Capitolo 8 – L’Oscuro Mondo di Resina

711 Parole
Oltre la porta, il mondo non era più mondo. Era un organismo vivente di legno e resina, pulsante di una luce ambrata che sembrava sangue antico. L'aria era densa, profumata di linfa e decomposizione. Sotto i loro piedi, il terreno cedevole si muoveva con un respiro lento e profondo, come il petto di un gigante addormentato. «Siamo dentro alla ferita» sussurrò Giulio, le sue dita di legno che stringevano quelle di Giuseppe con una forza disperata. «Questo è il luogo dove le anime spezzate vengono a marcire.» Giuseppe guardò il volto amato, vedendo riflettersi nelle pupille di vetro il bagliore inquietante di quel luogo. «Dovunque tu sia, questa è la mia casa.» Un suono profondo li attraversò, come il gemito di una foresta morente. Le pareti di resina attorno a loro si contorsero, formando volti sofferenti che emergevano e scomparivano nel legno vivo. Poi, dalla sostanza stessa del luogo, una figura cominciò a prendere forma. Non era un uomo, né una marionetta. Era qualcosa di antico, un guardiano fatto di radici e ricordi perduti. Il suo volto era una maschera di dolore congelato, gli occhi due pozzi neri da cui colava una resina scura e densa. Quando si mosse, il legno cantò una ninnananna funebre. «Hai portato il fuggitivo al giudizio.» La voce non risuonò nell'aria, ma direttamente nelle loro menti, come spine conficcate nel pensiero. Giulio vacillò, il suo corpo che sembrava ricordare un dolore antico. «Io non sono un fuggitivo. Sono un'anima che ha trovato la via di casa.» Il Guardiano inclinò la testa in un angolo innaturale, le sue giunture che scricchiolavano come rami secchi. «La tua casa è l'oblio. Sei un ricordo che ha dimenticato il suo posto. Un amore che ha superato i suoi confini.» Giuseppe si pose davanti a Giulio, il suo corpo vivo e caldo un baluardo contro quella presenza gelida. «L'amore non conosce confini. E lui appartiene a me come io a lui.» Il Guardiano avanzò, ogni passo un tuono nel silenzio innaturale. Le sue dita, simili a radici affilate, si protesero verso Giulio. «L'amore è un debito che si paga in dolore.» «Allora pagherò per entrambi!» gridò Giuseppe, le lacrime che gli solcavano il viso mentre abbracciava Giulio. Ma le dita del Guardiano sfiorarono il petto di Giulio, e all'improvviso la crepa sul suo braccio esplose in mille schegge luminose. Dal legno spezzato uscì non sangue, ma memoria pura - immagini di risate condivise, di notti stellate, di promesse sussurrate nell'oscurità. Il Guardiano respirò quelle memorie, e per un attimo la sua maschera di dolore sembrò incrinarsi. «Così tanto... amore...» la sua voce era ora un eco confuso, «...diventa veleno quando trattenuto troppo a lungo.» «Non è veleno!» urlò Giulio, la sua voce finalmente unita, potente. «È la mia forza! È ciò che mi ha riportato!» Il Guardiano esitò. Le vene luminose nel mondo di resina pulsarono più intensamente, come se il cuore stesso di quel luogo stesse battendo all'unisono con i loro cuori. «Due anime... un unico destino...» mormorò il Guardiano. «Forse... forse il debito non è quello che credevo.» Giuseppe colse quell'attimo di esitazione. Si gettò in avanti, non per attaccare, ma per abbracciare. Le sue braccia umane circondarono sia Giulio che il braccio del Guardiano, in un gesto di unione impossibile. «Prendimi con lui» supplicò. «Dove lui andrà, io verrò. La sua pena sarà la mia. La sua pace sarà la mia.» Un silenzio cadde sul mondo di resina. Il Guardiano li osservò, e nelle sue cavità oculari cominciò a formarsi una luce nuova, calda come l'ambra al sole. «Forse...» sussurrò, «...il vero debito non è della morte verso la vita, ma della vita verso l'amore.» Il terreno sotto di loro cominciò a cedere, ma non in un abisso di dolore. Le radici si intrecciarono attorno ai loro corpi, avvolgendoli in un caldo abbraccio. E mentre il mondo di resina iniziava a dissolversi attorno a loro, Giuseppe seppe che non stavano cadendo nel vuoto, ma venendo restituiti alla luce - più interi, più uniti, più vivi di quanto non fossero mai stati prima. L'ultima cosa che vide furono gli occhi di Giulio - non più di vetro, ma pieni di una luce che conosceva bene, la luce dell'uomo che aveva amato e che ora, finalmente, aveva riportato a casa.
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