II.-1

2003 Parole
II.Le due ultime deposizioni raccolte dal giudice istruttore potevano finalmente dare qualche speranza. - Io andrei a Bougival, se il signor giudice lo trova opportuno - propose Gevrol. - Forse fareste bene ad aspettare un po’ - rispose Daburon. - Quest’uomo è stato visto domenica mattina. Informiamoci della condotta della vedova Lerouge durante quella giornata. Tre vicine furono chiamate. Concordarono nel dire che la vedova Lerouge era stata a letto tutta la domenica grassa. A una di queste donne che si era informata del suo male, aveva risposto: «Ah! ho avuto questa notte un accidente terribile». Nessuna aveva dato allora alcuna importanza a queste parole. - L’uomo dagli orecchini diventa sempre più importante - disse il giudice quando le donne si furono ritirate. - Ritrovarlo è indispensabile. Questo vi riguarda, signor Gevrol. - Entro una settimana saprò chi è - rispose l’ispettore, - anche se dovessi io stesso frugare tutti i battelli della Senna, dalla sorgente alla foce. Conosco il nome del padrone: Gervais; l’ufficio di navigazione mi darà qualche informazione. Fu interrotto da Lecoq, che arrivava tutto trafelato. - Ecco papà Tabaret - disse, - l’ho incontrato mentre usciva. Che uomo! Non ha voluto aspettare la partenza del treno. Ha dato non so quanto a un cocchiere, e siamo venuti qui in cinquanta minuti. Abbiamo superato la velocità del treno! Quasi subito apparve sulla soglia un uomo, il cui aspetto, bisogna confessarlo, non corrispondeva all’idea di un investigatore dilettante. Aveva una sessantina d’anni e non sembrava portarli molto bene. Piccolo, magro e un po’ curvo, si appoggiava su una grossa mazza di giunco dal pomo d’avorio scolpito. La sua faccia tonda aveva quell’espressione di eterno stupore, misto a inquietudine, che ha fatto la fortuna di due comici del Palais-Royal. Accuratamente rasato, aveva il mento molto corto, grosse labbra bonarie e un naso spiacevolmente rincagnato come il padiglione di certi strumenti del signor Sax. I suoi occhi, di un grigio tenue, piccoli, cerchiati di rosso, non dicevano assolutamente nulla, ma stancavano per una insopportabile mobilità. Radi capelli lisci scendevano sulla sua fronte sfuggente, come quella di un levriere, e mal dissimulavano le lunghe orecchie a ventola. Era vestito decentemente: portava biancheria di un candore abbagliante, guanti di seta e ghette. Una lunga catena d’oro massiccio, di un gusto deplorevole, gli girava tre volte attorno al collo e scendeva a cascata nella tasca del panciotto. Papà Tabaret, detto Mettinchiaro, salutò dalla soglia, piegando ad arco la sua vecchia schiena fin quasi a terra. E domandò con la voce più umile: - Il signor giudice istruttore si è degnato di farmi chiamare? - Sì - rispose Daburon. E fra sé diceva: “Sembra impossibile che questi sia un uomo abile!” - Si tratta di vedere - aggiunse il giudice - se, più fortunato di noi, riuscirete a cogliere qualche indizio che possa metterci sulla traccia dell’assassino. Ora vi sarà spiegata per sommi capi la cosa. - Oh! ne so abbastanza - interruppe papà Tabaret. - Lecoq mi ha detto la cosa per sommi capi, lungo la strada, giusto quello che mi è necessario. - Tuttavia… - cominciò il commissario. - Che il signor giudice si fidi di me. Preferisco procedere senza altri dati, per essere più padrone delle mie impressioni. Quando si conosce l’opinione altrui, ci si lascia dominare nostro malgrado, di modo che… io comincio le mie ricerche con Lecoq. Man mano che il brav’uomo parlava, i suoi occhietti grigi si accendevano e brillavano come carbonchi. La sua fisionomia rifletteva un giubilo interiore e le sue rughe sembravano ridere. Il corpo gli si era raddrizzato, e, con un passo quasi agile, egli si slanciò nella seconda camera. Vi rimase una mezz’ora circa, poi uscì correndo. Vi ritornò per uscire ancora, riapparve di nuovo e si allontanò quasi subito. Il giudice non poteva non osservare in lui quell’irrequietezza solitaria del cane che fiuta la selvaggina. Il suo naso a trombetta si muoveva anch’esso, come per aspirare qualche sottile emanazione