Milano, 1975

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Milano, 1975 Venerdì 14 marzo 1. Le mani fredde Parco Lambro, poco prima di mezzanotte “Hai le mani fredde”. “E allora?”. “Fai piano”. Gianni ha ventidue anni. Rita venti. Si vedono da qualche mese, la loro giovane passione è passata indenne attraverso l’estate, le ferie, il mare. Si sono conosciuti all’Università Statale, in un’afosa mattinata di giugno, sotto al porticato del cortile quadrato, snervati e accaldati. Si diceva che il professore di Diritto agli esami fosse una vera serpe. E lo era stato, perché l’esame lo avevano passato, ma al prezzo di una sauna di sudore per la difficoltà e la tensione. Gianni vuole slacciarle il reggiseno e Rita, che vuole farselo slacciare, si è inarcata in avanti sul sedile della Golf. Fuori dall’abitacolo, incuranti, stanno l’aria fredda e il buio, mentre la nebbia bassa scivola tra gli alberi. Soltanto un lampione rilascia un chiarore ovattato, laggiù, sulla destra. Dietro la Golf, una manciata di metri appena, c’è la stretta strada male asfaltata, un uncinetto di pozzanghere ricamato dalla fitta pioggia del pomeriggio. “Lascia, faccio io”. Rita si sgancia il reggiseno, lo butta sui sedili posteriori. Poi, invece di lasciarsi andare, si blocca. Gianni invece muove avidamente le mani sotto il pullover verde, sul seno caldo e nudo, la bacia sul collo. “Perché non togli anche questo?”, chiede sollevando un lembo della lana del pullover. Poi capisce che Rita è assolutamente immobile e sta facendo tutto da solo. Si sente un pirla e si ferma subito. “Beh?”. Rita ha gli occhi fissi oltre il vetro appannato del parabrezza. “Là”, dice indicando un’altra automobile, una ventina di metri più avanti, sulla sinistra. Gianni si solleva di malavoglia dai sedili anteriori che hanno reclinato, osserva i fanali posteriori di quella che gli sembra essere, nonostante la nebbia, una Bmw. Passa l’avambraccio sul vetro. Sì, è una Bmw. Bianca. “E allora?”. “C’era già?”. “Ma che ne so? Che ti frega?”. “Non mi piace”. “Guarda che quelli sono venuti qui a fare quello che facciamo noi”. “M’è sembrato di vedere una luce”. “Dove?”. “Dentro. Come un lampo, non so”. “Staranno fumando, no? Che male c’è a fumare?”. Rita decide che è una buona risposta, il bagliore che ha visto è la fiamma dell’accendino. Richiude gli occhi. Bacia e si lascia baciare, accarezza e si lascia accarezzare. Riapre gli occhi dopo un minuto e si blocca nuovamente. Ferma le mani, ritrae subito la lingua infilata nella bocca di Gianni, che invece ha gli occhi ancora chiusi e un poco ansima, e per la seconda volta sta facendo la figura del pirla, con la lingua messa così, solitaria, sospesa nell’aria gelida. La rinfodera, apre gli occhi e la fissa. “Ma cos’hai stasera? Le tue cose?”. “Sta scendendo qualcuno”, dice Rita. “Andiamo via”. “Perché?”. “Ho paura. Andiamocene”. “Ma piantala”. “Dico davvero”. Un’ombra scura, imponente, si muove piano verso la Golf, poi si blocca, come se stesse pensando al da farsi. Gianni smette di respirare, Rita gli si stringe addosso, così com’è, arruffata, seminuda. Poi l’ombra scura cambia direzione e riprende a camminare verso la strada male asfaltata che sta alle spalle della Volkswagen. Rita prova a seguire quel colosso d’ombra attraverso lo specchietto retrovisore nell’abitacolo, ma il lunotto posteriore è madido di condensa, un muro grigio che nasconde ogni cosa. E così l’ombra se ne va, inghiottita dalla notte. “Avranno litigato”, dice Gianni. Un po’ gli è passata la poesia, accende l’autoradio e una sigaretta. Una musichetta da discoteca si diffonde nell’abitacolo. Ha capito che stasera è una sera storta e va così. Forse Rita vuole soltanto parlare. Sono fatte così le ragazze, non dicono “Voglio soltanto parlare”, ti ci fanno arrivare per esclusione, magari dopo ore in cui hai provato a fare tutt’altro. “Era un uomo?”. “Cioè?”. “Quello che è sceso”. “E certo, non hai visto quant’era grosso?”. “Quello alla guida mi sembra un altro uomo. Voglio dire…”. Gianni la guarda e sorride, sbuffa fuori il fumo della sigaretta. “E se anche fosse? Non hai mai visto due ziette che si fanno le coccole?”. “Scemo. E perché sta da solo fermo a quel modo?”. “Vedrai che l’altro torna. È andato a cambiare l’acqua al merlo”. “Ti dico che c’è qualcosa che non va. Andiamocene”. “E va bene”, dice Gianni. Si è stufato di tutte queste storie. Gira la chiave nel blocchetto di accensione. Si allaccia i jeans e la cintura. Accende il riscaldamento e attende un minuto che i vetri si spannino. Rita si rimette il reggiseno, indossa il giaccone pesante sopra al pullover. Gianni abbassa il finestrino a metà, butta la cicca della sigaretta nell’erba bagnata. La brace si spegne subito. Questa sera Rita si è fissata con quella cavolo di Bmw bianca, chissà che le è preso. Gianni innesta la retromarcia. Magari la porta verso il centro e qualcosa da fare gli viene in mente. Oppure va a finire che questa sera se ne va a letto così, con tutti i suoi bollori addosso. La Golf sobbalza nell’erba, prima, e sullo sterrato, poi. “Andiamo da un’altra parte se vuoi. Non a casa”, dice lei. “Se non hai voglia puoi dirlo”. “Forse sei tu che non hai voglia”. Ma la loro discussione finisce qui, dietro a loro si accende un lampo improvviso. Un bagliore che squarcia la notte. E un infinitesimo di secondo dopo lo squasso dell’esplosione. La Bmw bianca si solleva di mezzo metro sull’erba bagnata. Ricade pesantemente, dilaniata e infuocata. L’onda d’urto scheggia il lunotto posteriore della Golf in un mosaico di frantumi. Gianni sbanda sulle pozzanghere, la ruota anteriore scivola nell’erba. Frena e si ferma. Trema. Adesso ha paura anche lui. Di ogni singola ombra che questa gelida notte getta loro intorno.
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