Sabato 15 marzo

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Sabato 15 marzo 2. Il commissario Malaspina Parco Lambro, dopo mezzanotte “Sono quei due?”, chiede Malaspina. “Già”, conferma l’uomo che gli sta appiccicato. È notte eppure indossa un paio di vistosi occhiali da sole dalle lenti a goccia e ambrate, di quelli modello aviatore. “Sì, Venditti, ho capito, e poi?”. “Allora”, inizia a dire l’agente scelto sollevando gli occhiali da sole sulla testa. Con una torcia a pile illumina alcuni fogli spiegazzati che tiene con la mano sinistra. Legge le generalità dei due ragazzi con un tono da romano purosangue trapiantato a Milano ma orgoglioso delle sue origini, dalle righe d’inchiostro pesca qua e là dettagli che gli sembrano importanti. “Studenti. Università. Statale”. Poi conclude come se dettasse un telegramma: “Hanno chiamato da una cabina telefonica. Poco lontano. Vicino allo stradone. Ma che cazzo de stradone sarà? Boh, e che ne so io? Io so’ de Roma”. E indica con un cenno del mento verso una direzione persa nel buio. Risolleva gli occhi dai fogli. “Finito?”, chiede Malaspina. “Finito, commissa’. Ma se vuole posso improvvisa’ quarcosa d’altro. So’ forte, sa?”. “Sta zitto e portali qui”. “Avete droga? Siete anarchici, brigatisti o qualcosa del genere?”. I due ragazzi si guardano spaventati, poi guardano il commissario Benito Malaspina. “Mi interessa soltanto sapere se avete visto qualcosa”, chiede ancora, per tranquillizzarli. Ha un’ironia schietta, qualche volta può sembrare cinismo. “No”, dice subito Gianni. “Sì”, dice invece Rita. “Sì o no?”, chiede Malaspina. Quel Gianni su “la Settimana Enigmistica”, risponderebbe alla definizione dell’1 orizzontale: Tipo poco amichevole. Sei lettere. Ostile. Il commissario guarda la ragazza attraverso il fumo della sigaretta che s’è appena acceso. “L’uomo”, dice lei. “Rita, è tardi. Dobbiamo andare”, dice Gianni. “Venditti, porta il giovane sulla volante, non vedi che trema per il freddo?”. “Andiamo, forza giovane, forza”, dice Venditti afferrandolo per un gomito, camminando al suo fianco sulla terra molliccia e scura, le luci intermittenti blu delle sirene delle volanti e dei pompieri che forano la nebbia, gli scheletri degli alberi poco lontano. “Quale uomo?”, chiede Malaspina alla ragazza. “Sulla macchina c’era un uomo. Poi è sceso e se n’è andato via”. “A piedi?”. “A piedi”. “Perché mi stai aiutando?”. Rita lo guarda in silenzio. “Allora? Perché?”. “Così”. “Così e basta?”. “Mio zio. È uno...”, si ferma, come se improvvisamente si vergognasse. “Un carabiniere. Ecco, uno di voi insomma” dice velocemente. “Non lo dici mai a nessuno, vero Rita? A nessuno dei tuoi amici”. Lei resta zitta, abbassa gli occhi sulla punta degli stivaletti in pelle, la punta bagnata dall’erba. “Fai bene a non dirlo, sai? Di questi tempi nessuno ci capisce a noialtri. Ti sta simpatico?”. “Chi?”. “Tuo zio”. “Un po’”, dice lei risollevando gli occhi. “Eravate qui tu e il tuo ragazzo e poi?” E per un attimo, in quell’incoraggiarla, Malaspina sembra essere quasi simpatico. Ma non è simpatico, è soltanto un poliziotto. Qualcuno in Questura l’ha persino soprannominato Serpico, per questi suoi capelli lunghi, le basette irsute, i dolcevita, tutta colpa del lavoro alla sezione politica dell’anno scorso. Un anno d’inferno, in borghese, a pedinare chissà chi. E adesso che dall’inferno è risalito al purgatorio non ci ha fatto ancora l’abitudine e i capelli e le basette li tiene ancora com’erano, si veste ancora come un sovversivo. La ragazza guarda da un’altra parte ma non verso la carcassa fumante della Bmw che i Vigili del Fuoco hanno appena finito di innaffiare d’acqua. C’è un cattivo odore, aspro e pesante, un odore che fa lacrimare gli occhi e gratta la gola. “La macchina era già qui quando siete arrivati?”