III. Zio Mikki
Marcella vivrà il collegio come una privazione della famiglia e della libertà: alle nostre domande sulla sua vita da ragazza, spesso risponderà con un sospiro:
«Non lo so, ero in collegio.»
«Ma sarai anche stata a casa, no?»
«Certo che ero a casa, durante le vacanze, ma anche allora, spesso mi mandavano a Spalato.»
«A Spalato? E perché?»
«Dalla zia Vittoria.»
«Chi era la zia Vittoria?»
«Era la sorella della mamma, viveva a Spalato con lo zio Mikki» (il Mihaly della lettera di nonno Martino).
«Dov’è Spalato? e chi è lo zio Mikki?»
«Spalato è in Jugoslavia e il viaggio lo facevo con la nave.»
«Con la nave? E perché?»
«Perché sulla costa non c’erano strade e il modo più sicuro per andare a Spalato era prendere la nave che faceva servizio tra le città della costa dalmata.»
«Da soola?!»
Qui, l’ultima nata, aveva un guizzo d’orgoglio: «Non ero mai sola. Alla partenza, nonna Darinca mi affidava al capitano. C’era sempre una nave con un capitano amico del papà che faceva servizio sulla rotta tra Zara e Spalato: mi affidava a lui, viaggiavo in una cabina vicino alla sua e durante il giorno stavo con lui e con i marinai. Per me era un’avventura.»
«Come, un capitano amico del papà? Cosa vuol dire?»
«Nonno Martino aveva una piccola compagnia di navigazione che serviva le città della costa dalmata. Prima di morire riuscì a sistemare le sue navi e i suoi marinai, a conservargli il lavoro, così la mamma mi affidava ad uno dei suoi ex uomini e la partenza era sempre una festa. Quando arrivavo a Spalato c’erano la zia Vittoria e lo zio Mikki ad aspettarmi sul molo...»
«Com’è un viaggio in mare, mamma? E chi è lo zio Mikki?»
«Un viaggio in mare è bellissimo, sei tra l’acqua e il cielo e puoi vagare sulle onde per la terra dei sogni. Lo zio Mikki era un ufficiale ungherese che aveva sposato la zia Vittoria.»
«Cos’è un ufficiale? E perché era ungherese?»
«Un ufficiale è un soldato e lo zio, come tu sei di famiglia italiana, era di famiglia ungherese. Era un soldato di carriera come suo padre, combatté contro l’Italia nella Prima Guerra Mondiale e andò in pensione con il grado di generale.»
«Un generaaale? E perché combatté contro l’Italia? Come ha fatto la zia Vittoria a sposare uno che ha combattuto contro l’Italia?»
«Allora, un po’ di pazienza. Lo zio Mikki era un soldato dell’Esercito imperiale di stanza in Dalmazia, perché l’Austria-Ungheria, come studierete a scuola, era un Impero che aveva sotto di sé popoli diversi, e per governarli ci teneva i suoi soldati. Così lo zio Mikki fu assegnato alla Dalmazia. Con la spedizione dei Mille, la seconda e la terza guerra di Indipendenza, l’Italia era fatta, ma senza Roma, dove c’era il Papa, e senza Trento e Trieste, dove c’erano gli Austriaci. Da tempo l’Italia era legata alla Germania e all’Austria con la Triplice Alleanza, che però non era molto popolare proprio per la questione di Trento e Trieste. Così, quando l’Austria attaccò la Serbia, noi rimanemmo neutrali. Nel frattempo il nostro governo fece un patto segreto8 con Francia e Inghilterra, e quando l’Austria rifiutò ancora di darci Trento e Trieste, l’Italia abbandonò la Triplice, si alleò con Inglesi, Francesi e Russi, dichiarò guerra all’Austria, e fu la Prima Guerra Mondiale. Lo zio Mikki, che come vi ho detto era un soldato di carriera, fu mandato a combattere sul fronte italiano, non so esattamente dove perché non amava parlarne, ma una volta mi raccontò che: “Dopo Vittorio Veneto, la ritirata austriaca si trasformò in fuga: gli Italiani − diceva − non li fermava più nessuno, ci inseguivano come belve, mi ammazzarono due volte il cavallo, e questo vuol dire che mi arrivarono molto vicino”.»
«Due volte? E come faceva poi?»
«Lo zio era un ufficiale, c’era sempre qualcuno che gli dava il suo...»
«Cos’è un ufficiale? E chi era quello che gli dava il cavallo?»
