Domenica 16 marzo
4. Santificare le feste
Corso Magenta, metà mattina
“A commissa’, che muso da sbirro, e se faccia na risata, ogni tanto... oggi è pure domenica!”.
“Appunto. È domenica e tu sei qui. E se sei qui vuol dire rogne”, risponde Benito Malaspina.
Ha accompagnato la moglie alla messa delle otto e mezza a Santa Maria delle Grazie, appena dietro casa loro, che abitano in via Ariosto. Ama quella chiesa conventuale, e Malaspina ama sua moglie, al punto da alzarsi alle sette, la domenica mattina, per partecipare alla funzione con lei. E quando è uscito dalla chiesa, alle nove e mezza, s’è trovato di fronte Venditti, pure oggi che sperava di non pensare al suo assistente neanche per sbaglio. Da quando dalla sezione Politica è tornato alla Mobile, Malaspina divide le proprie giornate con l’agente scelto che sembra essere salito da Roma appositamente per tormentare le sue ore di servizio. Visentin, il suo vecchio assistente, forse era un cretino ma almeno non lo faceva vergognare. Venditti invece sortisce lo stesso effetto di un caprone imbizzarrito alla Rinascente. E Malaspina non può nemmeno lamentarsi. Perché si dice che Venditti sta dove sta perché ha un parente a Palazzo Chigi, o su di lì. E se il commissario non lo vedesse ogni mattina sfogliare la “La Gazzetta dello Sport”, in effetti lo immaginerebbe analfabeta.
“Allora che fai qui, Venditti?”.
Lo squadra: la divisa ha una macchia di sugo sul colletto e dello zucchero a velo sul bavero. Dietro le lenti fumé Malaspina immagina degli occhi da mosca. È leggermente stempiato ma porta i capelli lunghi, troppo lunghi per l’etichetta della divisa, pettinati all’indietro. Al collo porta una spessa catena d’oro. Il commissario lo teme, o meglio, teme ogni mossa imbarazzante che potrebbe compiere, soprattutto ora che ha accanto sua moglie.
“M’ha mannato Puglisi, dice che deve veni’ subbito ‘n Questura. Toppe sicret, commissa’, come a Zerozerosette, Jens Bold, c’ha presente? Ma che è su’ moje, questa?”.
“Sì”.
“E allora niente, Puglisi m’ha detto che la trovavo qua, se nun era a casa, commissa’, famo così: accompagnamo la signora a casa colla Giulia, e poi se dirigemo ‘n Questura, che dice?”.
Malaspina rabbrividisce. La moglie fa per dire: “Ma non c’è bisogno, è qui dietro, se voi dovete...” che Venditti le ha già aperto la portiera, l’ha già fatta accomodare, ha già richiuso e ha tirato una gomitata nel costato al Mala, “Che fischietta, commissa’, nun la facevo uno che je piacciono le donne!”.
Malaspina trova Puglisi che prega.
Alla sua maniera. Strofina con un panno di daino il busto del duce che campeggia fiero nel suo ufficio, in piena vista tra scartoffie, premi e foto del Presidente della Repubblica. E mentre lo strofina, Puglisi gli parla, si sfoga. Rimpiange quel tempo ormai andato in cui tutto era in ordine e se qualcosa era in disordine ci si metteva un attimo a rimettere a posto e non c’era il rischio che i peggiori criminali e assassini si avvalessero, grazie ad un medico accomodante, di un certificato timbrato e firmato che ne attestasse l’assoluta incapacità d’intendere e di volere, riuscendo così a scampare al carcere, e magari persino a vivere bene, serviti e riveriti, a spese dello Stato. Malaspina resta fermo fuori dall’uscio aperto, guarda per qualche secondo la scena grottesca del suo capo che accarezza il capoccione di bronzo del proprio idolo, solleva una mano e dà due colpi di nocche contro la porta. Puglisi scatta, solleva la testa, e sbraita scompostamente: “Ah, è lei! Venga, Malaspina, venga!”.
Malaspina si passa una mano sul mento e si siede di fronte a Puglisi che lo guarda in silenzio per qualche secondo, prima di parlare.
“Ne hanno ammazzato un altro, Malaspina”.
“Un altro che?”.
“Con le bombe. Ne hanno ammazzato un altro, stamattina presto”.
“Dove?”.
“Una cascina, a Villapizzone. Hanno minato un cesso. Siamo alla fantascienza, ormai. O alla commedia. Chi ci capisce più qualcosa?”.
“Il cesso?”.
“Ma sì, Malaspina! Sa che nelle cascine il cesso sta fuori, no? Ce n’è uno per ballatoio. La vittima abitava all’ultimo piano, ed era l’unico inquilino. C’era una mignotta con lui. Ha detto che sono arrivati a casa di lui, l’aveva già pagata, le ha aperto la porta e le ha detto che andava a pisciare. È andato in fondo al ballatoio, è entrato, ha fatto quello che doveva fare e quando s’è voltato per andarsene, PUM!”.
“Si sa chi era la vittima?”.