. “Credo di sì. Cioè. Non l’ho sentita. Sì, doveva essere già qui”. “Non l’hai notata subito?”. La ragazza fa segno di no con la testa. “Allora quest’uomo che è sceso lo hai visto in faccia? Camminava normalmente?”. “Non l’ho visto in faccia. Era troppo buio. Però camminava piano. Per un attimo s’è fermato a guardare verso di noi. Sembrava alto. E grosso”. “Grosso? Quanto grosso?”. “Non lo so. Grosso. Alto. Così”, dice sollevando un braccio ben oltre il suo metro e sessantacinque centimetri. “E l’altro? Quello che è rimasto dentro? Gridava? Si dimenava?”. “Era immobile. Sembrava…”, si ferma a pensare, “…morto. Mi ha fatto paura”. “Ti viene in mente altro?”. “No. Cioè. Sì”. Malaspina le fa segno con la mano che regge la sigaretta di andare avanti a parlare, disegna due piccoli cerchi nel freddo. “Prima di scendere”, dice Rita, si interrompe ancora brevemente, cerca le parole adatte a dire quel che vuol dire, “cioè l’uomo è sceso, ma un po’ prima ho visto come una luce”. “Come un piccolo lampo?”. “Una specie”. “Hai sentito qualche tipo di rumore? Uno sparo?”. “No, nessuno. Solo la luce”. “Poi quello se n’è sceso e tu e il tuo amico avete pensato a due checche...”. “Due zie. Sì, Gianni ha pensato così. E che la luce fosse quella di un accendino”. “E tu?”. “Che era strano che non si muovesse. Né lui né la macchina. Avevo paura”. “Altro?”. Fa segno di no con la testa. È ancora una bambina, dopotutto. “Puoi andare. Tutti e due. Andate a casa a dormire. Avete già lasciato i numeri di telefono al collega?”. La ragazza annuisce. “Buonanotte”, le dice. “Grazie”, risponde lei. “Allora Sassi, tu sei la scientifica e io sono un veggente”. Sassi, basso e calvo, stretto nel suo loden verde si mette a guardarlo con la faccia che è un punto interrogativo con un paio di occhiali incollati al naso. “Ti dico cosa penso, tu fai tutte le tue ricerche e vedi se le cose stanno in questo modo. La Bmw bianca arriva qui. Periferia, alberi, nebbia, il fiume Lambro laggiù in fondo. Ci vengono le coppiette ad appartarsi”. “A scopa’ ”. “Grazie Venditti”. “Prego commissa’”. “Posso andare avanti?”. “E certo, io me ne sto pure zitto ma quello fanno. Capace che ce sta er solito conflitto tra le du’ mani”. “Cosa stai dicendo Venditti? Non ti capisco”. “Destra e sinistra, dico. Neri e rossi. Proprio l’altro giorno ne hanno quasi ammazzato uno qua vicino, a colpi de chiave inglese sur cranio. Magari questa è ‘na vendetta per quel fatto lì. Certe cose se sa come iniziano e non se sa come vanno a fini’.”. “Venditti perché non te ne vai alla Cia?”. “Ci ho pensato, ma me piace troppo lo stivale”. Malaspina decide di ignorarlo, va avanti a parlare a Sassi. “Dicevo. A bordo della Bmw bianca ci sono due uomini. Il passeggero fredda il guidatore. Gli spara a bruciapelo. Alla testa. Probabilmente con la canna silenziata. Confermi?”. Sassi annuisce con un cenno del sigaro. Un buco nel cranio del corpo dilaniato lo hanno trovato, perché l’esplosione ha eiettato il corpo fuori dall’abitacolo, attraverso il parabrezza, ancora un paio di metri e finiva dritto in mezzo agli alberi. “Mette la bomba, l’innesco è collegato a un timer. La domanda qual è?”. “Che tipo di bomba è?”. “Bravo, Sassi. Ma questo me lo devi dire tu. Se no le tasse i cittadini che le pagano a fare? E mi devi dire anche chi è quello che è andato arrosto”. “Documenti addosso non ne aveva. Però c’è la targa. Quel che rimane”. “Domattina alle nove voglio un rapporto dettagliato. A chi è intestata l’auto e tutto quanto, intesi? Venditti, dove diavolo sei finito?”. “Sto qua commissa’”. “Prendi la macchina e andiamocene da questo schifo di fango. Non hai sonno?”. “Mica tanto. Ma nun ce sta un chiosco da ’ste parti?”. “Per fare che?”