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831 Parole
8 Il tizio che mi marcava era più alto di me, più grosso e più giovane. Aveva giocato un paio di stagioni in serie B, e per questo si riteneva una specie di star dell’NBA in diritto di fare quello che voleva. Era furbo e scorretto. Mi pestava i piedi. Quando saltavamo mi tratteneva per la maglia e mi provocava bisbigliandomi offese. Ero stufo di lui, e invece eccolo di nuovo, come un caccia in picchiata verso di me. Andrea mi passò la palla sotto canestro. Mancai volontariamente la presa e rifilai al bestione una gomitata alla bocca dello stomaco, come se si fosse trattato di un incidente. Il bestione cadde a terra senza respiro. Io guardai l’arbitro spalancando le braccia. «Che colpa ne ho se lui si comporta così?» dissi con il tono più innocente che potevo inventarmi. Ci spostammo, per discutere a bordocampo. L’arbitro non sapeva cosa fare. Il bestione intanto aveva ritrovato il fiato. Si rialzò e si fece sotto furioso. I suoi due compagni tentarono inutilmente di trattenerlo. Prima che arrivasse a me, afferrai lo spazzolone che serviva per asciugare il pavimento e spezzai il manico con un colpo del piede. Brandii il paletto aguzzo verso l’esagitato. «Perché non ci provi?». La voce mi arrivava direttamente dallo stomaco. Il bestione mi fissò attonito. Percepii nel suo sguardo un lampo di timore. Si bloccò. «Sei pazzo» disse. Tremavo. Stavo male. Ero felice di aver messo a posto quel borioso, ma al contempo mi sentivo come se stessi morendo. La testa che girava, le orecchie mi fischiavano e capivo di essere a un passo dal dar di stomaco. L’arbitro recuperò il pallone. Tra i denti ci mandò tutti a cagare, fischiò e sospese la partita. Giocavamo a basket due volte al mese. Tre contro tre, in un torneuccio a sei squadre composte da cariatidi alla soglia del mezzo secolo e anche più. Andrea, Yuri e io eravamo la Artriti Reumatoidi. Andrea, il vigile che mi aveva consigliato di gettare la piantina di m*******a di Luigi, aveva sposato Barbara. Gemella eterozigota di mia moglie. Ma era un sottaniere incallito, resisteva più tempo sott’acqua che con la stessa donna. Così si era subito separato, Barbara adesso vive a Melbourne con il suo nuovo compagno e dirige un parco zoo. Un bel cambiamento. Alla faccia di quello che si dice dei vigili, Andrea era simpatico. Certo è facile vivere con leggerezza quando l’unica cosa che ti interessa sono le donne (degli altri), e la tua famiglia ha una delle più fiorenti industrie tessili di tutta Campogalliano. Andrea aveva il nasone da attore francese, gli occhi con il taglio all’ingiù e i labbroni. Sorrideva come un venditore porta a porta. Vestiva cashmere rosa e scarpe di pelle bicolore, per capirci. Era uno di quei tipi indiscutibilmente brutti, che le donne trovano irresistibili. Ne aveva avute di storie. E aveva cancellato un bel po’ di contravvenzioni, se la femmina in auto portava la gonna corta o una bella scollatura, e sorrideva. Era uno sbruffone ma mi voleva bene, e io ne volevo a lui. Yuri invece era un cicalone. Costretto a prendere la laurea in veterinaria, perché nella sua famiglia curavano bestie dai tempi dei dinosauri. Di fatto però non aveva mai lavorato un giorno pieno in tutta la sua vita. A ottantaquattro anni, suo padre era ancora un luminare attivo nell’ippica da riproduzione. Yuri avrebbe dovuto essere il suo braccio destro ed erede. Si accontentava di esserne lo speranzoso erede. Recitava, suonava il violino, cantava e dipingeva, senza però avere alcun talento. In squadra era il più vecchio, quasi sessant’anni, già con tutti i capelli bianchi. Beveva come un autoarticolato. Al contrario del padre di Andrea però, il suo lo teneva a stecchetto. Così poteva permettersi solo alcolici scadenti e si nutriva di schifezze. Mai pronto per andare a letto, fumava due pacchetti di disgustose sigarette al giorno e buttava giù almeno una quindicina di caffè. Assumeva già l’anticoagulante e soffriva di pressione alta e fibrillazione atriale. I suoi esami del sangue sembravano l’apocalisse. Dopo la partita bevevamo una birra. Yuri tre, pagavamo noi. Quella sera c’era un clima teso. Yuri guardava fisso il maxischermo e Andrea non aveva ancora fatto una sola battuta divertente, né tentato di agganciare la cameriera tatuata col bel culo, o una qualsiasi delle donne che ci passavano davanti. Intuivo di essere io la sabbia nell’ingranaggio, ma non riuscivo a spiegarmi per quale motivo, e non trovavo il coraggio di domandarlo. Finalmente Andrea riuscì a dirlo: «Oscar, ma che problema hai? Ti sei comportato veramente da stronzo con quel poveretto». Non potevo crederci, il bestione se l’era cercata. Fissai Yuri alla ricerca di un supporto. Ma lui si limitò a tenere gli occhi dentro il piatto delle patatine fritte. Mi sentii compatito, proprio dagli amici più cari, e mi vergognai. Rimanemmo in silenzio. Mi venne in mente un particolare. Dopo una partita domenicale, un semplice allenamento al quale avevano assistito anche le nostre mogli e fidanzate, Anna mi aveva mostrato alcune foto da lei scattate. C’ero io. Era indiscutibile, mi si vedeva bene. Con un’espressione furiosa. Talmente furiosa, che quasi non mi ero riconosciuto.
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