“Un certo Ruggero Colombo. Un ragazzo, né buono né cattivo, un ragazzo di oggi, di quelli che bevono, magari si drogano, e i genitori dicono che sono bravi ragazzi, educati, che vanno a mignotte come se niente fosse perché le ragazze della loro età li hanno abituati ai facili costumi! Che mondo, che tempi, Malaspina! Che tempi! Questo è il rapporto di Sassi. Tenga. Inutile dirle che è roba da risolvere in fretta”.
Benito Malaspina prende le carte e opta per la fuga immediata, ma prima ha una domanda che sarebbe meglio non facesse. E invece la fa.
“Può esserci un collegamento con la bomba al parco Lambro?”.
“L’investigatore è lei. Il caso è suo. Che domande mi fa?”, dice il commissario capo Puglisi.
“Ho capito. Bisogna fermarli prima che facciano saltare tutta la città, chiunque siano. E soprattutto prima che facciano esplodere la stampa. Mi faccia avere gli altri rapporti. Io vado a fare un giro dai miei soffi. Sarò a casa per pranzo. Dirò a Venditti di passare a prendermi nel primo pomeriggio, con gli incartamenti aggiornati anche di quest’ultimo caso. Stia tranquillo, capo”.
“I coniugi Belotti li ha sentiti?”.
“Non ancora. Poveretti. Perdere un figlio a quel modo”.
“Allora non sa”.
“Cosa?”.
“Guardi”.
Puglisi gli getta davanti al naso una copia ancora tiepida dell’ultima edizione de “La Notte”.
Malaspina legge la prima pagina, sgrana gli occhi.
“Vado subito a fargli visita!”.
“No. Ci vada nel pomeriggio. Non gli dia troppa importanza. Ormai quello che è fatto è fatto”.
“Come vuole”.
Malaspina si solleva dalla sedia e fa per andarsene.
“Malaspina?”.
“Dica”.
“Mi raccomando”.
“Non si preoccupi”.
Puglisi lo guarda estasiato, quasi commosso. Benito Malaspina è uno su cui può contare. L’ha capito subito. Con un nome così. E torna a strofinare il piccolo busto del duce, gli è parso di notare un’ombreggiatura sulla fronte, proprio nel mezzo, come l’accenno di una ruga.
Alcuni colleghi lo chiamano il Mala, altri Serpico.
In ogni caso lui, il commissario Malaspina, non avrebbe nessuna intenzione di passare da Venditti, anche perché dopo la piazzata che il suo assistente ha fatto alla moglie vorrebbe solo cantargliele e suonargliele. Ci starebbe un bel cazziatone per farsi andare giù il boccone amaro che ha dovuto ingoiare.
La parola “amaro” però rivela tutto sul soffione del Mala: Dino Lazzati, detto Fernet, l’uomo più brutto che conosca, ma il giornalista di nera più in gamba che ci sia a Milano. Ex giornalista, ormai, ma anche declassato le orecchie di quell’uomo sono come parabole e registrano tutto come un transistor della Scientifica.
Il Mala inforca le scale e le scende di fretta. Si allaccia il vecchio loden e si butta in strada. Quasi era meglio l’Eskimo di quando era alla Politica. Una volta in strada si ricorda di non avere l’auto. Smozzica una mezza imprecazione, poi pensa alla moglie e alla messa finita da poco e decide di lasciare tutto a mezz’aria. Risale le scale e torna in ufficio a cercare Venditti.
Il suo assistente è in corridoio, davanti alla stanza dell’archivio e fuma svogliato una sigaretta.
è simpatico, per l’amor di Dio, ma risulta greve e soprattutto rompe sempre le balle con questa Roma. Roma di qua, Roma di là, Roma di su e Roma di giù.
“Venditti”.
“A Commissa’, quar buon vento? Ma non se ne doveva anna’ a casa? Che è, er capo j’ha fatto er cazziatone? Doveva vede’ com’era incazzato quanno m’ha mannato a chiamarla”.
“No, Venditti, niente cazziatone. Ne è scoppiata un’altra. Un’altra bomba, un altro morto. Quindi ci tocca di fare una bella passeggiata per Milano e cercare qualche informazione”.
“All’anima de li mortacci de ‘sti gran fiji de ‘na mignotta. A Commissa’, speramo che nun famo tardi però, che gioca la Maggica e me la vojo sentì per radio a Tutto er carcio”.
“Venditti, un’altra parola e ti mando in Sardegna ad ascoltare le pecore belare, altro che le partite alla radio. Andiamo”.
I due lasciano il palazzo della Questura in via Fatebenefratelli e s’immergono nella desolazione di una domenica come tante, a Milano. La messa, le paste nonostante la congiuntura e il pranzo in famiglia con i suoceri. Una domenica così tranquilla che molti la definirebbero addirittura noiosa, ma il Mala no. Per il commissario Malaspina è solo un miraggio, perché il Bar Lafus, il quartier generale del Fernet in piazzale Selinunte, è tutto meno che un’oasi nel deserto.
