Domenica 16 marzo-2

2015 Parole
La frenata di Venditti per evitare una Fiat 850 che non ha rispettato il segnale di Stop interrompe bruscamente questo idillio meneghino e riporta il commissario Malaspina alla triste realtà. “A fijo de ‘na mignotta! ‘Ndo cazzo le hai lasciate le frecce? Tutte agli indiani gliele hai tirate? mò scenno e te rompo er culo! A stronzo!”. “Basta Venditti! Basta! Riparti sennò ti faccio rapporto. Vai a sinistra. Qui, qui. Via Pagliano, poi dritto e lì in fondo tieni la destra che siamo arrivati”. “Ho capito commissa’, mò me so’ ritrovato. Sull’altro lato der quartiere c’è una de Freggene che è venuta a Milano a servire ‘na famiglia de signori de Roma e un paio de settimane fa me la so’... vabbè commissa’ se semo capiti”. Piazzale Selinunte è un monumento immobile e muto. Sonnecchia nella luce schiacciata di questa mattina che sta cedendo il passo al mezzogiorno e sa di piatti cucinati seguendo la tradizione di mille paesi e regioni d’Italia. Il centro è a due passi, ma qui l’ombelico del mondo sembra essersi spostato e tutto ruota intorno alle case popolari e ad un giardinetto spelacchiato dove uomini e piccioni sembrano beccare la vita più che viverla davvero. In questa piazza consumata c’è “l’ufficio” del Fernet, il Bar Lafus. Malaspina e Venditti scendono dalla Giulia accompagnati da una fila di sguardi sospettosi. Qualcuno a scanso di equivoci si alza e abbandona le panchine dei giardinetti, perso nel fumo di un’altra sigaretta. I curiosi invece stanno a guardare. Malaspina entra nel bar e prima di avvicinarsi al flipper, che è occupato dal Fernet, saluta con garbo la signora grassa e attempata dietro al bancone. “Signora Olga buongiorno. Un caffè per me, grazie. E senta cosa vuole il mio collega”. “Sciur commisari buongiorno! El cafè ghe l’offri mi, se poi lei si porta via quel malnato lì”, dice la Olga e con il doppio mento indica il giocatore di flipper. “Ho sentito neh”, dice il Fernet, “non rispondo che son concentrato, ho il record in canna. Ciao commissario, benvenuto”. Un uomo magro; nascosto dietro una “Gazzetta dello Sport”, scaracchia e saluta anche lui il Malaspina con voce rosa dalle sigarette. “Signor Luigi, mi fermo poco. Faccio due parole con il Fernet e tolgo il disturbo”. “Lu el disturba mai. è sempre il benvenuto, sciur commissario”. “Signora io me pijo un cappuccino chiaro e me andrebbe pure un bel cornetto alla crema. Magari pure un paio. ‘Ndo stanno signo’ che nun ne vedo.”, dice Venditti con l’acquolina in bocca. “Un cornetto? Ommadonnasignur c’ha la mania dei talismani anche lei? No, no, noi qui non facciamo mica il malocchio!”. “Signo’ ‘na briosce. Vorrei pure ‘na briosce”. “Ah, allora ecco. Prenda questa”. La Olga, nonostante qualche brioche presente in una teca che sarebbe anche ora di spolverare, sbatte sul banco un Buondì Motta confezionato ai tempi del Carlo Codega1 e si mette a fare il cappuccino. Venditti guarda la merendina e, per la prima volta da stamattina presto, tace. Malaspina appoggia la tazzina e si avvicina al flipper. “Ti devo parlare, ho fretta”, dice e con una mossa fulminea del piede stacca la spina del flipper dalla corrente. “ti ridò la monetina, te lo prometto”. “Ma no, cazzo. Il record. E mi hai stoppato a dicias... lasciamo perdere. Basta chiedere però, e poi il tuo collega poteva tenermi su la biglia”. “Ti ho detto che ti ridò la monetina. Andiamo di là”, dice Malaspina e mette solo due dita sulla spalla piena di forfora e macchie del Fernet. La saletta del Bar Lafus è una specie di sgabuzzino senza scope e stracci, ma con due sedie e qualche dito di polvere sui tavoli. Malaspina va dritto al punto. “Hai sentito del botto di ieri al Parco Lambro?”. “E allora?”. “Che si dice?”. “Poco o niente. Tu invece che dici?”. “Io non posso dire niente di ufficiale, lo sai. Però...”. “Però cosa? Dai che se piazzo il pezzo buono, me ne vado dalla ‘Posta del Cuore’ e magari prendo anche l’inviata giusta per la storia del mio romanzo”. “Non abbiamo niente in mano, altrimenti cosa venivo da te a fare?”. “Si dice che la bomba era roba della seconda guerra mondiale. E qualche canarino ha cinguettato che potrebbe essere stato un regolamento di conti per lo spaccio della roba dei gruviera, i tossici. Ma sono solo voci e, per essere sincero, non ce li vedo a far saltare una macchina al parco Lambro”. “Ti sei fatto un’idea?”