3.-1

2002 Parole
3. 12 ore La casa di Chiara e Olivia era schizofrenica. In uno spazio non molto ampio si sovrapponevano due realtà distinte e in contraddizione tra loro: tutta la roba da adulti era sparsa, gettata, abbandonata, mentre quella da bambino, invece, era riposta, custodita, accudita. I giocattoli erano ordinati nello scaffale e nei due cestoni, la miniscrivania aveva una scorta di fogli ben impilati e un barattolo di pastelli appuntiti, il letto era rifatto con precisione e i pupazzi che c'erano sopra non erano buttati lì a casaccio, erano in posa. Sul frigorifero c'erano dei disegni fermati con le calamite, il più grande di tutti era un faccione tondo tondo con due palle verdi al posto degli occhi, una gran massa di capelli neri, una bocca sottile piegata in un sorriso e sotto la scritta “LORNZO, PAPA”... Girando per quegli ambienti Elia percepiva lo sforzo immane di mantenere pulita e ordinata la vita di Olivia, mentre quella di Chiara stava andando decisamente a puttane. I suoi vestiti erano abbandonati ovunque. Una scarpa con i tacchi era appoggiata sulla mensola della TV... e l'altra? Elia si chinò e la scovò sotto il divano. Le raccolse entrambe e, continuando a girare per quello spazio aperto, andò in cerca della scarpiera che trovò collocata nell'antibagno. Anche lì le minuscole scarpe di Olivia erano in fila perfetta, lucide e disciplinate, mentre quelle di Chiara in ordine sparso con i lacci aggrovigliati... Elia aggiunse a quell'ammucchiata anche le due raccattate in tinello e proseguì il tour. Quando fu in bagno estrasse dalla tasca qualche flacone, prese un bicchiere di plastica, lo lavò e ci sciolse dentro qualche goccia di medicinale e una bustina di polvere bianca, mescolò facendo ondeggiare il bicchiere mentre cercava di capire dove si trovasse la stanza di Chiara. Prima di uscire dal bagno raccolse da terra una bacinella di plastica. La casa era una specie di open space con una scala che portava in un soppalco, poiché la stanza di Olivia era ricavata da una parete in cartongesso a piano terra, Elia immaginò che il letto di Chiara fosse al piano di sopra. Affrontò dunque la scala. Sul corrimano c'era appeso un reggiseno di pizzo bianco. Quello lo lasciò lì, dopo averlo sfiorato con reverenziale tremore, però. La stanza disordinata e sbattuta era illuminata a giorno, una luce fredda e potente penetrava insolente dalla finestra. Il silenzio era irreale, c'erano oggetti sparsi, abiti abbandonati, libri aperti in vari punti della stanza compreso il letto. Palline di fazzoletti di carta campeggiavano come bossoli di pallottole sulle lenzuola blu. Il letto era disfatto e nell'ammasso di coperte disordinate spuntava una testa scura e un paio di spalle nude. Perché deve dormire nuda, cazzo? Imprecò Elia. Sarebbe già stato abbastanza difficile non farla uscire di testa quando si fosse svegliata trovandoselo davanti, ci mancava solo che si svegliasse nuda. Elia sollevò appena le coperte, meno male che aveva almeno le mutande! Di positivo c'era che con quello che aveva preso poteva vestirla per una parata militare e non si sarebbe svegliata. E infatti Elia cercò una maglietta, ce n'erano diverse sparse qua e là, ne scelse una abbastanza lunga, e gliela infilò. Il corpo di Chiara penzolò inerme tra le sue braccia quando la sollevò, la testa ciondolò e gli occhi rimasero chiusi come spillati con una cucitrice mentre lui la vestiva. Riuscì a farle indossare quella maglia sollevandola appena dal materasso e muovendole le braccia come se fossero quelle di un manichino di pezza. Non le toccò il seno, non la baciò, non se la strinse al petto come avrebbe voluto fare. Il fatto di essere un medico gli fu molto utile, si sforzò di pensare a lei come a una paziente e non come alla donna che dal momento in cui era entrata nella sua vita, governava le maree del suo cuore. Prima di procedere a svegliarla con la mistura che aveva preparato e posato sul comodino, si concesse il lusso di guardarla. Non era cambiato niente. In otto anni non era cambiato niente. Non averla più vista, non averle più parlato, essere andato a vivere dall'altra parte del mondo (appunto per non vederla e parlarle neanche per sbaglio) non era servito a niente. Come se