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Rientrai a casa in stato confusionale. Provai a calmarmi con qualche sorso di cognac. Verificai più volte se avessi chiuso il gas, l’acqua, la porta, le persiane e attaccato correttamente l’antifurto. Quindi presi le gocce e riuscii a infilarmi a letto, ancora pieno d’ansia.
Anna dormiva.
Io avevo un’idea di me stesso, credevo di conoscermi anzi ne ero certo. Ma erano sempre di più le persone che mi guardavano basite. Come se fossi un maniaco fuori controllo.
E adesso il ricordo emerso da quella foto, a moltiplicare la mia inquietudine: io con lo sguardo indemoniato.
Io “e” il mio sguardo indemoniato, quasi coabitassero in me due entità distinte che tentavano di prendere il sopravvento l’una sull’altra.
Il mio carattere mite era solo una maschera che celava ciò che ero davvero?
Che assurdità!
Non ci stavo capendo più niente.
Era solo la mia natura che rivendicava la propria esistenza, le ali nere che mi stavano spuntando sulla schiena laceravano tessuti e mi procuravano dolore. Credevo di morire e invece stavo nascendo, ma a quel tempo non me ne rendevo conto, perché non esiste un libretto di istruzioni che ci spieghi ciò che siamo.
In quella notte così tormentata, l’unica conclusione alla quale riuscii ad arrivare, fu che dovevo reagire inseguendo la mia normalità.
Mi avvicinai ad Anna. Le baciai il collo, le carezzai disperatamente il seno. Volevo riuscire a far l’amore con lei. Sarebbe stato un primo passo verso l’ortodossia. Il segnale che non tutto era perduto.
Anna mugugnò, si stava svegliando. Portai la mano tra le sue gambe. I peli del pube, non era rasata come Rebecca.
Sentii una fitta al petto: la cosa più simile a un infarto che io abbia mai provato. Scattai a sedere, ero cianotico.
La luce inondò la stanza. Anna aveva acceso la lampada sul comodino. «Che hai, stai male?».
La rassicurai dicendo che avevo acidità di stomaco. Serviva il bicarbonato.
Mi alzai e attraversai la lunga zona notte. Invece che in cucina andai nel mio studio. Aprii la cassaforte. Tenevo lì gli ansiolitici. Non volevo che Luigi scoprisse le mie debolezze. Avrebbe fatto ancor di più lo stronzo.
Presi fuori le benzodiazepine, quindi mi ricordai dell’altro farmaco che mi aveva prescritto la dottoressa.
L’avevo acquistato da qualche giorno, ma non l’avevo ancora usato né avevo badato a cosa fosse. Sicuramente un induttore di sonno, qualcosa tipo un ipnotico.
Aprii la confezione e ne versai venti gocce in un bicchiere.
Acqua. Mandai giù: sapeva di liquerizia.
Sedetti alla scrivania.
Infilai la cuffia e ascoltai musica classica. La boccetta era davanti a me. Tentai di rimetterla nella scatola. Non entrava. Il bugiardino si era spiegazzato.
Tirai fuori il foglietto per gettarlo via e mi accorsi che aveva le dimensioni di una tovaglietta. Ed era tappezzato da cima a fondo di caratteri piccolissimi. Il bugiardino delle benzodiazepine era grande un quarto rispetto a questo.
Comparve Anna, sulla soglia. Muoveva silenziosamente le labbra, sovrastata dal Concerto Brandeburghese.
Tolsi la cuffia.
«Stai bene?» mi disse.
Nascosi il foglietto sotto una carpetta. Anche lei non sapeva che assumevo calmanti, né che vedevo una strizzacervelli. «Molto meglio», la rassicurai.
Anna si ritirò. Stesi il foglio con la mano, infilai gli occhiali da vicino, lessi, e – santo cielo – mi grattai la testa.