qualche cosa di vero - riprese il giudice istruttore, - pure non è questo che mi colpisce. Sono piuttosto le parole della vedova Lerouge: “Se volessi di più, potrei averlo”. - È proprio quello che ha destato la mia attenzione - confermò il commissario. Ma Gevrol non si dava più la pena di ascoltare. Aveva la sua traccia, esaminava minuziosamente gli angoli e i nascondigli della stanza. A un tratto tornò verso il commissario. - Penso a una cosa - esclamò. - Non fu martedì che il tempo cambiò? Vi era il gelo da una quindicina di giorni e quel giorno è piovuto. A che ora è cominciata la pioggia qui? - Alle nove e mezzo - rispose il brigadiere. - Io uscivo dopo cena e andavo a fare il solito giro d’ispezione nelle sale da ballo, quando sono stato sorpreso da un acquazzone, di fronte alla rue des Pêcheurs. In meno di dieci minuti c’era un mezzo pollice d’acqua per la strada. - Molto bene! - disse Gevrol. - Dunque, se l’uomo è venuto dopo le nove e mezzo, doveva avere le scarpe infangate… altrimenti, vuol dire che è arrivato prima. Bisognava vedere, poiché ora il pavimento è stato calpestato. C’erano impronte di passi, signor commissario? - Devo confessare che non ce ne siamo occupati. - Ah! - fece l’ispettore indispettito, - è ben spiacevole. - Aspettate - aggiunse il commissario, - si è ancora in tempo per vedere, non in questa, ma nell’altra stanza. Non è stato mosso nulla. Sarà facile distinguere le mie impronte e quelle del brigadiere. Vediamo. Siccome il commissario apriva la porta della seconda camera, Gevrol lo trattenne. - Io domanderei al signor giudice - disse - di permettermi di esaminare tutto prima che qualcuno entri; è una cosa importante per me. - Certamente - approvò Daburon. Gevrol passò per primo, e tutti, dietro di lui, si fermarono sulla soglia a spiare il teatro del delitto. Tutto, come aveva constatato il commissario, sembrava messo sottosopra da qualche pazzo. In mezzo alla camera c’era una tavola ricoperta da una tovaglia bianchissima, sulla quale si trovava un magnifico bicchiere di cristallo inciso, un bel coltello e un piatto di porcellana. Vi era inoltre una bottiglia di vino appena cominciata e una bottiglia di acquavite di cui erano stati bevuti cinque o sei bicchierini. A destra, lungo la parete, c’erano due begli armadi di noce, dalle serrature lavorate, uno per parte ai lati della finestra. Erano vuoti tutt’e due e il loro contenuto era sparso sul pavimento. Vi erano lenzuoli, capi di biancheria e di vestiario spiegati e sgualciti. In fondo, accanto al camino, un grande armadio a muro contenente delle stoviglie era rimasto aperto. Dall’altro lato del camino, un vecchio scrittoio dalla superficie di marmo, era stato sfondato, messo in pezzi e frugato senza dubbio fino nei più reconditi incavi. Il piano mobile strappato, penzolava, trattenuto da una sola cerniera; i cassetti erano stati tolti e gettati a terra. Infine, a sinistra, il letto era completamente disfatto e messo sottosopra. Perfino la paglia era stata levata dal pagliericcio. - Neppure la minima impronta - mormorò Gevrol contrariato. - È arrivato prima delle nove e mezzo. Possiamo entrare, ora, liberamente. Avanzò e andò direttamente verso il cadavere della vedova Lerouge, accanto al quale s’inginocchiò. - Non c’è che dire - borbottò. - Un colpo da maestro! L’assassino non è certo un novizio. - Poi, guardando a destra e a sinistra: - Oh! Oh! - continuò - la povera diavola stava facendo da mangiare, quando è stata colpita. Ecco la padella in terra, del prosciutto, delle uova. Il bruto non ha avuto pazienza di aspettare la cena. Il signore aveva fretta, ha fatto il colpo a stomaco vuoto. Perciò non potrà invocare a sua discolpa l’annebbiamento prodotto dal vino. - È evidente - diceva il commissario al giudice istruttore - che il furto è stato il movente del delitto. - È probabile - rispose Gevrol, con tono canzonatorio, - ed è anche per questo che non scorgete sulla tavola alcuna posata d’argento. - Toh! delle monete d’oro in questo cassetto! - esclamò Lecoq, che frugava anche lui, - ce n’è per 320 franchi. - Diamine! - fece Gevrol un po’ sconcertato. Ma si rimise subito dal suo stupore e continuò: - Le avrà dimenticate. Ho visto un assassino perdere così bene la testa, dopo compiuto il delitto, da non ricordare più quel che era venuto a fare e fuggire senza prendere nulla. Chi sa che il nostro giovanotto non sia stato disturbato! Possono aver bussato alla porta. Lo proverebbe il fatto che il furfante non ha lasciato accesa la candela ma si è preso la pena di soffiarvi sopra. - Ohibò! - fece Lecoq, - ciò non prova nulla. Forse era un uomo economo e ordinato. Le indagini dei due agenti continuarono per tutta la casa, ma le ricerche più minuziose non fecero loro scoprire assolutamente nulla, neppure il più piccolo indizio che potesse servire da punto di partenza. Anche tutte le carte della vedova Lerouge, se pur ne possedeva, erano scomparse. Non si trovò né una lettera, né un pezzo di carta, nulla. Di tanto in tanto, Gevrol s’interrompeva per bestemmiare o per borbottare: - Oh! che coraggio! Ecco un colpo abile! Il furfante ha la mano pronta! - Ebbene, signori? - domandò alla fine il giudice istruttore. - Gabbati, signor giudice - rispose Gevrol, - noi siamo gabbati! Lo scellerato aveva preso tutte le sue precauzioni. Ma lo prenderò. Prima di questa sera avrò una dozzina di uomini in moto. D’altra parte ha portato via dell’argenteria e dei gioielli, ed è quindi perduto. - Con tutto ciò - fece Daburon - non siamo più avanti di stamattina! - Diamine! si fa quel che si può - rimbrottò Gevrol. - Ah! - disse Lecoq, - se papà Mettinchiaro fosse qui!