II. Nonna Darinca
Sua madre, per noi nonna Darinca, la ricordo altissima, con la treccia grigia che le incorniciava il viso e gli occhi azzurri, enormi e un po’ sporgenti, “a bovolo”, come diceva Marcella mentre un sorriso ironico le sfiorava le labbra e lo sguardo fuggiva via, lontano.
Si chiamava Del Bianco, ma sappiamo che per parte di madre era Stipcevic-Simic, famiglia, mi dissero, originaria da Knin.
La nonna, consapevole che la vita non ti regala mai nulla, anzi ti toglie, si portava addosso l’angoscia del domani. Dicevano che da giovane fosse bellissima, ma io la trovavo solo alta, imponente e borbottona, con la sua parlata zaratina e la cantilena slava simile a quella dei corrispondenti da Radio Mosca che avevo imparato ad imitare, comico contorno al suo carattere burbero ed austero, che svaniva davanti ai bambini, quando il suo faccione si apriva in quel sorriso raro e triste che viene così bene sulle facce che conoscono il dolore.
Aveva poco da sorridere: dopo la morte di nonno Martino, rimasta sola con sei figli di cui uno in fasce, si trasferì a Zara all’ultimo piano di un palazzo sulla sinistra del ponte di Zeraria. Qui si dedicherà a crescere la numerosa prole e abiterà fino a quando la guerra dell’Italia monarchica e fascista, i bombardamenti Alleati e l’arrivo degli Jugoslavi la costringeranno a una nuova fuga.
Non è mai stato detto − nelle case per bene non si parla di denaro − ma credo che abbiano vissuto amministrando con estrema parsimonia il ricavato della vendita delle attività di nonno Martino, che evidentemente doveva essere cospicuo, tenuto conto che ha consentito di nutrire, vestire e istruire moglie e figli per vent’anni.
Marcella, raccontando di sé, parlerà del mare come se fosse la sua casa, il suo ambiente naturale, una cosa non facile da capire per un montanaro come me.
«Ero la disperazione della nonna: la nostra casa era al terzo piano di un palazzo in riva al mare e nella bella stagione ero sempre in acqua. Questo, per lei che non sapeva nuotare, era motivo di continua pena: mi teneva d’occhio dalla finestra e quando non mi vedeva era costretta a gridare, poi, se non saltavo fuori, a scendere in strada a cercarmi. Quell’anno ero molto orgogliosa di aver imparato a fare i tuffi dal ponte di fronte a casa.»
«Ti tuffavi da un ponte?»
«Sì, dal ponte che collegava Zeraria con Zara. Mi piaceva, e un po’ per non farmi vedere da lei e un po’ perché era più bello, mi tuffavo dal pilone centrale, il punto più alto, come mi aveva insegnato lo zio Mario.»
«Chi è lo zio Mario?»
«Era mio fratello, sapeva fare di tutto: costruiva piccole barche a vela, mi aveva insegnato a nuotare e a fare i tuffi.»
«Mamma, quando viene lo zio Mario?»
«Lo zio... non verrà.»
«Perché?»
«Perché... è disperso in guerra.»
«Cosa vuol dire disperso in guerra?»
«Vuol dire che non è mai tornato.»
«Come, non è mai tornato? Perché non è venuto a casa dalla mamma?»
«Perché a Zara... lo zio era al fronte e quando un soldato non dà più notizie, viene considerato disperso... la guerra, bambini miei, è una cosa brutta...»
«Ma non è morto, vero? Mamma, tornerà lo zio Mario?»
«Sì, tornerà, ma... allora... beh un giorno io mi stavo tuffando dal ponte e un passante si fermò e mi chiese: “Ehi piccola, mi fai vedere come ti tuffi?”, “Perché?” risposi, “Ti ho visto da lontano, sei brava”. Dissi di no e lui insistette: “Neanche se ti do dieci centesimi?”. “Se mi dai dieci centesimi, mi tuffo, ma tu poi me li dai?”. “Li do alla tua amica, come ti chiami?”. “Va bene, allora daglieli, io mi chiamo Marcella, lei è Anka”. “Proprio non ti fidi eh, ecco qua...”. Così mi tuffai, e quando risalii, quello aveva ancora la faccia sbalordita, anche perché io ero magrissima e sembravo più piccola della mia età. “Bravissima, un altro!” disse l’uomo. “Altri dieci centesimi!”. “E va bene, eccoli...”. Si fermò altra gente, qualcuno diceva che era pericoloso per una bambina così piccola e io per far vedere che non lo era, mi tuffavo ancora...»
«Quanti anni avevi?»
«Otto, ma durò poco, Zara era piccola e qualcuno lo andò a raccontare alla nonna.»
«E la nonna?»
«Furibonda... “la mia fia che chiede soldi per un tuffo? E perché? Che vergogna... cossa la disarà la gente... come se gavessimo bisogno”... avevo gettato discredito sulla famiglia, un fatto grave. I miei fratelli e le mie sorelle ridevano... sotto i baffi però, la nonna era severa, lo zio Mario provò a difendermi, ma non ci fu niente da fare, fu il collegio.»
«Il collegio per un tuffo? Ma non è troppo? Quanto era alto il ponte, mamma, e come ti tuffavi? E tu com’eri da piccola? Mi fai vedere una fotografia?»
«Ero l’ultima di sei figli, la nonna faceva fatica a controllarmi e poi, come vi ho detto, aver preso del denaro venne ritenuto un fatto grave, come se in casa non ci fosse da mangiare. Per giunta da piccola ero una schilla7... la gente parlava, e Zara era poco più che un paese... i tuffi li facevo di testa, ma non so quanto fosse alto il ponte, ci passavano sotto le barche, ma senza gli alberi... nessuno lo faceva... saranno stati sette, otto metri, chi lo sa. Oggi il ponte non c’è più, perché i bombardamenti l’hanno distrutto. Le fotografie sono a Venezia dalla nonna, ma adesso mangia che si raffredda.»
Le fotografie non le aveva la nonna, erano rimaste a Zara nella sua casa, dove era entrato qualcun altro.