dell’assassino. Mentre andava e veniva, parlava ad alta voce, gesticolava, si apostrofava, rivolgeva delle ingiurie, emetteva piccoli gridi di trionfo. Non lasciava un momento di pace a Lecoq, gli occorreva questa, quella o quell’altra cosa. Domandava della carta e una matita, poi voleva una vanga. Gridava per aver subito del gesso, dell’acqua e una bottiglia di olio. Dopo un’ora abbondante, il giudice istruttore, che cominciava a spazientirsi, s’informò di quel che faceva il suo agente volontario. - È sulla strada - rispose il brigadiere - steso bocconi nel fango, e stempera del gesso in un piatto. Ha detto che ha quasi finito e che ora viene. Tornò infatti quasi subito, allegro, trionfante, ringiovanito di vent’anni. Lecoq lo seguiva, recando con mille precauzioni un gran paniere. - Ci sono - disse al giudice istruttore. - È messo in chiaro, ora; è molto semplice. Lecoq, metti il paniere sulla tavola. Gevrol, anche lui, tornava dalla spedizione non meno soddisfatto. - Sono sulle tracce dell’uomo dagli orecchini - disse. - Il battello scendeva la Senna. Ho i connotati esatti di padron Gervais. - Parlate, signor Tabaret - disse il giudice istruttore. Il brav’uomo aveva vuotato su una tavola il contenuto del paniere: una grossa zolla di terra, parecchi grandi fogli di carta e tre o quattro pezzetti di gesso ancora umido. In piedi, davanti a quella tavola, era quasi grottesco; sembrava uno di quei pagliacci che si esibiscono sulle pubbliche piazze. Il suo vestito aveva sofferto, era infangato fino alla schiena. - Ora comincio - disse con tono vanitosamente modesto. - Il furto non entra affatto nel delitto che ci occupa. - Proprio no? - mormorò Gevrol. - Lo proverò - proseguì papà Tabaret - con l’evidenza. Darò anche il mio umile parere sul movente del delitto, ma più tardi. Dunque, l’assassino è arrivato qui prima delle nove e mezzo, cioè prima della pioggia. Al pari del signor Gevrol, non ho trovato impronte fangose, ma sotto la tavola, nel luogo dove quello ha posto i piedi, ho rilevato tracce di polvere. Eccoci dunque d’accordo per l’ora. La vedova Lerouge non aspettava affatto colui che è venuto. Aveva cominciato svestirsi e stava per caricare la pendola quando la persona ha bussato. - Questi sono particolari! - fece il commissario. - E facili da constatare - soggiunse l’investigatore dilettante - esaminate quella pendola, al di sopra dello scrittoio. È di quelle che danno cariche dalle quattordici alle quindici ore, non di più, me ne sono accertato. Ora, è più che probabile, anzi quasi certo, che la vedova la caricasse la sera, prima di andare a letto. Come mai dunque è accaduto che questa pendola si sia fermata sulle cinque? È evidente che la vedova cominciava a tirare la catena quando è stato bussato. A sostegno di quanto affermo, prego guardare quella sedia, sotto la pendola e sulla stoffa di essa l’impronta visibile di un piede. Poi, c’è da osservare l’abbigliamento della vittima: manca la camicetta. Per affrettarsi ad aprire non l’ha rimessa, ma ha incrociato un vecchio scialle sulle spalle. - Perbacco! - esclamò il brigadiere evidentemente colpito. - La vedova - continuò il brav’uomo - conosceva colui che bussava. La sua premura nell’aprire lo fa sospettare, il seguito dei fatti lo prova. L’assassino dunque è stato fatto entrare senza difficoltà. Era uomo ancor giovane, di statura un po’ al disopra della media, elegantemente vestito. Portava quella sera un cappello di forma rotonda, aveva un ombrello e fumava un trabuco con un bocchino… - Questa poi! - esclamò Gevrol - è troppo forte! - In ogni caso - rimbeccò papà Tabaret - è la verità. Se voi non fate attenzione alle piccole cose, io non ci posso far nulla, ma bado a tutto, io. Cerco e trovo. Ah! “è troppo forte!” voi dite. Ebbene! degnatevi di gettare uno sguardo su questi pezzetti di gesso umido. Essi rappresentano i tacchi delle scarpe dell’assassino, dei quali ho trovato la forma, di una chiarezza magnifica, accanto al fossato dove è stata vista la chiave. Su questi fogli di carta ho ricalcato l’impronta intera del piede, che non avrei potuto rilevare, perché si trova sulla sabbia. Guardate: tacco alto, curvatura pronunciata, suola piccola e stretta, evidentemente calzatura di persona elegante, dal piede curato. Cercatela questa impronta lungo la strada, la troverete ancora due volte, poi ripetuta cinque volte nel giardino, dove nessuno è penetrato. Ciò prova, fra parentesi, che l’assassino ha bussato, non alla porta; ma all’imposta sotto la quale passava un filo di luce. All’entrata del giardino, il mio uomo ha saltato, per evitare una striscia seminata; punta del piede più calcata indica questo fatto. Ha saltato, senza fatica, quasi due metri, dunque è agile, cioè giovane. Papà Tabaret parlava con voce chiara e dura, e il suo sguardo andava dall’uno all’altro dei suoi ascoltatori, spiando le loro impressioni - È il cappello che vi stupisce, signor Gevrol? - proseguì papà Tabaret. - Osservate il circolo perfetto tracciato sul marmo del scrittoio, che era un po’ polveroso. O forse perché ho indicato la statura vi siete sorpreso? Prendetevi la pena di esaminare la parte superiore degli armadi, e riconoscerete che l’assassino vi ha frugato con le mani. Dunque è molto più alto di me. E non dite che è salito su una sedia, perché, in questo caso, avrebbe visto e non sarebbe stato obbligato a toccare. Sareste forse sorpreso per l’ombrello? Questa zolla di terra conserva una ammirabile impronta, non solo della punta, ma anche della rotella di legno che tiene ferma la stoffa. È forse il sigaro che vi lascia incredulo? Ecco la punta del mozzicone che ho raccolto nella cenere. L’estremità è mordicchiata? è forse umida di saliva? No. Dunque colui che fumava si serviva di un bocchino. Lecoq mal dissimulava un’ammirazione entusiasta, senza far rumore batteva le mani l’una contro l’altra. Il commissario sembrava stupefatto, il giudice aveva l’aria raggiante. All’opposto, la faccia di Gevrol si allungava sensibilmente. Quanto al brigadiere era pietrificato. - Ora - riprese il brav’uomo - ascoltatemi attentamente. Il giovane è ormai in casa. Come ha spiegato la sua presenza a quell’ora, non so. Quel che è sicuro è che ha detto alla vedova Lerouge di non avere mangiato. La brava donna si è subito affrettata a preparargli la cena. Le pietanze che vediamo non erano per lei. Nella credenza ho trovato gli avanzi del suo pasto; aveva mangiato del pesce, l’autopsia lo confermerà. Del resto, lo vedete, non c’è che un bicchiere sulla tavola e un solo coltello. Ma chi è questo giovane? È evidente che la vedova lo considerava al disopra delle proprie condizioni. Nella credenza vi è una tovaglia ancora pulita. Se n’è servita? No. Per l’ospite ha tratto dall’armadio la sua tovaglia più bella, e questo bicchiere magnifico, un regalo indubbiamente. Infine è evidente che non si serviva ordinariamente di questo coltello dal manico d’avorio. - Tutto ciò è chiaro - mormorava il giudice - molto chiaro. - Ecco dunque il giovane seduto. Ha cominciato col bere un bicchiere di vino, mentre la vedova metteva la padella sul fuoco. Poi, sentendosi mancare il coraggio, ha domandato dell’acquavite e ne ha bevuto cinque bicchierini. Dopo una lotta interna di dieci minuti, il tempo necessario per cuocere il prosciutto e le uova al punto in cui sono, il giovane si è alzato, si è avvicinato alla vedova piegata in avanti, e le ha inferto due colpi nella schiena. Non è morta istantaneamente la povera donna. Si è raddrizzata a metà, si è aggrappata alle mani dell’assassino che, indietreggiando, l’ha sollevata bruscamente e l’ha gettata nella posizione in cui la vedete. Questa breve lotta è indicata dalla postura del cadavere. Accosciata e colpita nella schiena, sulla schiena doveva cadere. L’assassino si è servito di un’arma aguzza e fine, che dev’essere, se non m’inganno, la punta di un fioretto senza bottone affilata. Asciugando l’arma nella gonna della vittima ci ha lasciato questo indizio. D’altra parte non gli è rimasto nessun segno della lotta. È vero che la vittima si è afferrata alle sue mani, ma siccome non si era tolto i guanti grigi…
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