3«Buongiorno, Dottoressa». La voce del commissario capo Auteri investì il P.M. al suo ingresso nel soggiorno della villa. Il materiale plastificato dei copriscarpe azzurri accompagnò i passi della Macchi.
«Brutta morte», commentò il commissario capo, indicando con un cenno della testa la vittima.
La scena che si era aperta alla vista del P.M. era a dir poco sconvolgente: un uomo giaceva legato su una sedia, mani e caviglie immobilizzate con dei bloccacavi, un sacchetto di cellophane sulla testa, fissato con del nastro adesivo intorno al collo. Attraverso la plastica trasparente se ne poteva vedere il volto: gli occhi erano sbarrati, in un’espressione mista di terrore e dolore, la bocca spalancata, come fosse stata ancora in cerca di ossigeno o di lanciare un ultimo spaventoso grido, la pelle bluastra.
La mano sinistra presentava amputazioni delle falangi al dito mignolo e anulare.
Sul pavimento, all’altezza della stessa, una pozza di sangue ormai rappreso. Due moncherini spiccavano sul marmo lucido. Davano quasi l’impressione di essere finiti lì per caso, come oggetti inanimati caduti dal grembo del cadavere. Invece erano parte di quel corpo inerte che li fissava muto. Poco distante, una striscia di spesso nastro adesivo.
Alcuni agenti della scientifica, avvolti nelle tute bianche, stavano esaminando accuratamente il cadavere. Uno di loro registrava vocalmente la descrizione del corpo con un apparecchio elettronico, prima che questo fosse rimosso, documentandone lo stato. Tutte le operazioni eseguite sarebbero servite in seguito per la stesura del verbale di sopralluogo tecnico.
«Cosa si sa della vittima?», domandò il magistrato, portandosi una mano alla fronte. Faceva un caldo infernale lì dentro con tutta quella gente indaffarata a raccogliere prove. L’aria era satura di umori corporei.
«Enea Maggi, quarant’anni, single, imprenditore», si affrettò a rispondere il commissario capo.
Elena Macchi si avvicinò al corpo. Lo osservò attentamente. Attraverso il sacchetto, notò qualcosa sul collo.
«Avete già fotografato il cadavere?», domandò rivolta a un agente della scientifica. L’uomo in tuta confermò.
«Datemi un paio di guanti di lattice». Il magistrato non perse tempo e con movimento nervoso delle mani invitò l’agente a eseguire l’ordine celermente.
Li infilò e scostò leggermente il nastro che bloccava il sacchetto. Quella che le era parsa una macchia indefinita, forse una voglia, si rivelò essere un tatuaggio sul collo della vittima: una scritta, Keep Calm, contornata da una decorazione astratta, all’apparenza senza alcun significato.
«Keep Calm...», lesse ad alta voce. «Dubito che tu sia riuscito a mantenere la calma in questa situazione, caro signor Maggi». Lo disse alla volta del cadavere, come se potesse sentirla. Estrasse quindi dalla tasca della giacca di lino il suo cellulare e fotografò il lavoro eseguito da un tatuatore mediocre, viste le sbavature della scritta e l’imprecisione del tratto. Si guardò attorno scrutando attentamente il locale, in cerca di qualcosa, un indizio forse sfuggito agli altri o qualche elemento che potesse rivelarsi di una certa importanza.
Auteri la osservava senza proferire parola, quasi sospeso, in attesa che fosse lei a parlare per prima.
Il soggiorno era arredato con grande gusto estetico, un misto di antico e moderno che non stridevano affatto accostati tra loro. Una scrivania in legno intarsiato faceva mostra di sé a ridosso della parete, di fronte alla sedia sulla quale giaceva il corpo di Enea Maggi. Era sovrastata da una libreria a ponte che ospitava oggetti vistosi di argenteria e cristalleria piuttosto che libri, indice che la vittima non doveva essere un gran lettore né un uomo di cultura. Erano pochi i volumi esposti, per lo più fumetti. Elena Macchi si avvicinò per verificare meglio: non si era sbagliata. Il signor Maggi pareva essere un appassionato di Diabolik, dal momento che c’era una sezione tutta dedicata al personaggio. Scrivania e libreria conferivano una certa maestosità all’ambiente ma soprattutto una grande formalità e pomposità. Trovò che la cosa fosse in netto contrasto con l’aspetto fisico del proprietario della villa: probabilmente tatuato anche in altre parti del corpo, capelli rasati. Non aveva certo l’aria dell’uomo raffinato, dell’intellettuale. Magari la scrivania era un’eredità acquisita da qualche parente. Così pure la sedia sulla quale si trovava legato, nello stesso stile di scrivania e libreria e con la seduta imbottita color panna, ora tutta macchiata di sangue. Il resto del locale, tappeto a parte, anche quello decisamente di gran pregio, vista la fattura con la trama fitta e le decorazioni a carattere orientale, sfoggiava un arredo ultra moderno che si confaceva maggiormente al personaggio. Elena Macchi non riusciva a spiegarsi il perché, ma il soggetto in questione non le ispirava alcuna simpatia. Non doveva averne ispirata nemmeno al suo carnefice, che si era accanito su di lui con una crudeltà, più che disumana, quasi bestiale. Doveva trattarsi di una mente fredda e lucida, per avere agito in quel modo così determinato. Una tortura studiata ad hoc. Elena si voltò verso il cadavere. «Perché il tuo aguzzino ce l’aveva così tanto con te?».
