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1890 Parole
1 Olivia, la moglie di Braccio di Ferro. Elia constatò che i bambini di quattro anni gli arrivavano appena al ginocchio, quelli di cinque un po' più su. Lo sapeva che erano molto bassi, soprattutto rispetto a lui che era molto alto, lo sapeva perché ne arrivavano diversi anche al pronto soccorso, ma erano per lo più sdraiati e comunque vederli uno alla volta era diverso che vederli in branco assembrati in un asilo, urlanti e scatenati. In quel momento non riusciva a venirgli in mente perché aveva accettato di tenere delle lezioni sulla sicurezza in un asilo... il fatto che non riuscisse a dire di no alla sua amica Anna, non poteva essere un motivo sufficiente per trovarsi assediato come Gulliver dai Lillipuziani. Quindi era in piedi nell'atrio dell'asilo accerchiato da una folla di nani urlanti. Due settimane prima, quando si trovava ancora a New York e aveva fatto un turno di venti ore in ospedale a seguito di un grosso incidente, era abbastanza sicuro di non essere stato così teso e così preoccupato come in quel momento rispetto all'esito del suo intervento. Suturare, tracheotomizzare, amputare, quelle sì che erano cose alla sua portata, illustrare norme di sicurezza in un asilo, cominciava a sembrare una cosa un tantino agghiacciante. - Dottor Martinelli, che piacere. Una voce adulta, che sollievo! Elia si voltò di scatto e vide una donnina poco più alta dei bambini spuntare da una porta. Era sulla cinquantina, rotondetta e dall'aria innocua, la vide alzare l'indice e quel gesto da solo paralizzò la folla di nani. - Bambini andate nelle vostre aule – disse piano. I nani si dileguarono di colpo. Spariti. In meno di un minuto l'atrio era vuoto. Elia osservò con curiosità quell'indice alzato apparentemente normale... non gli parve di avvistare nessuna scintilla magica. - Salve, sono la direttrice Clara Rapaggi – proseguì la donnina diabolica allungando una mano minuscola a Elia che la strinse con la sua che era invece enorme e lunghissima – Venga, l'accompagno dalla maestra Teresa Colli, responsabile della sicurezza - Attraversarono un corridoio allegro e agghindato di pannelli disegnati dai bambini, la direttrice davanti ed Elia dietro, che cercava di non calpestarla con le sue lunghe falcate. Effettivamente un uomo alto più di un metro e novanta era veramente over size in quegli spazi progettati per esserini sotto il metro e dieci. L'aula della maestra Teresa era semivuota, c'erano solo due bambini, un bambino e una bambina, seduti a un tavolo intenti a disegnare. Erano chini sullo stesso disegno e lei parlava con lui fitto fitto a bassa voce. Si accorsero subito, però, che era entrato qualcuno e il bambino, alzando lo sguardo salutò i due intrusi: - Ciao. La maestra è su che mette a letto gli altri. - Grazie, Matteo – disse la direttrice rivolta al bambino – temo, dottore, che lei sia un po' in anticipo... - proseguì guardando Elia che la sovrastava di mezzo metro. - Anna mi ha detto di essere qui alle due. - Un piccolo equivoco. Alle due le insegnanti sono impegnate a far addormentare i bambini... perché non si siede e non l'aspetta? In quel momento comparve sulla porta una signora e Matteo si alzò di scatto per andarle incontro. Era la sua mamma che veniva a prenderlo. La giovane signora scambiò due parole con la direttrice mentre Matteo confabulava con la sua amichetta, seguirono altri saluti, poi Matteo e sua madre se ne andarono. - Toccherà a te, Olivia, intrattenere il dottor Martinelli – disse la direttrice. Olivia si alzò e si avvicinò al gigante che torreggiava nel centro dell'aula. Per guardarlo in faccia piegò la testolina riccia indietro e le treccine nere le scivolarono sulla schiena. - Dottor Martinelli, ho un appuntamento fra dieci minuti, – spiegò la direttrice – ma se avrete bisogno di me, mi troverete nel mio ufficio. Detto questo la direttrice uscì di scena non senza dare una strizzatina d'occhio alla piccola Olivia. Rimasto solo con quella minuscola bambina, Elia