. “Ma che ne so? Un panino, ‘na bira…”. “Beh, io ho sonno, andiamo”. Malaspina lo supera. “Ve l’ho già detto che ve viene l’ulcera a vivere a ‘sto modo brutto?”, grida Venditti, ancora fermo, alle spalle del commissario. “Ce l’ho già”. “Ecco, lo vede? Er Venditti qui presente ce lo sa come vanno a fini’ ’ste cose…”. “Muoviti!”. 3. Dino Lazzati detto Fernet Bar Lafus, piazzale Selinunte, tardo pomeriggio. Gli occhiali a raggi X non funzionano. E questa è la cosa che più lo scoccia, stasera. È tutto il giorno che ciondola in giro per la città, con questi occhiali acquistati per posta compilando una cartolina ritagliata da una rivista. Li ha attesi per settimane e ora non funzionano. Va sempre così, per lui. Ogni volta che acquista qualcosa di tecnologico, non va mai liscia. Deve sempre portare tutto indietro a cambiare. Ora è una rottura di scatole, però: di sicuro glieli dovranno rispedire in America, e chissà quanto altro dovrà aspettare. D’altra parte, anche avere degli occhiali a raggi X che non funzionano, è inutile. E in Italia, di certo, nessuno sarà in grado di ripararli. La seconda cosa che gli scoccia, stasera, è che la dottoressa Alberta Martini tarda a telefonare. Sono le dieci di sera passate, e lui lo vede, il muso della Olga, ingrugnito dietro il bancone. Quella vuole andare a casa, e dimenticare fino a domattina di avere trascorso la propria vita a guardare le spalle dei perdigiorno che giocano a flipper e si ingozzano di Cordiali e bianchini spruzzati Campari, servendo ogni tanto qualche caffè. La Olga lo fissa con odio: ma Dino Lazzati, detto Fernet, le sorride, perché sa che se lei è ancora lì è perché alla fin della fiera gli vuol bene. Ogni tanto la Olga chiede ad alta voce a suo marito Luigi che ore siano, ma si risponde da sola e il Luigi solleva le spalle continuando a sfogliare “la Gazzetta dello Sport” che impugna da stamattina. Chissà cosa è in grado di leggerci dentro, si chiede Fernet. Chissà cosa vedono quegli occhi che non ricorda se hanno mai avuto una voce. Fernet giocherella col bicchiere d’amaro che tiene tra le dita, alle ventidue e diciassette minuti lascia scorrere la mano lungo il ventre gonfio e va a toccarsi nei paesi bassi. Non vorrebbe portasse sfortuna quel minuto, il diciassette. È un tipo molto scaramantico, al limite dell’ossessione e forse con un piede oltre. Si aggiusta gli occhiali da sole sul naso, e si accarezza i capelli radi e unti, tutta la coda di cavallo che sta lasciando ricrescere. Alle ventidue e diciotto, la dottoressa Alberta Martini, il suo agente letterario, è in ritardo all’appuntamento telefonico di un’ora e diciotto minuti. Lo squillo giunge atteso e insieme inaspettato, come un pugno in bocca quando un casciavitt si mette a parlare di calcio con un bauscia, insomma con la stessa pace interiore di un milanista e un interista prima-durante-dopo il derby della Madonnina. La cornetta del telefono a scatti del Bar Lafus non trilla tre volte, che Fernet l’ha già impugnata, come un uomo dovrebbe impugnare il proprio futuro, o avvinghiare una donna per la vita. “Stipel, telefonata a carico del destinatario da parte della signora Alberta Martini, accetta?”. “Sì! Sì! Accetto!”. “La metto in linea”. “Pronto!”. “Prooontooo? Prooontooo, Dino? Mi sentiii?”. “Ué, ciao Alberta, allora?”