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«Continuo a non dormire», risposi alla dottoressa. Sbadigliai a piene fauci, sorridendo per la puntualità di quella manifestazione.
Lavoravo quattordici ore al giorno. In sede oppure incontrando clienti e fornitori in giro per mezza Italia. Mi avvalevo di ottimi collaboratori – era vero, prima fra tutti mia moglie – ma la ditta poggiava sulle mie spalle: ero cardine, volano e olio del motore dell’azienda.
Le preoccupazioni, la tensione… La notte nella mia testa si tenevano sfilate di pensieri. Il nero andava molto di moda.
La notte è un posto brutto per rimanere svegli. Venivo aggredito dai miei mostri e il cervello mi si ritorceva contro.
Il mancato riposo mi stava intossicando.
Arreso all’idea che da mio figlio non sarebbe mai arrivato alcun aiuto.
La dottoressa si limitò ad annuire. Appuntò uno dei suoi misteriosi pensieri sul block notes.
Rimanemmo qualche attimo in silenzio.
«Luigi ha una ragazza nuova», qualcosa dovevo pur inventarmi. «Un manico di scopa che studia da anoressica. Con la voce da papera, incapace di tenersi coperta».
Rebecca, si chiamava. Figlia di una coppia di notai (se non altro Luigi pescava sempre sui rami alti degli alberi). Le chiappe messe al mercato da calzoncini-culottes di stoffa leggera. Fucsia o gialli: temeva di non farsi notare abbastanza? Canottierine aderenti rimarcavano l’anellino al capezzolo. Un piercing alla lingua.
Non so in che misura, ma anche lei era certamente tossica. Nonostante fosse giovanissima, aveva la pelle già grigia e gli occhi bovini e spenti, come se ti osservasse da dietro lenti di plastica opaca. Eppure il suo prematuro disfacimento irradiava anche una carica di sensualità e degenerazione sufficiente per fare ammattire un uomo. Figurarsi un tipo come Luigi.
«Lei la trova attraente?».
«Chi? La fidanzata di mio figlio?» fissai allibito la dottoressa. Scurii la voce: «Fidanzata poi… per quello che durerà… E spero sia poco. Forse non è nemmeno maggiorenne».
«L’età è un concetto legale. Riguarda i tribunali, non gli studi psichiatrici. Alle nostre pulsioni non interessa né età né morale. Magari Rebecca la provoca senza volerlo e lei…».
«Ah ecco, lo fa per ingenuità». Sarei scoppiato a ridere. Il pomeriggio precedente l’avevo trovata nel bagno della mia camera da letto. Il mio bagno personale. Rebecca, che pisciava come una cavalla, con la porta spalancata. La stronzetta mi aveva guardato e aveva cacciato un gridolino finto-scandalizzato. Con la mano aveva coperto la bocca, non la v****a depilata dalla quale continuava a sgorgare l’urina.
Tenni per me quell’episodio e tornai a parlare del sonno che non avevo più, un argomento consolidato. Durante il giorno l’ansia era un rumore di fondo, la notte diventava cantante solista.
La seduta proseguì senza più intoppi. La Doc sembrò sorvolare di proposito qualsiasi argomento mi creasse angoscia.
Prima di congedarmi, mi prescrisse un nuovo farmaco. «Dieci gocce, la sera», disse che mi avrebbe permesso di riposare. Aggiunse che non avrei dovuto accusare alcun effetto collaterale. Nel caso, dovevo sospendere e chiamarla.
«Quali effetti?» le domandai stranito.
Lei continuò a scrivere senza sollevare la testa dalla ricetta. Aggiunse solo che – probabilmente – con questo mi sarei trovato meglio.