Capitolo 8

2360 Parole
Punto di vista di Jo-anne Chiamare il suo nuovo datore di lavoro, Ji Ah, e cercare di spiegare che non sarebbe più stato possibile per lei venire a lavorare alla galleria d'arte non era affatto divertente. Aveva davvero guardato con entusiasmo a questo lavoro, e ci era voluto molto per ottenerlo, non solo colloqui, ma anche contratti e telefonate con Alfa Damien. Il quale non approvava nulla, né considerava un contratto, finché non aveva ricevuto la conferma che lei avesse ottenuto un lavoro. Ora l'unica cosa che poteva dire a Ji Ah era che, a causa di circostanze impreviste a casa, non poteva più accettare il lavoro e si scusava profusamente. Jo-anne aveva anche dovuto chiamare la Direttrice della galleria d'arte, che doveva esporre la sua mostra, e scusarsi anche con lei, ma non era andata affatto bene. Jae Hwa si era arrabbiata molto con lei, perché Jo-anne doveva essere già lì, con la sua mostra in programma per aprire dopodomani. Jae Hwa aveva cancellato completamente la mostra di Jo-anne. Aveva insistito sul fatto che aveva violato il loro contratto e le aveva comunicato, senza mezzi termini, che Jo-anne sarebbe stata obbligata a pagare l'intero importo per l'allestimento, lo smontaggio, il deposito, il riempimento delle tariffe, oltre alla spedizione di tutto indietro negli Stati Uniti. Tra le altre cose, e c'era anche una tassa per la violazione del contratto da aggiungere. Jo-anne si era seduta sul letto ad ascoltarla, mentre le chiedeva un indirizzo a cui inviare la fattura. Jo-anne al momento non aveva un indirizzo di fatturazione, e l'unica cosa che poteva fare era mandarlo all'indirizzo del Pack, a nome di Westley Carlton. Il suo nuovo Alfa. Era colpa sua se era successo tutto questo, e quindi doveva pagare lui, sapendo che la somma sarebbe stata nell'ordine delle migliaia. Se non gli fosse piaciuto, suo padre avrebbe dovuto intervenire e risolvere la questione, dato che in realtà erano i contratti di suo padre che Westley aveva violato. Il suo appartamento era di nuovo un altro incubo. Alfa Damien aveva già pagato il primo e l'ultimo mese di affitto, e ora sembrava che stesse per perdere anche quei soldi. Tutto per colpa di suo figlio che apparentemente le aveva dato un ordine Alfa, anche se non le aveva detto quelle parole precise; di non mettere un piede in Corea. E si trovava incapace di mettere letteralmente un piede per terra senza sentire un dolore lancinante in tutto il corpo. Aveva implorato l'agente immobiliare di rimandare tutte le sue cose all'indirizzo del Pack, ma non poteva pagare sul posto e gli aveva chiesto se potevano farlo in contrassegno, la risposta era stata "no", così aveva dovuto chiedere loro di contattare il suo contatto negli Stati Uniti, il suo precedente Alfa, Damien Carlton, e risolvere la questione con lui. Li aveva assicurati che l'avrebbe sistemata, e poi aveva pregato che lo facesse. L'uomo probabilmente non avrebbe avuto scelta, era il suo contratto che suo figlio aveva violato, anche se non sapeva se a quel punto lo sapesse o meno. Il suo telefono aveva squillato molte volte, numeri sconosciuti per lei, quindi li aveva scartati ogni volta. Aveva cose più grandi di cui preoccuparsi e non voleva affrontare stupidi telemarketing o chiamate strane. Aveva fatto il check-out dalla sua stanza d'hotel e si era diretta in città. Doveva trovare un posto più economico dove stare e prenotare una stanza in città. Un posto con un accesso più facile ai trasporti pubblici per andare e venire dal lavoro, una volta trovato un