quegli otto anni non fossero mai passati. Come se per otto anni lui fosse stato crioconservato e riportato, dopo lo scongelamento, al momento esatto in cui aveva visto Chiara. Bella fregatura! Per lei gli otto anni di cui sopra, invece, erano passati eccome! Si era sposata e aveva avuto una bambina... e suo marito era morto. E ora eccola lì, magra, con degli orribili segni blu sotto gli occhi e la fronte corrugata: anche quel sonno chimico non riusciva a cancellare le zampate violente che la belva-destino le aveva inferto. Elia sollevò il flacone del sonnifero che stazionava sul comodino e lo fece sparire nella tasca dei suoi calzoni. - Che ti hanno fatto, amore? - sussurrò scostandole una ciocca di capelli dalla fronte. Lei si rigirò languida tra le coperte. Va be', bando agli indugi, rimandare era inutile, doveva farla vomitare e preparasi al peggio. La sollevò a novanta gradi, la chiamò... - Chiara... Chiara... devi bere. Lei non aprì nemmeno gli occhi, mugolò appena senza schiudere la bocca. - Chiara, bevi. Le accostò il bicchiere alle labbra, solo l'odore avrebbe svegliato un morto, e infatti Chiara grugnì con maggior convinzione e, siccome grugnire è più impegnativo che mugolare, fu costretta, per farlo, a socchiudere le labbra, così l'abile medico del pronto soccorso riuscì a ficcarle in gola l'abominevole intruglio. L'abile medico di pronto soccorso era davvero abile, perché aveva previsto anche il getto di vomito che sarebbe seguito nel giro di qualche secondo e fu pronto a pararlo con la bacinella di plastica che aveva recuperato dal bagno. Non c'era gran che nello stomaco di Chiara: oltre al sonno, evidentemente, aveva perso anche l'appetito. - Finito? - le chiese dolcemente. Voleva che sentisse la sua voce, che lo riconoscesse all'istante in modo da non spaventarsi... Elia non doveva essere un mago delle previsioni perché, sì, Chiara lo riconobbe all'istante, nonostante non lo vedesse né sentisse da otto anni, ma questo non le impedì di assestargli d'istinto un ceffone in pieno viso che cancellò con un colpo di spugna tutta la dolcezza che lui aveva vagheggiato. - Ehi! - gridò Elia. - Che ci fai in casa mia? Esci subito! Lui l'afferrò per le braccia perché era chiaro che era sveglia e che non si sarebbe fatta grossi problemi a colpirlo di nuovo. - Sono venuto a svegliarti. - Da New York? - Sono tornato. - Vattene. Non erano questi i patti. Agguerrita. Ecco un aspetto di Chiara che aveva rimosso. Nell'averla così idealizzata, s'era scordato di che fiera rompipalle riuscisse a diventare. - Per otto anni abbiamo fatto come volevi tu, adesso facciamo come dico io – chiarì Elia. - Non era un contratto a tempo! Lo è diventato, avrebbe voluto dire lui, ma riuscì a trattenersi. - Sono qui come medico. - Ce l'ho un medico. - Un criminale! Non si dà un sonnifero del genere a una donna sana di 28 anni! - Non sono sana e non ho 28 anni. - Ah no? - Ne ho 29. Poi Chiara fissò lo sguardo sul comodino, il flacone delle pillole magiche era sparito. - Dove sono le mie pillole? - domandò allarmata. - Al loro posto, nel water – mentì Elia. - Come hai potuto... io non dormo per giorni interi... e devo occuparmi di Olivia e devo, devo!, dormire nei week end.. - Rimetteremo tutto a posto. - Rimetteremo? - Ti aiuterò io. Devi solo produrre più endorfine e per produrre più endorfine devi fare attività fisica, stancarti. - Elia sono già sfinita. Quegli occhi verdi comunicavano una stanchezza così profonda e buia... - Non è la stanchezza giusta – spiegò paziente Elia. - Ah no? - Devi stancare i muscoli, le ossa, le articolazioni e questo fa innescare una reazione chimica. Devi fidarti di me. - Tu mi inquieti e mi sconvolgi. E in questo momento non ho proprio bisogno di essere né inquietata né sconvolta. Andava sempre dritta al punto senza virtuosismi inutili. Elia le accarezzò la guancia. - Sei già inquieta e sconvolta e io non c'entro niente. - Finirai per peggiorare la situazione. I suoi occhi lo imploravano: lasciami sola, vai via... Ma ovviamente Elia non si lasciò impietosire, non quella volta. Aveva ceduto otto anni prima quando si erano conosciuti e lei stava per sposarsi, ma non avrebbe ceduto in quel momento. - Non succederà. Adesso andiamo a scatenare