cominciò a guardarsi intorno per individuare un modo per passare il tempo. - Siediti – sentì ordinare dalla vocina di Olivia. Elia cercò con lo sguardo un posto per sedersi. C'erano sedie e panche, tutte rasoterra, Elia le guardò una ad una non sapendo quale scegliere, visto che per il suo corpo chilometrico non sarebbe stato possibile adattarsi a quei mobili bassissimi senza ripiegarsi in modo scomodo e innaturale. La bambina intuì il suo imbarazzo e cominciò a ridacchiare: - Sei troppo lungo. - Già... - Ci sono i gradoni. L'indice minuto della piccola gli indicò la parete in fondo all'aula alla quale era appoggiata una piccola gradinata in tre livelli. - Lì ci facciamo l'assemblea al mattino – spiegò prendendolo per mano e facendolo avvicinare. Elia si sedette nel gradone di mezzo e appoggiò i piedi a terra, ecco così era abbastanza comodo. La bambina gli si sedette accanto, le gambine infilate nei calzettoni a righe poggiavano comode sul primo ripiano. Soddisfatta della soluzione appena pensata, si voltò verso di lui e gli rivolse il primo sorriso: - Mi chiamo Olivia – si presentò. - Piacere, Elia – lui le tese la mano e lei ci fece sparire dentro la sua. Faceva un certo effetto stringere una mano così piccola. Dopo i convenevoli Elia appoggiò le braccia alle ginocchia e Olivia lo imitò. Era decisamente una bambina buffa. - Mi chiamo Olivia, come la moglie di Braccio di Ferro – proseguì lei. - Che idea originale. - Il mio papà... è stato il mio papà a volermi chiamare Olivia, a lui piaceva molto la moglie di Braccio di Ferro... la mamma dice di essere molto più carina, però. - Me lo auguro per il tuo papà. Olivia sospirò. - Ha detto la direttrice che sei un dottore. - Mh... mh... - Sai curare tutte le malattie? - Nessuno sa curare tutte le malattie. - Ne sai curare molte, allora? - Abbastanza. Olivia lo guardava con crescente interesse. Seduta lì accanto a lui appariva ancora più piccola di quanto non fosse in realtà. Anche se aveva appena compiuto sei anni, era molto minuta, e il confronto con l'imponenza di Elia la faceva sembrare un Bonsai. - Come te la cavi con gli ittus? - Intendi ictus? - Mh – confermò la bambina non distogliendo lo sguardo. Era evidente che c'era qualcosa di personale in ballo, per cui Elia intuì di dover tergiversare. - Dipende... - Non è che ci puoi pensare. Devi essere veloce quando uno ha un ittus. Sì, c'era decisamente in ballo qualcosa di personale. - Quanti anni hai? - Sei. Cosa c'entra, scusa? - Devo sapere quanti anni hai per pensare una spiegazione adatta alla tua età... - non la stava assolutamente fregando, ma stava prendendo tempo e forse la sua maestra sarebbe finalmente venuta a salvarlo. Olivia si alzò in piedi e gli spostò le braccia dalle ginocchia: - Posso sedermi? - Non eri già seduta? - Voglio sedermi sulle tue ginocchia. Non attese una risposta e gli salì a cavalcioni sulle gambe. A quel punto erano uno di fronte all'altro, gli occhi verde scuro della bambina erano fissi in quelli turchesi di Elia. Lui era leggermente imbarazzato. Aveva trentotto anni, ma i bambini li frequentava solo quando arrivavano al pronto soccorso e in quel frangente non avevano tutta quella intraprendenza... anche se Elia sospettava che tutta quella intraprendenza non fosse esattamente di serie nei bambini di sei anni. - Dicevamo degli ittus – lo incalzò. - Cosa vuoi sapere? - Se si possono curare. - A volte sì e a volte no. Olivia sbatté le ciglia in modo molto teatrale. Mi prendi per scema? Dicevano quegli occhioni verde petrolio. - Questa sarebbe la risposta adatta ai sei anni? Elia sogghignò. - Tu quanti ne hai curati? - proseguì Olivia. - Abbastanza. - Abbastanza non è un numero. - Non li ho contati. Olivia sbuffò. Fece una specie di piroetta su se stessa e cambiò posizione senza scendere dalle ginocchia di Elia. Dopo essersi voltata, si appoggiò con la schiena al torace di lui e allungò le gambe sulle sue lunghe cosce, i piedini minuscoli, calzati da un paio di ballerine rosse a pois bianchi, penzolavano oltre