. “Magari è stato davvero un regolamento di conti. Però mi hanno detto che il morto aveva un cognome importante...”. “E poi sono io che ti devo dire le cose. Prima o poi mi dirai chi è la tua talpa in Fatebenefratelli”. “Commissario, te sei la mia unica fonte ufficiale. In ogni caso, se vuoi, due o tre domande in giro le faccio”. “Bravo. Comunque ti do un pezzo di esclusiva. Stamattina ne è saltato per aria un altro. E sta succedendo un altro casino per colpa di...”, il commissario si interrompe. “... lascia stare!”. “Dov’è capitato il secondo botto?”. “A Villapizzone. Hanno minato un cesso esterno, di quelli da ringhiera”. “Cazzo, devo andare a informarmi. Non esiste che ne sai più di me”. Il Fernet scola l’ultimo goccio di amaro e mima il gesto di segnare con la mano alla signora Olga. “Ciao commissario, ci sentiamo”, e in men che non si dica il rombo della Cinquecento si porta via il Fernet e tutta la sua pinguedine smunta. Malaspina sorride. Paga alla Olga il caffè, il cappuccio e il Buondì di Venditti e uno dei mille amari che il Fernet ha lasciato “segnati”, saluta e se ne va seguito dal suo assistente. “Dove annamo?”, chiede Venditti. “Portami a casa. Pranzo con mia moglie e per le tre mi passi a prendere”. “Agli ordini commissa’. Però che tajo che è quer botolo der suo amico. Pare ‘na pagnottella cor codino”. “Già, ma è bravo e se una cosa gli interessa riesce sempre a saperne vita morte e miracoli”. “Ennò! Pure a Roma un amico mio faceva così. L’anno trovato a Testaccio con du’ buchi nella panza. Povero Cristo. Come ha detto che se chiama l’amico suo? No, perché me pare d’avello già visto da quarche parte, ma nun me ricordo dove”. “Lazzati, ma tutti lo chiamano Fernet. Comunque non dici sempre che Milano è piccola? Quindi ci si conosce tutti, mica come a Roma”. 1 Carlo Codega (ai tempi di). Modo di dire che definisce un periodo molto vecchio, quando c’era Carlo Codega o Cùdega. Milano nel Settecento era una città molto poco illuminata e i nobili ed i ricchi, quando andavano in giro con il buio, si facevano precedere da un servo munito di lanterna detto “codega” per la funzione che svolgeva. Sembra infatti che tale nome derivi dal greco “odegos” (guida), ed anche in tempi più recenti “codega” era il nomignolo che veniva dato a quei fattorini muniti di ombrello addetti ad accogliere i clienti quando pioveva. Lo stesso nome era anche usato per coloro i quali riaccompagnavano a casa le ragazze dopo spettacoli o altro. Un’altra ipotesi fa risalire l’espressione al 1700, quando vi era la consuetudine presso gli uomini di lisciarsi il codino con del grasso di maiale, con la cotenna di maiale (codega) per mantenerlo compatto e lucido. 5. La Notte della bistecca Romano di Lombardia, sede della Belotti & Belotti carni, poco prima di mezzogiorno. “La Notte” Oggi a Milano I cittadini onesti si organizzano per supplire all’inefficienza delle forze dell’ordine. Milano non sarà più Carson City! è stata fissata a 20.000.000 di lire la taglia per l’assassino del Parco Lambro. Chi avesse informazioni attendibili è pregato di inviare un proprio recapito telefonico alla Casella Postale 12987 allegando copia fotostatica del proprio documento d’identità. Astenersi millantatori e perditempo. “La Notte” campeggia sul vetro che ricopre nella sua interezza il ripiano della scrivania in radica. A leggere le prime righe con voce aggressiva e accento della bassa bergamasca è il commendator Angelo Belotti, patrono della Belotti & Belotti carni e padre di Daniele Belotti, il ragazzo assassinato sabato notte da un pazzo bombarolo al Parco Lambro a Milano. Il commendatore non si dà pace da quando due scècc2 della Questura di Milano gli hanno suonato alla porta di casa, stamattina all’alba, e gli hanno comunicato il triste evento. “Pota! Che cosa ne sanno loro di cosa vuol dire perdere l’unico figlio e per giunta l’unico erede dell’azienda di famiglia! Niente ne sanno! Negót!”