Capitolo 2: La Caduta

845 Parole
Élianor Le porte del liceo Saint-Exupère si aprono come una gola che inghiotte il suo carico di prede. Il rumore è assordante, un frastuono di risate, grida, armadietti che sbattono. Mi ci infilo facendomi più piccola possibile, lo zaino stretto al petto come uno scudo. È un'illusione. Qui, sono nuda. Il corridoio è un tunnel di prove. Gli sguardi si posano su di me, pesanti e insistenti. Sorrisetti, sussurri che si interrompono bruscamente al mio passaggio. Fisso la linea delle mattonelle sul pavimento, una linea di fuga immaginaria che non porta da nessuna parte. — Ehi, fai attenzione! Occupi tutto lo spazio! Una spalla mi urta, volontariamente. È Matthias, il capitano della squadra di calcio, circondato dai suoi scagnozzi. Ridacchiano. — Scusa, non avevo visto il muro, aggiunge, falsamente contrito. Il mio viso va a fuoco. Mormoro un "scusa" appena percettibile e affretto il passo. Il mio rifugio è il fondo dell'aula di francese, l'ultimo banco, contro il termosifone. Un posto dove posso confondermi, diventare un mobile. Ma oggi, qualcosa non va. I sussurri sono più numerosi, più insistenti. Le risatine soffocate scoppiano appena entro in una stanza. Gli sguardi brillano di un'eccitazione malsana. Liora, incrociata davanti ai bagni, ha un sorriso da gatto che ha ingoiato il canarino. Un sorriso che gela il sangue. — Buona giornata, sorella mia, mi lancia con voce zuccherina, troppo dolce. La trappola scatta all'ora di pranzo. La mensa è il cuore pulsante della gerarchia scolastica, e io non trovo posto da nessuna parte. Prendo il mio vassoio, le mani sudate, e mi dirigo verso un angolo isolato, come al solito. All'improvviso, un clamore si leva vicino alle porte. È il gruppo di Liora. Hanno montato un proiettore e uno schermo pieghevole. Una folla inizia a radunarsi, eccitata. — Cosa succede? chiede qualcuno. — È il concorso della bestia del liceo! annuncia Liora, il sorriso sulle labbra. Abbiamo fatto un montaggio per eleggere l'esemplare più... memorabile. Una risata generale si leva. Il mio stomaco si stringe, un nodo di ghiaccio. Voglio fuggire, ma i miei piedi sono inchiodati al suolo. Lo schermo si accende. E sono io. Una mia foto, in primo piano, rubata mentre mangiavo da sola, il viso gonfio, le guance piene. La folla urla dalle risate. Un'altra foto appare: io, di spalle, i jeans troppo stretti che modellano fianchi sproporzionati. Le risate raddoppiano. — E il grande vincitore è... Élianor la Balena! grida un ragazzo a cui non ho mai rivolto la parola. Le lacrime mi salgono agli occhi, brucianti, umilianti. Voglio urlare, ma non esce alcun suono. Voglio sparire. È a questo punto che il video inizia. È un video girato con un telefono, tremolante. Mi si vede, lo scorso fine settimana, al ballo annuale della città. Una serata in cui mi ero costretta ad andare, sperando in un miracolo che non sarebbe mai arrivato. Ero rimasta nel mio angolo, a bere una bibita, invisibile. Fino a quando Théo, un ragazzo dell'ultimo anno, popolare e bello come un dio, si avvicina a me. Ricordo quel momento. Il mio cuore aveva fatto un balzo. Mi aveva sorriso. — Vuoi ballare? aveva detto. Avevo creduto al miracolo. Il video mostra la scena. Mi si vede, rossa, esitante, accettare. Poi, sulla pista, mentre una musica lenta inizia, si china verso il mio orecchio. Il microfono del telefono deve aver captato la sua voce. La sua vera voce. — Sai, Élianor, nessuno ti vorrà mai. Sei grassa, sei brutta, e puzzi di solitudine. Ballare con te è il prezzo che ho pagato per una scommessa. Sei solo uno scherzo. Il silenzio cala sulla mensa. Un silenzio di morte. Poi, la risata esplode. Una risata scatenata, isterica, che sembra voler far tremare i muri. Centinaia di paia d'occhi sono puntati su di me. Li vedo, quegli occhi, brillanti di cattiveria, di godimento. Vedo il viso di mia sorella, raggiante, in prima fila. Sono lo scherzo. La caduta. La bestia. Il mio corpo intero trema. Le lacrime scendono ora, calde e salate sulle mie labbra. Lascio cadere il vassoio. Si schianta al suolo con un rumore di stoviglie rotte che si perde nelle risate. Giro i tacchi, e corro. Corro come una pazza, urtando persone, accecata dal pianto. Le risate mi inseguono, risuonano nel corridoio, si attaccano alla mia pelle come pece. — Brava, la balena! — Piange! Guardate, piange! — Corri, cicciona, corri! Spingo la pesante porta dell'istituto e precipito giù per i gradini. La vergogna non è più un sentimento. È una sostanza, spessa, nera, che mi riempie i polmoni, che mi ostruisce la gola. Scorre nelle mie vene al posto del sangue. La città intera ha visto. La città intera ha riso. La mia famiglia, i miei compagni, i miei vicini. Corro senza sapere dove vado, le guance rigate, il cuore in frantumi. Ogni risata è una coltellata. Ogni sguardo un veleno. Sono nuda. Sono sporca. Non sono più niente. La caduta è totale. E in fondo a questo abisso, qualcosa nasce. Una scintilla. Infima, annegata nell'oceano di vergogna. Una rabbia fredda, che aspetta solo il suo momento.
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