le ginocchia del dottore. - Mio padre ha avuto un ittus – chiarì la bambina. Elia deglutì. Perché la maestra non arrivava? - Mi manca molto – continuò Olivia evitandogli così il dilemma se chiedere o meno della guarigione. - Capisco... - rispose Elia appoggiando le sue mani lunghissime sui minuscoli ginocchi della piccola. - Mi insegnava a raccontare le balle senza farmi beccare – continuò lei. - Utile. - Non sono mai riuscita a fregare mia madre, però... e nemmeno mio nonno Vittorio. Su quell'ultima battuta, prima che il cuore di Elia esplodesse sporcando di sangue tutta la sezione dell'asilo, comparve sulla soglia dell'aula una distinta signora molto giovanile. - Nonna! - gridò Olivia. La signora rimase immobile sulla porta a guardare sua nipote che scendeva con agilità dal corpo ripiegato del gigante su cui era seduta. Olivia ed Elia erano insieme. E stavano chiacchierando. La bambina saltò i gradoni e corse incontro alla signora che istintivamente si chinò per farsi baciare. Nonostante si fosse abbassata e stringesse il corpino minuto di sua nipote, la signora non riusciva a levare lo sguardo dall'uomo che, pallido come uno straccio, si stava a sua volta alzando dalla gradinata. - Ciao Elia – disse Anna alzandosi, andandogli incontro e allungando una mano per accarezzargli una guancia – Bentornato a casa. - Lo conosci?! - esclamò Olivia stupita nel vedere sua nonna compiere quel gesto. - È un vecchio amico – spiegò Anna guardando la sua nipotina. - Un vecchio amico che ha un milione di domande da farti – puntualizzò Elia paralizzato dall'emozione. - Non un milione, ne hai una sola – gli rispose Anna con un sorriso che conteneva in egual misura tristezza e speranza. Un sorriso così Elia non l'aveva mai visto. Dei passi si udirono alle loro spalle. Era la maestra Teresa che scendeva dal soppalco dove i bambini facevano il riposino pomeridiano. Con tutti i momenti in cui avrebbe potuto arrivare e levarlo dall'imbarazzo, sceglieva proprio quello in cui avrebbe voluto mettere Anna alle strette. - Il dottor Martinelli, immagino – disse la maestra porgendogli la mano. - Piacere, Elia – rispose lui. - Teresa Colli... mi spiace se ha dovuto aspettare. - Gli ho fatto compagnia io – s'intromise Olivia che sembrava ancora più bassa in piedi accanto ad Elia. - Grazie Olivia. Sei stata molto gentile – la ringraziò la maestra. - Noi andiamo – soggiunse Anna rivolta ad Elia - …passa a trovarci, ok? - Sì, Anna. - Ciao Elia – lo salutò Olivia. - Ciao Olivia – le rispose lui. Anna si voltò a guardarlo un paio di volte prima di uscire dall'aula. Era proprio Elia, ed era tornato a casa e aveva appena conosciuto Olivia... e aveva capito una marea di cose. Elia acconsentì a tutte le richieste della maestra Teresa senza nemmeno rifletterci un attimo. Quando mezz'ora dopo cercava la sua auto nel parcheggio dell'asilo poteva anche aver accettato di aprire un ambulatorio per gatti randagi nel cortile della scuola senza averne la minima consapevolezza. Non riusciva a pensare a niente che non fosse Olivia, che era senza ombra di dubbio la figlia di Chiara e di Lorenzo. Anche senza l'arrivo di Anna avrebbe potuto capirlo, quella bambina era la riduzione in scala di suo padre: stessi occhi verde petrolio, stessi ricci neri, stessa faccia espressiva... il tutto innestato nel corpo minuto di sua madre, insieme al suo acume e al suo spirito diretto. Quindi Chiara aveva avuto una bambina. Niente di strano, quando la gente si sposa è abbastanza normale che metta al mondo dei figli. E Chiara s'era sposata otto anni prima con Lorenzo... e Olivia aveva sei anni. E c'era di mezzo un ittus . Seduto in macchina, Elia si passò le mani tra i capelli. Sudava e batteva i denti, gli otto anni che s'era tenuto alla larga, molto alla larga visto che era andato a lavorare a New York, s'erano condensati, scompigliati, buttati all'aria nella mezz'ora che aveva passato all'asilo mentre aspettava di parlare con la maestra di Olivia Neri.
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