. Il commendator Belotti non ha perso tempo. Non si è fidato per niente di questi pelandroni della Polizia di Stato, come li chiama lui, buoni solo a far verbali quando si guida un po’ allegri sulla Statale che va giù a Bergamo. Non si è fidato, come non si è mai fidato di nessuno in tutti gli anni di duro lavoro che lo hanno portato ad essere uno dei maggiori distributori di carni bovine di tutta Italia. “Se mi fossi fidato degli altri”, dice guardando un capannone grigio fuori dalla finestra del suo ufficio, “sarei rimasto ancora giù a Boltiere con la macelleria con un solo occhio di vetrina a fare il credito alle massaie per due o tre bistecche”. Poi si gira, prende il giornale del pomeriggio e lo getta fra le braccia di una donna che ha gli occhi gonfi di lacrime, singhiozza come se non ci fosse un domani e stropiccia il grande tappeto persiano con la punta di una scarpa di un calzaturificio alla moda. La signora Belotti, coniuge del commendatore e madre del ragazzo assassinato, non parla. Annuisce con un gesto consueto, allenata da trent’anni di matrimonio con quest’uomo imponente e tutto d’un pezzo che ha fatto della bistecca l’unica ragione della sua vita. “Hai visto?”, dice il commendatore. “Ho telefonato subito al mio amico de ‘La Notte’ e ci ho detto che il Belotti non aspetta. Il Belotti fa. Anzi, come dicono i cartelloni dell’azienda, Il Belotti fa bene!” E indica una gigantografia sulla parete opposta, una bistecca sagomata come una mucca al pascolo fra prati, sole, cielo azzurro e montagne. “Allora ci ho detto di farmi una bella pagina intera, quel che c’è da pagare pago, ci mancherebbe, e ho detto di calcare la mano sul fatto che i venti milioni sono veri e glieli consegno io di persona a quello che mi aiuta a prendere quel figlio di una lurida baldracca che mi ha ammazzato l’erede!”. Tira un pugno sulla scrivania, il cristallo che ne ricopre la superficie s’incrina, piccole schegge dipartono dal punto della manata, come una ragnatela di ghiaccio. È la quarta, se il Belotti continua così del ripiano della sua scrivania resterà ben poco. “Uno sgobba tutta una vita e poi cosa succede? Te lo dico io cosa succede! Succede che un pazzo con una bomba gli ammazza l’unico erede dell’azienda! L’unico!”. L’ultima frase il commendator Belotti la pronuncia con un astio particolare diretto, chiaramente, alla moglie, incapace secondo lui di garantirgli una prole numerosa e in grado di assicurare un florido avvenire alla Belotti & Belotti carni. La signora capisce, annuisce nuovamente e versa lacrime ancor più amare. Una volta, pochi mesi prima, in un momento di rara intimità, il marito le aveva fatto una confessione di una tenerezza della quale non le resta che il ricordo. “Ada”, le aveva detto, “meno male che mi hai dato solo il Daniele. Così non ci sarà da tribulare quando dovrò cedergli la ditta. I cadetti non si accontentano mai del secondo posto. è storia, Ada, è storia”. Il commendatore non riesce più a star fermo. Si solleva dalla poltrona in similpelle dietro la scrivania e prende a muoversi per lo studio della Belotti & Belotti carni, più di cento metri quadri arredati in modo ottuso e troppo moderno, opulento, di chi ha troppi soldi e poco gusto nel comprare, che occupano tutto il piano terra di una villa su due livelli con due ingressi, in linea con l’architettura della bassa Bergamasca. Da fuori non è niente di realmente lussuoso, anzi, appare come una specie di parallelepipedo di cemento grigio topo, con un tetto di tegole color rosso appoggiato come un coperchio del Diavolo su una pentola in ebollizione. Persiane di legno alle finestre e siepi di bosso a contornare il giardino. Su un lato della villa, un capannone gigantesco. Una volta erano state le stalle della Belotti & Belotti carni, adesso è la rimessa dei bilici e dei carri bestiame della ditta. Il commendatore li chiama i suoi manzi su gomma e tutte le sere, a turno finito, li passa in rassegna e li palpa con lo sguardo come fossero vivi davvero. “Hai capito, Ada? Per la ditta, io non bado a spese!”. 2 ragazzi. 6. Un ragazzo come ce ne sono tanti Romano di Lombardia, sede della Belotti & Belotti carni, metà pomeriggio Belotti è un omone. Quasi due metri di spalle larghe, capelli corti a spazzola più sale che pepe, e occhi scuri, neri, senza luce, da squalo. Malaspina ha preferito sedersi subito, nello studio della Belotti & Belotti carni, per non risentire di un così evidente senso fisico di inferiorità. Da seduti sembriamo tutti un po’ più simili.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI