2: MATTINO ORE 9:30

1660 Parole
2 MATTINO ORE 9:30Denata Zyka si apprestò a prenotare la fermata, premendo con il dito indice sul pulsante rosso. Lo smalto era in tinta, ma, sbeccato su più unghie, metteva in evidenza una certa trascuratezza della persona. Il sacchetto di plastica appeso al braccio frusciò contro la sbarra metallica alla quale la donna sulla cinquantina si era aggrappata. Una chiazza scura sotto l’ascella testimoniava il suo malessere nel trovarsi all’interno di quel mezzo i cui finestrini parevano bloccati. Qualche passeggero aveva già tentato inutilmente di aprirli. Sentiva il sudore colarle in rigagnoli lungo la schiena e imperlarle la pelle del viso, specialmente la fronte, sulla quale ricadeva una ciocca di capelli tinti di un biondo paglierino, e la parte compresa tra il naso e il labbro superiore. Con la mano libera, prese un fazzoletto dalla tasca dei jeans e si tamponò alla bell’e meglio. C’era uno sgradevole odore di sudore nell’autobus ed era certa che non si trattasse unicamente del proprio. Contava mentalmente i minuti che la separavano dalla fermata. Ancora poco e sarebbe finalmente scesa. Alle 09:32 precise, la linea C sostò alla fermata di via Quintino Sella. Le porte si aprirono con un rumore simile a uno sbuffo e una folata di aria calda invase l’abitacolo. Denata scese i gradini metallici e si trovò in strada. Sperò di trovare un po’ di aria fresca fuori dall’autobus, invece dall’asfalto saliva già un calore rovente nonostante fosse mattino presto. Percorse un tratto di strada in discesa, mentre il bus richiudeva le porte e proseguiva la sua corsa lungo la salita alla volta del Sacro Monte. Sfilando davanti alla maestosa villa in giallo lombardo, formulò il solito pensiero che la coglieva ogni volta: quanto le sarebbe piaciuto abitare là dentro con la sua famiglia. Le mancava tanto, forse troppo. Non si sarebbe mai abituata a quella distanza, che non era solo fisica, era soprattutto mentale, emotiva. Lismor, il suo ex marito, l’aveva lasciata da circa un anno, dopo averle detto, una sera, tornando dal bar, che era solito frequentare con gli amici, che non la sopportava più e non aveva intenzione di trascorrere il resto della sua vita con una donna sciatta come lei. Sul momento, Denata non aveva dato peso a quelle parole, pronunciate da un ubriaco e uscite dalla bocca miste all’odore dell’alcol. Era certa che, dopo una sana dormita, il mattino seguente le avrebbe chiesto scusa per quella sortita infelice, le avrebbe detto che si era trattato di una frase suggerita dal vino, non dal cuore, come già era capitato altre volte. Invece Lismor era crollato sul divano e, al risveglio, si era alzato, si era diretto in camera da letto, aveva aperto l’armadio e aveva cominciato a svuotarlo delle proprie cose, impilandole disordinatamente sopra il materasso. “Che stai facendo?”, gli aveva chiesto visibilmente preoccupata. “Non lo vedi? Preparo la valigia”. “La valigia per fare che?”. “Ma allora non hai capito un cazzo ieri sera”, aveva esclamato senza nemmeno guardarla in faccia. “Ti ho detto che non voglio più stare con te. Me ne vado”. “Te ne vai?”. Aveva ripetuto, quasi in cerca di un’inutile conferma. “Ma perché?”. Lismor allora aveva sollevato gli occhi su di lei che lo guardava con apprensione, mentre un lieve tremore le increspava le labbra. “Ho conosciuto un’altra donna”, aveva detto, smettendo di impilare i vestiti. “Un’altra donna?”. “Ma la smetti di ripetere quello che dico? Ti mollo, ti lascio, mi fai ribrezzo. Ecco, sei soddisfatta adesso?”. Quelle parole le erano giunte come una cannonata in pieno petto. Si era sentita spazzata via in un istante. “E chi sarebbe questa donna?”, aveva trovato la forza di dire con un filo di voce. “Non ti riguarda. Ti dico solo che è una molto più bella di te. Ma ti sei vista? Ti sei ridotta a una balena, non c’è più niente di attraente in te, non hai il minimo amore per te stessa. Come pensi di potermi ancora piacere?”. Denata si era sentita salire un nodo alla gola, le lacrime le avevano invaso gli occhi e offuscato la vista. Non era colpa sua se era diventata così: era stato lui a metterla incinta, via un figlio sotto l’altro, esattamente come aveva fatto suo suocero con la moglie. E adesso, come poteva trattarla in quel modo? Ma, soprattutto, come poteva farcela ad andare avanti senza di lui? Lismor rappresentava l’unica fonte di sostentamento per la famiglia. Lei non possedeva il becco di un quattrino, non avendo mai lavorato, occupata unicamente a crescere i loro sei figli. Se n’era andato così, senza dire altro. Non le aveva nemmeno fatto recapitare la lettera dall’avvocato. Denata era a tutti gli effetti ancora la moglie di Lismor, anche se lui viveva con un’altra donna e non l’aveva più cercata. Si era dimostrato un gran bastardo, perché non si era più preoccupato nemmeno dei figli, che ora vivevano a Coriza con la nonna materna. Le mancavano terribilmente i suoi affetti e li avrebbe voluti lì