La luce del mattino filtrava attraverso le imposte socchiuse, disegnando strisce dorate sul pavimento di legno della bottega. Giuseppe aprì gli occhi, il corpo ancora pesante di un sonno profondo, quasi un letargo dell'anima. Si girò lentamente, il cuore che per un attimo sussultò nel non trovare subito accanto a sé la forma che cercava.
Poi lo vide.
Giulio era seduto sulla sponda del letto, la schiena rivolta a lui, il profilo illuminato dal sole. Non era più solo legno e vetro. La luce accarezzava le sue guance, che sembravano avere il calore opaco dell'alabastro, e le sue dita, appoggiate sulle ginocchia, non erano più giunture rigide, ma articolazioni flessuose e vive.
Giuseppe non osava respirare. Temeva che un solo soffio avrebbe potuto dissolvere il miracolo.
Fu Giulio a voltarsi. I suoi occhi non erano più di vetro azzurro, ma di un azzurro vero, profondo, striato di verde come il mare dopo una tempesta. E in quello sguardo c'era una pace che Giuseppe non gli aveva mai visto, nemmeno quando erano giovani e il mondo era ai loro piedi.
«Stai guardando come se non mi avessi mai visto» disse Giulio, e la sua voce era la stessa, ma piena, intera, senza più l'eco di altri mondi.
«Forse è così» sussurrò Giuseppe, sollevandosi sui gomiti. «Forse è la prima volta che ti vedo veramente.»
Giulio gli tese una mano. Giuseppe la prese, aspettandosi di sentire il freddo del legno. Invece, sotto le sue dita, la pelle era calda, morbida, segnata solo da sottili venature che ricordavano le fibre del legno, come un ricordo gentile di ciò che era stato.
«Fa male?» chiese Giuseppe, accarezzando quelle linee con un tocco reverente.
«No», sorrise Giulio, e il suo sorriso non fu più un'incisione, ma una curva vera e commossa delle labbra. «Sono cicatrici. Segnano il posto dove le mie due metà si sono rincontrate.»
Si alzarono insieme. Nella bottega, tutto era al suo posto. Le marionette sugli scaffali erano silenziose, semplici bambole di legno ancora una volta. L'odore di trementina e cera era lo stesso, ma ora sapeva di casa, non di ossessione.
«Cosa facciamo adesso?» chiese Giulio, mentre si vestivano con movimenti lenti, come per abituarsi alla nuova normalità.
«Viviamo» rispose Giuseppe, allacciandogli i bottoni della camicia con mani che non tremavano più. «Semplicemente viviamo.»
Uscirono nella luce del mattino. Il borgo si stava svegliando, i primi fumaioli che si alzavano dai tetti, le voci dei pescatori che si chiamavano tra loro. Alcuni si voltarono a guardarli, ma non con sospetto - con curiosità, forse con un barlume di comprensione.
Ferrante li incrociò sulla piazza, si fermò un attimo, poi annuì, come se finalmente vedesse qualcosa che aveva atteso a lungo.
Camminarono fino alla spiaggia, dove le onde lambivano la riva con un ritmo antico. Lo stesso luogo dove Giuseppe aveva perso Giulio, dove il dolore era cominciato.
Ora Giulio si chinò, intinse le dita nell'acqua salata e rise - un suono chiaro e libero che non aveva più nulla del cigolio del legno.
«Non fa più paura» disse, asciugandosi le mani sui calzoni.
Giuseppe lo guardò, e in quel volto vide finalmente la pace che aveva cercato di scolpire per tutti quegli anni. Non c'era più il fantasma del ragazzo perduto, né la marionetta inquieta. C'era solo Giulio - diverso, segnato, ma completo.
«Ti amo» disse Giuseppe, e per la prima volta quelle parole non portavano con sé il peso della disperazione, ma la leggerezza di una promessa.
«Lo so» rispose Giulio, prendendogli la mano. «Ed è per questo che sono tornato.»
Si incamminarono lungo la riva, le loro ombre che si allungavano dietro di loro, un unico profilo contro la luce del mare. La bottega delle marionette era alle loro spalle, con i suoi ricordi e le sue ombre. Davanti a loro, un intero mondo da scoprire - non come creatore e creatura, non come burattinaio e burattino, ma semplicemente come due uomini che avevano trovato il modo di essere finalmente, completamente, sé stessi.
Insieme.
FINE