«Chi ha rinvenuto il cadavere?». Il magistrato si rivolse ad Auteri che la fissava in silenzio. Sul volto abbronzato del commissario capo si stirò una ruga profonda al lato della bocca, quando parlò: «Denata Zyka, la donna che viene per le pulizie. Albanese».
“Non potevi fare a meno di specificarlo, vero?”, la Macchi assottigliò lo sguardo.
«È di là in cucina».
Il P.M. uscì dal soggiorno, seguita dal capo della polizia. Insieme raggiunsero la Zyka.
Il locale sembrava l’esposizione di un mobiliere, tipico di chi praticamente lo usa poco, se non mai. O forse era tutto merito di quel donnone abbandonato su una sedia, i gomiti appoggiati sul tavolo, che si teneva la testa tra le mani, tirando talmente forte la cute sulle tempie, da produrre l’effetto occhi a mandorla. L’espressione del suo viso era ancora sconvolta.
«Buongiorno», esordì il magistrato.
Denata ebbe un sussulto, come se il suono di quella voce l’avesse riportata presente alla situazione. Si mise in posizione eretta sulla sedia, le braccia abbandonate in grembo.
«È in grado di riassumere brevemente i fatti?», riprese il magistrato. «A che ora è arrivata?».
La donna puntò lo sguardo all’indirizzo della Macchi. «Alle 09:30 circa, come faccio tutti i lunedì e i mercoledì. Sono entrata…».
«Come ha fatto a entrare?», la interruppe il P.M.
«Ho le chiavi».
«E come ha fatto col sistema di allarme? Perché ho notato che la villa ne è dotata».
«Non era in funzione. Il signor Enea, le mattine in cui venivo, lo lasciava disattivato, perché io non ero in grado di…».
«Bene, continui».
Elena Macchi avvertì un rigagnolo di sudore scorrerle tra i seni e scivolare lungo il ventre. Non si respirava lì dentro.
«Una volta nell’ingresso, ho preso dallo sgabuzzino scopa, aspirapolvere, spazzolone, secchio e straccio, poi il detersivo per lavare i pavimenti, ho cominciato a pulire, e quando sono entrata nel soggiorno...». Denata Zyka si bloccò e riportò le mani alla testa.
Il magistrato non si scompose e non le diede il tempo di riprendersi. Non vedeva l’ora di uscire di lì e salire a bordo della sua auto con l’aria condizionata a palla. «Entrando, ha notato qualcosa di insolito? Che so, qualche cosa fuori posto?». Buttò fuori quelle parole quasi soffiando. Quindi si voltò verso il commissario capo. «Auteri, prenda un paio di guanti e apra la finestra, per l’amor del cielo! Qui non si resiste».
«No, non mi sembra», proseguì la donna con voce incerta.
«Grazie, dirò a un agente di riaccompagnarla a casa».
Elena Macchi uscì dalla cucina e tornò nel soggiorno.
Si avvicinò al medico legale. «Non le chiedo quale sia stata la causa della morte, perché mi sembra del tutto evidente».
Il dottor Gianciotto annuì.
«Ha un’idea circa l’ora del decesso?». Il magistrato estrasse un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni in lino e se lo passò sul collo.
«Così, su due piedi, direi tra le 21:00 e le 23:00 di ieri sera».
Il P.M. calzava un paio di mocassini leggeri. Il tacco basso, quadrato e vuoto, produsse un suono secco sui sampietrini del vialetto.
Al di là del nastro che delimitava tutto il perimetro della villa di via Adige, si era assiepata una piccola folla di curiosi e di giornalisti. Il P.M. anticipò le immancabili domande dei cronisti, non appena lei e il capo della polizia ebbero varcato il cancello. «Nessun commento».
Un agente sollevò il nastro per farli passare.
Una volante attendeva il commissario capo proprio rasente il muro di cinta dell’edificio.
L’Audi bianca della Macchi era in sosta poco più in là. Auteri la accompagnò fino alla vettura. Il P.M. dubitò che si trattasse di un gesto di cortesia, visto il loro rapporto fatto di continui attriti e scarsa sopportazione reciproca. Una volta davanti alla macchina, Auteri rivelò lo scopo di quell’apparente galanteria: «La donna delle pulizie ha detto di essere entrata usando le sue chiavi, quindi cancello e portoncino non erano aperti. Non le sembra strano?».
Elena Macchi aprì la portiera con il telecomando. Le frecce lampeggiarono con un suono simile a un cinguettio. «No, ho controllato quando sono arrivata: sia il cancelletto che il portoncino si richiudono automaticamente a scatto, una volta accostati».