… - Che cosa farebbe più di noi? - protestò Gevrol, lanciando uno sguardo furioso al suo subalterno. Lecoq abbassò la testa e non disse parola, soddisfatto internamente di aver offeso il suo capo. - Chi è questo papà Mettinchiaro? - domandò il giudice istruttore. - Mi sembra di aver sentito questo nome, ma non ricordo dove. - È un uomo straordinario! - esclamò Lecoq. - È un ex impiegato del Monte di Pietà - aggiunse Gevrol, - un vecchio che si chiama Tabaret. Fa il poliziotto per suo diletto. - E per aumentare le sue entrate - osservò il commissario. - Lui! - esclamò Lecoq, - non c’è pericolo, tanto è vero che alle volte ci rimette di tasca sua. L’abbiamo soprannominato Mettinchiaro, a causa di una frase che ripete sempre. È lui che nel processo della moglie del banchiere, sapete? ha indovinato, e l’ha provato, che la signora si era derubata da sola. - È vero - rimbeccò Gevrol. - Ed è stato lui che ha fatto quasi tagliare il collo a quel povero Derène, quel misero sarto che era stato accusato di aver ucciso la moglie, e invece era innocente. - Non perdiamo il nostro tempo, signori - interruppe il giudice istruttore. E rivolgendosi a Lecoq: - Andate - disse - a cercarmi papà Tabaret. Ho sentito parlare molto di lui, non sarei scontento di vederlo all’opera. Lecoq uscì correndo. Gevrol era seriamente umiliato. - Il signor giudice istruttore - cominciò - ha il diritto di domandare i servizi di chi gli sembra opportuno, tuttavia… - Non adiratevi, signor Gevrol - interruppe Daburon. - Non è da ieri che vi conosco, so quel che valete, soltanto oggi noi differiamo completamente d’opinione. Voi tenete assolutamente al vostro uomo bruno, e io sono convinto che voi non siate sulla via giusta. - Io credo di aver ragione - rispose l’ispettore - e spero di provarvelo. Troverò l’assassino, chiunque esso sia. - Non domando di meglio. - Solamente il signor giudice mi permette un… come dire, senza mancare di rispetto? un… consiglio? - Parlate. - Ebbene! consiglierei il signor giudice a diffidare di papà Tabaret. - Veramente! e perché? - Il brav’uomo si lascia trasportare troppo dalla passione di far bella figura, tanto più che è orgoglioso come un pavone. Appena si trova in presenza di un delitto, come quello di oggi, per esempio, ha la pretesa di spiegare tutto immediatamente. Infatti, inventa una storia che risolve esattamente la situazione. Pretende con un solo indizio di ricostruire tutte le scene di un assassinio, come quello scienziato che con un osso ricostruiva animali di cui si sono perdute perfino le tracce. Qualche volta indovina giusto, ma spesso s’inganna. Così, nell’affare del sarto, di quel disgraziato Derène, senza di me… - Vi ringrazio dell’avvertimento - interruppe Daburon, - ne approfitterò. Ora, signor commissario - continuò, - occorre a ogni costo sapere di quale paese era la vedova Lerouge. La processione dei testimoni, guidati dal brigadiere, ricominciò a sfilare davanti al giudice istruttore. Ma nessun fatto nuovo veniva alla luce. La vedova Lerouge doveva essere stata da viva una persona singolarmente discreta, perché di tutte le sue parole – e di sicuro ne aveva pronunciate molte in un giorno – non rimaneva nulla di significativo nell’orecchio delle comari dei dintorni. Tutte le persone interrogate si ostinavano a comunicare al giudice solamente le loro convinzioni e le loro congetture personali. L’opinione pubblica stava con Gevrol, tutti a una voce accusavano l’uomo alto, bruno, dal camiciotto grigio; questi era certamente il colpevole. Ricordavano la sua aria quasi feroce, che aveva spaventato tutto il paese. Molti, colpiti dal suo aspetto, l’avevano saggiamente evitato. Una sera aveva minacciato una donna e un altro giorno aveva picchiato un bambino. Non erano in grado di indicare né il ragazzo né la donna, ma non importa, questi atti brutali erano di pubblico dominio. Daburon già disperava di ottenere un po’ di luce, quando gli furono condotti davanti una droghiera di Bougival, dalla quale si forniva la vittima, e un ragazzo di tredici anni, i quali sapevano, a quanto si assicurava, qualcosa di sicuro. La droghiera comparve per prima. Aveva sentito la vedova Lerouge parlare di un suo figlio ancora vivo. - Ne siete ben sicura? - insisté il giudice. - Come della mia vita - rispose la droghiera, - benché quella sera, poiché era una sera, lei fosse un po’ ubriaca. Rimase nella mia bottega più di un’ora. - E diceva? - Mi sembra di vederla ancora - continuò la donna, - era appoggiata al banco, vicino alle bilance, scherzava con un pescatore di Port-Marly, un certo Husson, che può confermare quello che dico, e lo chiamava marinaio di acqua dolce. “Mio marito” diceva “era marinaio, ma sul serio, e la prova è che rimaneva degli anni in viaggio e sempre mi portava delle noci di cocco. Ho un figlio che è marinaio, come il suo povero padre, su un bastimento dello stato”.
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