le tue endorfine. - Elia... - Doccia. Ti preparo i vestiti. Chiara strabuzzò gli occhi. - Andiamo in montagna. Avanti vai a lavarti. Lei esitava. Non riusciva a credere che la presenza più sconvolgente della sua vita si fosse materializzata in casa sua entrando... a proposito: - Come diavolo sei entrato? - Con le chiavi che mi ha dato Vittorio. - Se non fosse che due vedove nella stessa famiglia sono un'eccentricità eccessiva, lo ammazzerei. Ma poi si alzò dal letto, andò in bagno e poco dopo Elia sentì l'acqua della doccia scorrere. Mentre Chiara si lavava lui le preparò lo zaino. In quella casa disorganizzata e caotica, riuscì a trovare tutto con miracolosa rapidità. Constatò che Chiara non aveva chiuso a chiave la porta del bagno per cui, dopo aver bussato, entrò per allungarle i vestiti. Lei era ancora dentro il box-doccia, la sua sagoma s'intravedeva appena dai vetri opachi. Sì, essere un medico aiutava parecchio nel tentativo di mantenere un certo distacco, per cui si sforzò di notare la magrezza eccessiva e non la linea del ventre, il pallore quasi malato e non la perfezione dell'incarnato... - Non hai della biancheria intima sportiva? - le domandò dando le spalle all'apertura della doccia. - Mi vesto da sola – fu la risposta. L'acqua cessò di scrosciare e l'anta del box emise quel tipico rumore metallico, al che Elia serrò gli occhi. Non voleva vederla, anche se era girato c'era lo specchio che catturava l'anta della doccia. - Esci! - ordinò la voce di Chiara. Elia obbedì, perché averla immaginata nuda per otto anni senza soluzione di continuità non aiutava affatto in quel delicato momento. Quando Chiara uscì dal bagno era vestita di tutto punto, scarponi compresi. Dal basso verso l'alto appariva così: scarponi, calzettoni, bermuda di velluto marroni, camicia tecnica aperta e maglietta tecnica sotto. Biancheria intima di pizzo, quella non si vedeva ma Elia sapeva che c'era!, visto che quella sportiva non l'aveva trovata. E non l'aveva trovata perché Chiara non l'aveva. - Ecco il tuo zaino – le disse Elia. - Non mi ricordo di aver acconsentito a... - Non hai acconsentito, da questo momento dirigo io la tua vita – le spiegò lui con pazienza. - Considerato che la mia vita stava andando di merda... il fatto che qualcun altro ne assuma il controllo non è detto che sia negativo. - Vedi? Prima che lei cambiasse idea o avesse una delle sue impennate di testardaggine, Elia la pilotò fuori casa. - Dobbiamo passare da casa mia per prendere la mia roba... non avevo previsto questa escursione – spiegò lui. Chiara si appoggiò allo schienale dell'auto senza replicare. Aveva deciso di lasciarlo fare. Non aveva né le energie né la determinazione per contrastarlo... e forse tutto sommato, in quel momento così lugubre della sua vita, l'inquietudine che Elia Martinelli portava sempre con sé, si sarebbe stemperata innocuamente nel branco di squali che navigavano indisturbati nella sua anima. Elia Martinelli viveva in centro in uno di quei palazzi antichi con il cortile interno. - Scendi o mi aspetti qui? - le domandò lui quando furono sotto il portone – Scendi – decise subito dopo senza darle il tempo di rispondere – Se ti lascio in macchina da sola saresti capace di scappare. - Sono tua prigioniera? - gli chiese. Quello sarebbe stato un cambiamento, visto che lui era prigioniero di lei da quando l'aveva incontrata. - Devono esserci per forza dei ruoli? - le chiese Elia. Se Chiara si svegliava del tutto sarebbe stato un bel casino. Intanto però era scesa e guardava ammirata la facciata del palazzo signorile in cui Elia viveva. L'ascensore li proiettò silenziosamente all'ultimo piano. Nonostante il palazzo fosse vetusto, era stato installato un ascensore ultramoderno che andava su e giù con silenziosa discrezione. Giunti davanti all'elegante porta di legno scuro, Chiara si chinò per leggere il campanello: “Dott. E. Martinelli e Dott.ssa T. Toscano”. - Sei sposato? - Tullio Toscano, il mio coinquilino. - Maschio? - Sì. - Perché Dott. ssa allora? - Nel condominio sono un po' omofobi. Due uomini che vivono insieme non sono ben visti, così abbiamo tirato a sorte su chi doveva cambiare sesso sul campanello.
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