impiego. Aveva pensato di tornare al Pack, ma con quello che era successo tra Clova e Volt, non pensava che fosse una buona idea. Jo-anne non sapeva cosa fosse successo tra West e Miranda dopo. Ma poteva solo immaginare una discussione enorme, e non le era sfuggito che Miranda era una lupo Alfa-blooded; non voleva mettersi nei guai con quella donna. Non c'era modo che Clova vincesse, era solo la figlia di un pattugliatore, niente di speciale. Ovviamente si sarebbe scusata, ma non avrebbe potuto spiegare perché era successo. Era stato tutto colpa di Volt, per quanto ne sapeva. Volt voleva accoppiarsi con Clova e l'aveva perseguitata per farlo. Non sapeva se West avrebbe ammesso tutto ciò alla sua compagna. Ma non era certo che potesse fare in modo che il suo lupo si accoppiasse con il suo. Lui era l'Alfa. Nessuno poteva costringerlo, né lui né il suo lupo, a fare qualcosa che non volevano fare. Questo doveva giocarle a favore, giusto? Per ora, aveva intenzione di rimanere qui a Singapore, anche se sapeva che doveva trovare lavoro al più presto. Aveva inviato a Steffan Lang le foto di sua moglie insieme a una fattura, visto che lui aveva insistito per pagarle, e lui le aveva risposto nel pomeriggio confermando il pagamento, quindi aveva qualche centinaio di euro a disposizione. Passò il pomeriggio in un internet café, cercando un posto economico dove soggiornare finché non avesse trovato un lavoro, probabilmente ci sarebbe voluta una settimana o due, e prenotò una stanza in un posto chiamato Fragrance Hotel – Oasis, poi, per risparmiare un po’ di soldi, fece una lunga passeggiata fino all’hotel, trascinando dietro la valigia, per evitare la corsa in taxi. Si registrò e si lanciò sul letto, un po’ esausta dalla lunga camminata. Si svegliò e scoprì che il suo telefono era scarico e non aveva modo di caricarlo. Doveva andare a trovare un negozio per comprare un adattatore per collegarlo alla presa di corrente e caricare anche il suo laptop. Poi si sedette e ricominciò a cercare lavoro. Cercò Steffan Lang. Era il CEO di una grande compagnia pubblicitaria. Si chiese se quell’uomo potesse avere bisogno delle sue competenze, guardò le informazioni sull’azienda e sul processo di assunzione. Non c’era nulla di pubblicato, ma pensò che non sarebbe stato un male inviare il suo portfolio. Aveva già parlato con lui e lui le aveva chiesto il biglietto da visita. Prese il suo portfolio di Linguistica e Lingue, lo tradusse in cinese e inviò entrambe le copie, in inglese e cinese, al dipartimento delle risorse umane dell’azienda. Poi fece la stessa cosa con il suo portfolio di Arti, nel caso ci fosse un’opportunità per un fotografo nell’azienda. Non si sa mai. Inviò una breve email a Steffan Lang per spiegare cosa aveva fatto e sperava che, se si fosse presentata una posizione, avrebbe preso in considerazione la sua candidatura. Sperava che non pensasse stesse oltrepassando i limiti, ma cosa poteva davvero succedere? Al massimo avrebbe detto di no. Non si aspettava una risposta, sapeva che sarebbe stato un uomo molto occupato. Jo-anne guardò alcune delle gallerie d’arte locali e decise di passare il resto della giornata con la sua macchina fotografica, finendo al Cuturi Gallery, dove passò un’ora e mezza semplicemente guardando le bellissime opere d'arte. Scattò diverse foto dal patio all’aperto del quartiere circostante. Poi si avventurò per trovare Aliwal Street, famosa per l’arte di strada, e scattò altre foto. Le piaceva, era così luminosa e colorata. Poi andò al Museo delle Fotocamere Vintage. Poi si