con sé, in quella grande villa dalle pareti gialle che si era appena lasciata dietro. Imboccò via Adige e percorse un altro tratto di strada sotto il sole cocente. I tacchi, sotto la pressione del peso corporeo, lasciavano l’impronta su un asfalto bollito dal calore di quell’estate rovente. Arrivò davanti all’edificio della sua destinazione, una vecchia villa padronale, da poco ristrutturata. Prese il mazzo di chiavi dalla borsetta e aprì il cancello pedonale. Percorse il vialetto di sampietrini e raggiunse l’ingresso. Inserì la chiave nella porta e la aprì. Meno male all’interno c’era meno caldo. Le pareti spesse della vecchia casa isolavano abbastanza bene i locali. Posò la borsa sull’attaccapanni, sfilò i sandali e tirò fuori dal sacchetto di plastica le ciabatte infradito. Dispose con ordine le scarpe accanto allo zerbino e si diresse verso lo sgabuzzino in fondo al corridoio, a ridosso dell’ingresso della cucina. Prese scopa, aspirapolvere, spazzolone, secchio e straccio, poi cercò sugli scaffali un detersivo adatto per lavare i pavimenti. Avrebbe cominciato dal piano terra: ingresso, cucina, bagno e, per ultimo, soggiorno, come di consueto. Nelle pulizie era metodica più che mai. Nel pomeriggio si sarebbe dedicata al piano superiore: tre camere da letto, due bagni e studio. Diede una passata con la mano al pavimento dell’ingresso: era ancora pulito. Cercò di guardare il marmo in controluce: nessun alone. Non sarebbe stato necessario lavarlo, sarebbe bastata una passata con il panno cattura polvere. Conosceva bene la maniacalità del suo datore di lavoro e quanto tenesse ad avere la casa linda, però, diamine, su quel pavimento ci avrebbe pure potuto mangiare! Arrotolò il grande tappeto Shiraz e lo spostò ai piedi della scala che portava al piano superiore, inserì la spina dell’aspirapolvere nella presa della corrente e cominciò a passare il pavimento, iniziò a muovere ritmicamente la macchina avanti e indietro. Soltanto dopo avrebbe passato lo swiffer, per raccogliere la polvere residua, sempre che ce ne fosse. Era una fortuna che in quella casa non vivessero animali. Ricordava bene cosa volesse dire raccogliere peli di gatto e di cane quotidianamente, dal momento che a Coriza aveva vissuto per anni con un persiano dal pelo lungo e con un labrador. I peli erano una vera ossessione: non ce ne si liberava mai. Le sovvenne una canzone della Oxa, la sua cantante preferita. Chissà che fine aveva fatto quella voce meravigliosa. Albanese come lei, in pochi, forse, lo sapevano. Anche lei, per qualche tempo, aveva abitato a Varese. Che strana coincidenza. Chissà se era felice oppure no... Mentre formulava questi pensieri, cominciò a canticchiare. Quanti ricordi dietro me Li segnerò nel diario della vita E terrò quei vecchi batticuori nel presente mio Di bianco e rosso vestirò. Sarò un angelo per te Quella donna che puoi stringere sul cuore Ma se occorre come il sole i tuoi sensi accenderò E piano piano poi li spegnerò. Gran bella donna la Oxa... Fosse stata anche lei così, sicuramente suo marito non si sarebbe cercato un’altra. A ripensare all’ultima volta in cui aveva visto Lismor, le salirono le lacrime agli occhi. Le sue parole bruciavano ancora, come alcol su una ferita aperta. Se si fosse messa a dieta, magari ce l’avrebbe fatta a conquistare una linea aggraziata e a essere ancora attraente, come quando lo aveva conosciuto e gli aveva fatto perdere la testa. Scrollò il capo. «Che pensieri idioti, Denata», disse ad alta voce. «Chi potresti più conquistare alla tua età? Chi vorrebbe mai una donna con sei figli, senza cultura, senza ambizioni, se non quella di lucidare a specchio un pavimento?». Tirò su col naso e ricacciò le lacrime con il dorso della mano. Terminato l’ingresso, venne il momento della cucina. Raccolse le sedie e le mise rovesciate sul tavolo, quindi cominciò a passare la scopa sulle piastrelle. Subito dopo, riempì il secchio di acqua calda e vi versò il detersivo che profumava di limone. Passò lo straccio con lo spazzolone e, nell’attesa che il pavimento asciugasse, si dedicò alla pulizia del bagno. Era un bagnetto piccolo, quelli belli erano ubicati al piano superiore, con tanto di vasca idromassaggio e quella che il suo datore di lavoro chiamava doccia emozionale, impreziosita di luci colorate ed essenze che scendevano insieme all’acqua. Questi ricchi... Ora mancava solo il soggiorno, dopodiché avrebbe fatto una meritata pausa. Entrò canticchiando un altro motivo della Oxa, aspirapolvere tra le braccia. Sarebbe facile guardarsi Appena e scivolare via Ma la mano mia cade nella tua E col fatto che si resta amici Com’è giusto che sia Scarto l’idea di domandare a te Senza di me cosa si fa Nei pomeriggi troppo blu Senza me chi sarà A darti un bacio di più Sarebbe inu... L’aspirapolvere le cadde dalle braccia, schiantandosi con gran rumore sul pavimento. Denata si portò una mano alla bocca. «Zoti i shenjtë!».
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