«Sempre una domanda alla volta: il cavallo glielo dava uno dei suoi soldati, che poi proseguiva a piedi o su un carro.»
«Ma non è giusto!»
«La guerra non è mai una cosa bella perché porta lutti e distruzioni, ma il comandante, anche in ritirata non poteva restare indietro, doveva rimanere tra i suoi soldati e tenerli uniti. Alla fine della Prima Guerra Mondiale lo zio venne integrato nell’esercito del Regno dei Serbi e dei Croati come ufficiale superiore. Non era molto alto, aveva due baffoni enormi che gli davano un’aria terribilmente seria e quando chiedevamo alla zia Vittoria come avesse potuto sposarlo, lei rispondeva: “A cavallo, avreste dovuto vederlo a cavallo, era bellissimo!”»
«E dov’è adesso?»
«A Spalato, dove viveva con la zia Vittoria. Negli ultimi anni della seconda Guerra Mondiale era nella Riserva, adesso non c’è più. La zia racconta che un giorno disse: “Ho visto sparire un Impero e un Regno,9 è ora che me ne vada anch’io”. Mi voleva un gran bene, e quando ripartivo da Spalato per tornare a casa, la sua faccia, solitamente seria, si apriva con un sorriso largo e dolce. Al momento dell’imbarco mi regalava sempre una grossa moneta d’oro con la regina... che poi consegnavo alla mamma. E adesso a nanna, bambini, che si fa tardi.»
Così, raccontando del collegio, si finiva tra i ricordi di guerra e di un soldato mandato da Francesco Giuseppe a combattere sul Piave, il quale aveva più rispetto per gli Italiani della Grande Guerra di quanto questi ne ebbero dai loro fratelli a casa.
Marcella rispondeva sempre alle nostre curiosità di bambini, ma poi, via via che le domande si infittivano e la costringevano a tuffarsi nella memoria, le sue parole si facevano lente, come difficili da dire. Nessuno di noi se ne accorgeva perché riusciva sempre a distogliere l’attenzione con qualche scusa, tipo mangia che si fredda la minestra, bambini a letto che è tardi... Quella volta si bloccò nel descrivere il saluto commosso dello zio Mikki e il profilo sulla moneta, una regina rimasta senza nome perché l’avvicinava a un passato felice, seppellito sotto qualcosa troppo pesante da ricordare.
Dello zio Mikki mia sorella Ottavia, in un vecchio cartone dimenticato nella cantina di casa, ha trovato due documenti utili.
Il primo, redatto in italiano su un modulo prestampato compilato a mano, rilasciato il 20 agosto del 1942 dall’Ufficio Parrocchiale di San Pietro della Diocesi di Spalato, attesta il matrimonio tra: “Antonio nob. Mihàly, sottocolonello, nato a Zolyom - Ungheria il 20 ottobre 1871, fu Giuseppe Mihaly, cattolico, ufficiale, e fu Luigia Vaiv, cattolica, civile, e: Vittoria Del Bianco, nata a Sebenico l’11 marzo 1881, fu Pietro Del Bianco e fu Maria Stipcevic; testimoni: Gregorio Kaliterna, cattolico, possidente e Francesco Bubalo, cattolico, contadino”.
Il secondo è il certificato di battesimo dello zio con tanto di bollo da cinquanta corone, scritto a mano dal parroco, che il 2 ottobre 1872 lo firmò apponendovi il “Sigillum Ecclesiae Vet. Zoliensis Ad J. Elisabeth”: “…fidem attestor: anno 1871, scribo, millesimo octingentesimo septagesimo primo, die 20° Octobris natum et 21° Oct. baptisatum esse in paroch. Ecclesia Vetero Zoliensis, infantem nomine Antonium Paulum legitimum filium Dmi. Iosephi Michaly...”.
Se la redazione in italiano del primo è la probabile conseguenza dell’occupazione italiana, il secondo non lascia adito a dubbi: chissà cosa direbbero, oggi, di fronte a una certificazione di fine Ottocento in latino, quei signori che hanno storpiato il nome dell’architetto Giorgio Orsini da Zara in Jurai Dalmatinac...
Dalla lettera di nonno Martino abbiamo saputo che lo zio Mikki nel 1923 stava per trasferirsi da Sebenico a Spalato, e dalle parole «la rimanenza delle corone che avevo a Sebenico» che in questa città il nonno aveva un ufficio. Per noi, che non sappiamo nulla della storia della famiglia Martinelli prima di Bari e poco di quello che avvenne dopo, questa notizia è il lume di una candela nel buio totale.
Piccoli indizi che aiutano.