recò ai Gardens by the Bay e trascorse il resto della giornata meravigliata dalla bellezza del parco, e per la Dea, la cosa più bella che avesse mai visto. Gli alberi alimentati a energia solare di Singapore, camminò in lungo e in largo, si fermò e mangiò da un camioncino di cibo locale e aspettò che la notte cadesse per vederlo tutto illuminato, in tutta la sua splendida gloria. Era così bello di giorno e di notte. Non riusciva a smettere di sorridere, non le importava nemmeno quando iniziò a piovere. Oh, sicuramente sarebbe tornata qui; probabilmente avrebbe passato molto tempo seduta con la sua macchina fotografica, pensò. Si fermò per rispondere al telefono e venne urtata da una coppia che correva fuori dalla pioggia, cadde e si graffiò il ginocchio. Salutò la coppia con un sorriso e accettò le loro scuse. Clova l’avrebbe guarita in un attimo. “Ciao,” riuscì a rispondere al telefono. “Signora Morris, è Steffan Lang.” “Buona sera, signor Lang,” lo salutò. “Girati a destra,” le disse. Jo-anne si girò e vide lui in piedi vicino a un’auto con un ombrello in mano, sorrise e gli alzò la mano. “Vieni da questa parte. Mia moglie Eu-Meh ti ha notata, eravamo qui. È il suo posto preferito.” Jo-anne annuì “Va bene.” Si avvicinò a lui, sua moglie sorrise e lui aprì la portiera dell’auto. “Jo-anne, volevo chiederti qualcosa,” le disse Eu-Meh. “Certo.” “Sali, andiamo a cenare insieme,” dichiarò Eu-Meh con un sorriso. “Sono un po’ bagnata,” informò Jo-anne, ed era vero, aveva camminato sotto la pioggia. "Non fa niente." Eu-Meh fece un gesto per minimizzare la cosa. Jo-anne salì in auto e si allacciò la cintura. Steffan si mise al volante e partirono. "È davvero bellissimo qui." Jo-anne sorrise a Eu-Meh. "È il mio posto preferito in assoluto. Ho notato…" le sorrise "che stava scattando delle foto." "Sì, sono abbastanza sicura di aver fatto degli scatti fantastici oggi, e anche stasera." Jo-anne la guardò. "Vuole vederli?" Eu-Meh rise piano. "Niente le sfugge, vedo." Jo-anne ridacchiò, accese la macchina fotografica e la girò in modo che Eu-Meh potesse vedere le foto che aveva scattato. Erano molte, a quanto pareva. Nemmeno Jo-anne se ne era resa conto fino a quel momento, si era semplicemente lasciata trasportare, scattando foto a qualsiasi cosa le catturasse l’attenzione, senza pensieri. Cenarono in un ristorante chiamato LAVO, un locale italiano. Steffan sembrava abbastanza contento di lasciare che lei ed Eu-Meh chiacchierassero, guardassero le foto e discutessero della possibilità che Eu-Meh acquistasse alcuni dei suoi scatti. Poi insistettero per accompagnarla in auto fino all’hotel. Steffan la guardò con un sopracciglio alzato. Lei si limitò a scrollare le spalle. "Fondi limitati." spiegò. Lui annuì. "Mi sono informato su di lei. Sta per iniziare una mostra d’arte coreana." "Purtroppo è saltata all’ultimo minuto. Ma sì, era prevista." "Venga nel mio ufficio domani. Porti quelle foto, voglio sceglierne una per fare un regalo a Eu-Meh." "D’accordo, a che ora?" "Alle due del pomeriggio sono libero." Jo-anne annuì, gli disse che sarebbe stata lì e rientrò in casa per sdraiarsi sul letto. Sorrise tra sé e sé. Che persone gentili. Avevano già pagato per le foto e ora, per puro caso, avrebbe potuto venderne altre. Caricò tutto dalla fotocamera al laptop e scorse le immagini, selezionando tutte quelle che erano piaciute a Eu-Meh e aggiungendone alcune che piacevano a lei stessa. Sorrise guardando quelle in cui i bambini soffiavano bolle di sapone, divertendosi. Si era seduta e aveva catturato alcune