. La dottoressa Alberta Martini, quarantasei anni, capelli castani, occhi castani, pelliccia castana, auto castana, voce castana, secca come il bastoncino di un ghiacciolo (probabilmente castano), è la donna a cui Dino Lazzati ha affidato il proprio futuro letterario. Perché Fernet, come lo chiamano tutti a causa del suo debole per l’amaro che i fratelli Branca producono in un grande capannone sulla circonvallazione, all’aspetto esteriore suscita le stesse impressioni di un vespasiano la mattina seguente la fine dell’Oktober Fest. Eppure dentro nasconde un talento: sa scrivere. Quando lo fa è in grado di divertire, commuovere, emozionare, far riflettere la gente che lo legge. E non è che ha perso il posto di cronista al “Corriere della Sera” perché non fosse bravo, al contrario: l’ha perso perché ha raccontato la verità, ormai più di un anno addietro, scrivendo di un furto sensazionale e sul fatto che la polizia l’avesse taciuto e nascosto all’opinione pubblica e alla cittadinanza con un rapido imbavagliamento delle fonti di informazione. Il suo articolo non è mai uscito e lui non è mai rientrato alla redazione di via Solferino. S’è reso conto a proprie spese che non è tempo per la verità, dato che lo ha condotto in questo fumoso bar di periferia. Lazzati è bravo anche adesso che scrive La posta del cuore di un pettegolissimo settimanale femminile. Ma questo non è il suo destino. Il suo destino, Fernet lo ha affidato a un romanzo e alla dottoressa Alberta Martini, il cui nome, indirizzo e recapito telefonico, ha scovato su di un rotocalco, e ha utilizzato per ingaggiarla in un momento di esaltante euforia. Il manoscritto s’intitola I Tartari del deserto. È una storia allegorica, epica, eroica. L’amore narrato come fosse una ricerca nel deserto. La dottoressa Martini se ne è innamorata subito. “Bellissimo signor Lazzati. L’ho letto d’un solo fiato la notte scorsa, incredibilmente autentico! Una perla”, si è sentito dire. E così, come un pirla e non una perla, ha firmato un contratto di rappresentanza praticamente senza leggerlo, e adesso aspetta che la Martini venda il manoscritto a chissà chi, e lui diventi chissà chi altro in nome di chissà cos’altro. “Dinooo? Scusa, ti sento maleee, sono in Ungheriaaa...”. “In Ungheria? Cosa fai in Ungheria?”. “Son dovuta correre quaaa per i miei autori ungheresiii... stiamo vendendo i diritti agli americaniii... per il cinemaaa... ma sai com’è da queste partiii... i sovietici... non voglionooo...”. “Ah, capisco. Ma scusa, quando ci siam visti ieri, non m’hai detto niente...”. “Son partitaaa all’improvvisooo!”. “Senti Alberta: ma quindi oggi non l’hai sentito, Fellini?”. “E come faccio? Sono in Ungheriaaa!”. “Ma dici che l’avrà letto?”. “Che cosaaa?”. “I Tartari del deserto! Il mio libro! Dici che l’avrà letto?”. “Ah, i Tartari! Bellissimo, Dino! Bellissimooo! Un capolavorooo!”. “Si, ma Fellini l’avrà letto?”. “Gulash gulash... Scusaaa Dino! Gulash gulash! C’è la linea disturbataaa! Gulash! Sai questi telefoni ungheresi! Gulash gulash! Ti salutooo! Ci sentiamo quando torno a Milanooo!”. “Sì Alberta, ma quando torni?”. Ma nella cornetta è rimasto solo un tutututu. E un vaffangulash. “Allora, Fernet, cosa t’ha detto quella?”. La Olga ha origliato, ma non ha capito niente. Non si tratta di curiosità femminile ma di senso degli affari: vuol capire se il debito che il Fernet ha contratto nel suo bar è vicino ad essere ripianato oppure no. Lei propende per la seconda ipotesi, e proprio per questo gli sta addosso. “Niente. È in Ungheria”. “A fa’ cus’è?”. “Affari”. “Per il tuo libro?”. “Non sono mica l’unico scrittore al mondo”. Fernet infila il soprabito e s’avvia alla porta. “E ora che fai? Te ne vai?”. “Non sei contenta?”. “E gli amari? Non li paghi? E la telefonata a carico dall’Ungheria? Non la paghi?”. “Segna, Olga. Segna”. Olga segna, rassegnata. Fernet attraversa piazzale Selinunte, accende una sigaretta, monta sulla sua Cinquecento color rosso mattone parcheggiata storta sotto un albero storto. Guarda i palazzi della città. Vorrebbe avere gli occhiali a raggi X per vedere attraverso quelle lenti, e quei muri, e capirli davvero. Per comprendere come funziona. Ma non esistono trucchetti. E nel suo caso, se esistono, non funzionano.
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