Venditti guida come un romano in trasferta, è flemmatico e non conosce le convenzioni non dette che vigono fra i milanesi al volante. Questa cosa al commissario fa venire il mal di mare, per non parlare del fatto che il suo assistente non conosce le strade e lui si trova costretto a fare da copilota navigatore.
“ ‘Ndo vado commissa’? Nun me ce raccapezzo ancora co’ ‘sta città. Eppure pare una cacata de mosca confronto a Roma. Noi avemo così tante circonvallazioni che se la potemo infiocchetta’ tutta la vostra Milano Bella”.
Malaspina chiude gli occhi, non pesa le parole di Venditti e si limita a dare due o tre indicazioni.
“Gira di qui e vai verso Foro Bonaparte. Passa per Cadorna e poi ti dico. Fin lì la sai?”.
“Ce lo so, ce lo so commissa’. Ma a chi hanno fatto fuori stamatina? E so’ sicuri che so’ collegati i due botti?”.
“Di preciso non so ancora niente. è saltato un gabinetto in una cascina a Villapizzone. Sai dov’è?”.
“Er gabinetto?”.
“Venditti!”.
“Stavo a scherza’, capo. Villa de che? Io so de Villa Pamphili, Villa Borghese, e Villa Claudio ar massimo”.
“Ho con me il rapporto di Sassi della Scientifica, le altre carte te le farà avere Puglisi nel pomeriggio. Prendi tutto e passi da casa mia”.
“Agli ordini commissa’!”.
Malaspina non fa una piega e si mette a guardare il rapporto della scientifica. Un po’ gli manca il “Comandi!” del suo vecchio assistente Visentin.
“La vittima del parco Lambro è un certo Daniele Belotti, nato a Bergamo ventitre anni fa. Figlio di una famiglia di imprenditori. Il padre ha una catena di macellerie che copre tutta la regione”.
“Belotti fa bene? È quello de la réclame?”.
“Come dici?”.
“A commissa’, ce stanno li muri tappezzati de poster”.
“Quali poster?”.
“La reclamme, dotto’. Non ce l’ha presente? La bistecca che pare una mucca…”.
Malaspina lo guarda, annuisce, ha capito, se la ricorda bene quella pubblicità. Chissà perché non aveva fatto il collegamento mentale.
“Oggi andiamo da quello”.
“Mica dovemo porta’ sciagura…”.
“No, a dargli la brutta notizia ci hanno già pensato i colleghi”.
“Ammazza commissa’, meno male che er lavoro sporco jo famo fare a quelli de corvee. Me se accappona la pelle solo ar pensiero. E delle bombe che si dice?”.
“Sassi scrive che sono di fabbricazione bellica, roba della seconda guerra mondiale, cosa che tra l’altro non ci facilita granché il lavoro. Con tutto quello che si son lasciati dietro sia i Crucchi che gli Alleati, praticamente una famiglia sì e una no ha in casa la sua bombetta”.
“Me cojoni. Mi scusi commissa’, m’è scappata. Dove giro mò?”.
“Vai di qui, in via Giotto, poi all’altezza di Monte Rosa prosegui dritto e ti dico il resto. E vai piano che gli omicidi noi li risolviamo, mica concorriamo a farne degli altri”.
“Occhei commissa’. A parte che a sentire i giornali pare che pure noi semo degli assassini. Dico io, commissa’ che dobbiamo fa’ noi altri se tutto è ‘n magna magna, che dovemo fa’? Finisce che se mettemo a magna’ pure noi no? Che dice commissa’ nu je viene un po’ de appetito anche a lei ogni tanto?”.
Malaspina finge di non cogliere il doppio senso, non ci vuole nemmeno pensare alla dabbenaggine di Venditti che è un ragazzo onesto, ma facilmente infiammabile e potrebbe prendere come benzina qualunque sua allusione.
“No, Venditti io cerco di pranzare a casa, almeno la domenica, e l’appetito mi viene solo per quello che cucina mia moglie. E la notte vorrei dormire. Adesso fammi una cortesia, guida piano e taci”.
“Aridaje commissa’, me scusi, nun la volevo importuna’. Ora me faccio ‘na palata de cazzi mia, però se me dice de anda’ piano anche in ‘sto mortorio de matina, me sa che a casa la pasta della sua signora le se fredda”.
Malaspina chiude gli occhi, abbassa un poco il finestrino per far uscire il fumo della sigaretta che Venditti si è acceso quasi per trovare un modo di tapparsi la bocca, e si lascia cullare dal rumore del motore di questa Giulia verde oliva che ha gli ammortizzatori scarichi ed è dura come un carrello ferroviario.
Il Mala assapora i profumi della tarda mattinata. Il bollito, il ragù e perché no, anche qualche abbraccio poco casto, fra moglie e marito, nella penombra di un’anticamera mentre i bambini giocano ai soldatini in soggiorno. Il Mala fiuta come un cane da trifola il profumo caldo e tranquillo di questa parte di Milano così per bene e, perché aver paura di dirlo, così borghese. Corso Magenta è poco distante e l’eco della periferia operaia e arrabbiata è abbastanza lontano per lasciare in pace la sua coscienza di questurino che anni di carriera hanno messo a dura prova.