bolle che fluttuavano davanti agli alberi giganteschi. Eu-Meh non le aveva viste, così le aggiunse alla cartella. A Jo-anne piacevano davvero, erano bellissime, quasi magiche, decisamente fiabesche. Forse ne avrebbe incorniciata una o due per la sua futura casa, magari ne avrebbe anche dipinta una, pensò, o forse due o tre. Le piacevano così tanto che avrebbe potuto farne un’intera serie, solo per sé. Arrivò all’ufficio di Steffan Lang con dieci minuti di anticipo, non voleva essere in ritardo; fare una buona impressione era importante. Quando fu fatta entrare, lui le fece un cenno con il capo, senza sorridere, notò. Tutto affari, pensò Jo-anne, probabilmente molto impegnato. Anche lei mantenne un atteggiamento professionale. Lui osservò le foto e ne selezionò alcune, poi le indicò un posto, proprio nell’edificio, dove avrebbe potuto farle stampare, e aggiunse che avrebbe voluto farne incorniciare una quel giorno stesso. Conosceva un posto, ma lei avrebbe dovuto restare ad aspettare e riportargliela. Era il compleanno di Eu-Meh e sarebbero andati a cena fuori. Le chiese se potesse portarla direttamente al ristorante, una volta incorniciata. Jo-anne annuì, poi abbassò lo sguardo sul suo abbigliamento: pantaloni grigi e una camicetta blu. Si chiese se fosse adeguato per il tipo di ristorante in cui probabilmente avrebbe portato la moglie per il compleanno. “Farò preparare un vestito per te, e sono certo che Eu-Meh sarà felice se ti fermerai a bere qualcosa con noi prima di cena.” “Grazie.” Le diede i dettagli del negozio di cornici e le disse che avrebbe mandato un’auto a prenderla. La cosa la sorprese. “Solo per prendermi cura di te, in un paese nuovo e tutto il resto.” aggiunse. Jo-anne gli disse che non era necessario, ma lui insistette, visto che era lui a voler accelerare i tempi. Lei non discusse, lo lasciò fare. “Farò prendere il vestito dall’autista mentre aspetti la cornice. Ho già chiamato, ti stanno aspettando.” “Grazie.” gli sorrise. A quanto pareva, quell’uomo otteneva sempre ciò che voleva ed era disposto a fare di tutto per sorprendere la moglie. Era molto dolce. Uscì per portare a termine il suo compito, sorridendo tra sé e sé. Era bello lavorare, sembrava che la fortuna fosse dalla sua parte. L’abito che le era stato procurato era un vestito da cocktail in chiffon, modello A-line, con scollo a V e asimmetrico, con un volant, in quella che l’etichetta descriveva come una sfumatura vintage mauve. Era davvero bello. Indossava già dei piccoli tacchi neri, quindi erano adatti al vestito. Controllò il suo aspetto: aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo, così li sciolse e li intrecciò morbidamente, lasciando scendere la treccia lungo il lato destro del corpo. Tirò delicatamente le sezioni della treccia per renderla più ampia, sistemò i capelli intorno al viso e, dopo aver preso la foto incorniciata, si avviò verso il ristorante. Le indicarono il tavolo dove erano seduti Steffan ed Eu-Meh. Si sedette, sorrise a entrambi e porse la foto incorniciata a Steffan, che aveva un’aria dispiaciuta. “Che succede?” gli chiese. “Mi dispiace, Jo-anne... non avevo scelta.” Lei lo guardò accigliata, senza capire cosa intendesse o cosa stesse accadendo. Si voltò verso Eu-Meh, che sembrava un po’ nervosa, a dire il vero. Poi sentì una mano scivolare lungo il suo collo, fino al punto del marchio, e subito dopo delle labbra sfiorarle l’orecchio. “Jo-anne.” La voce di West le riempì l’orecchio, mentre il suo profumo la avvolgeva.
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