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"La rivincita di un'umiliata"

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Trafiletto

Élianor è una giovane donna la cui esistenza è stata una lunga sofferenza. A causa del suo peso, è stata per tutta la vita bersaglio di scherni, sia in famiglia che in tutta la città. Le mura della scuola sono state per lei il teatro di un bullismo quotidiano e spietato.Il suo calvario raggiunse l'apice durante un'umiliazione pubblica, così crudele e violentemente orchestrata che si ritrovò coperta di un'infamia indelebile agli occhi di tutti. Spezzata e rosa dalla vergogna, non ebbe altra scelta che fuggire da quella città divenuta un inferno.Il suo esilio fu segnato da un ulteriore dramma: partì, portando in grembo un figlio di cui ignorava la paternità, frutto possibile di un'ultima violenza o di una relazione disperata.Cinque anni dopo, Élianor fa il suo ritorno. La ragazza timorata e ferita è scomparsa. Al suo posto si erge una donna di una bellezza mozzafiato, magra e raggiante, dotata di una potenza e di un'autorità che non possono essere contestate. Torna sulla terra del suo vecchio incubo con un'unica e sola ossessione: vendicarsi con fredda metodicità di tutti coloro che l'hanno spezzata, e far pagare all'intera città il prezzo della sua indifferenza e della sua crudeltà.

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Capitolo 1: La Cenere
Élianor Lo specchio nell'ingresso è il mio primo nemico della giornata. Abbasso gli occhi troppo tardi. Ho già visto la massa informe, il viso troppo tondo, il maglione beige che tira in tutti i punti che vorrei nascondere. Ho diciassette anni, e il mio riflesso è quello di un'ombra, spessa e mal definita. Un grugnito dietro di me. — Blocchi il passaggio, Élianor. Non ci si può più muovere in casa propria per colpa tua. La voce di mia sorella, Liora, è una mannaia. Si infila davanti a me, magra e cattiva come un serpente, il suo corpo da atleta del liceo che scivola nello spazio senza sforzo. Il suo sguardo mi scruta, un ghigno di disgusto sulle labbra. — Davvero, prova a stare dritta. Sembri un sacco di patate. E quel maglione... cosa dovrebbe nascondere, esattamente? La vergogna? Stringo i denti, il cuore che batte all'impazzata. Ogni parola è una puntura, precisa e familiare. Mi schiaccio contro il muro, la vernice fredda attraverso il tessuto, desiderando di poter sparire tra i fiori della carta da parati. Sono a casa mia, eppure sono di troppo. Un mobile ingombrante. A tavola, la colazione è un altro campo minato. L'odore del pane tostato, che dovrebbe essere confortante, è un odore di giudizio. Mia madre fa un sospiro teatrale vedendomi prendere una fetta di pane. — Ancora pane, tesoro? Sai, con la tua... costituzione, forse bisognerebbe pensare alla frutta. Una mela, è così rinfrescante. Dice "costituzione" come si direbbe "malattia vergognosa". Non mi guarda mai veramente in faccia, il suo sguardo scivola su di me come su una macchia ostinata. Mio padre, dietro il suo giornale, rincara la dose senza nemmeno alzare gli occhi. La sua voce è un editto, lontano e inappellabile. — Ha ragione, Élianor. L'obesità è una malattia. Ci vogliono disciplina. Volontà. Guarda tua sorella. Liora, appunto, ridacchia, spalmando uno strato generoso di burro e marmellata sulla sua fetta di pane. — La disciplina, lei non sa cosa sia. L'unica cosa che sa fare bene è riempire il piatto. E anche lì, spesso ne mette fuori. La sua risata, acuta, trafigge la stanza. Abbasso la testa, le guance in fiamme. La fetta di pane che mastico ha il sapore della cenere e del senso di colpa. Ogni boccone è un peccato, ogni masticazione una prova schiacciante della mia mancanza di volontà. Sono il loro capro espiatorio designato, il difetto di fabbricazione di questa famiglia che si vuole perfetta. Il loro disprezzo è una cappa di piombo che mi schiaccia un po' di più ogni giorno, seppellendomi sempre più in profondità. La strada che porta al liceo è un calvario che percorro ogni mattina, con un nodo allo stomaco. Ho diciassette anni, e dovrei sognare la libertà, i primi baci, il futuro. Invece, sogno l'invisibilità. Gli sguardi dei passanti scivolano su di me, si distolgono con un'indifferenza crudele o un divertimento malcelato. Sussurri che crepitano come un fuoco di sterpaglie. Risatine soffocate che mi frustano la nuca. Riconosco alcuni volti. Ex compagni di classe che fingono di non vedermi. Vicini che scuotono la testa con una finta pietà. — Attenzione, arriva, mormora una voce proveniente da un portone. — Spostati, la nave entra in porto, lancia un altro, più forte, dall'altro lato della strada. Fisso il marciapiede davanti ai miei piedi, l'asfalto crepato, le gomme da masticare schiacciate. Cerco di rendere il mio corpo più piccolo, meno visibile, di contrarre le spalle, di tirare in dentro la pancia. Invano. La mia stessa esistenza è un fastidio, un'anomalia nel paesaggio ordinato e pulito di questa piccola città di provincia. Sono la grassa. La grassa Élianor. Quella di cui ridono tra una lezione e l'altra. Quella per cui provano pietà, a volte, con uno sguardo furtivo e subito distolto, prima di voltarsi per partecipare meglio allo scherno generale. Cammino, a testa bassa, portando il peso del loro sguardo. Portando il peso della mia famiglia. Portando il peso della mia stessa carne, diventata una prigione da cui non so come fuggire. Ogni passo è un'umiliazione. Ogni respiro, una vergogna. A diciassette anni, sono già una rovina, e il giorno è appena iniziato. Il peggio, lo so, mi aspetta dietro le porte del liceo.

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