6

725 Parole
6 Feci una doccia e mi rivestii. Girai per la ditta, a quell’ora silenziosa. Controllai l’avanzamento dei lavori, la pulizia dei banconi e che le macchine fossero state arrestate correttamente. Credevo di essere solo ma non era così. Giorgio Arienti, un disegnatore dal volto sciupato, si attardava fissando con severità il suo lavoro sul monitor. Gli era appena nato il secondo figlio e ambiva al premio aziendale per il raggiungimento del budget. Chiacchierammo qualche minuto. Giorgio mi guardava ed era stranamente nervoso, io non più. “...Chiamami solo Lucifero, perché ho bisogno di un po’ di riservatezza...” canta Mick Jagger. Il diavolo, è l’Uomo. La sera rientrai a casa dopo le ventuno. Buck mi saltò addosso. Settanta chili di pastore maremmano tutto zucchero e lingua. Riuscii a contenere l’impeto, ma non potei salvarmi dalla bava sulla faccia. Come al solito i miei cari mi avevano aspettato per cenare. L’odore dell’intingolo mi aveva rapito fin dal pianerottolo. Mia moglie Anna, trentanove anni, minuta – bionda naturale con gli occhi neri – sapeva inventare manicaretti irresistibili. Si occupava dei ragazzi. Per la ditta gestiva il marketing, l’acquisto di beni non tecnici come la cancelleria, e i contratti con l’impresa delle pulizie e quella del catering. Anna era un vero soldatino senza macchia né paura. Se mai avessi dovuto partire per il Vietnam, avrei voluto lei al mio fianco. Ma tristemente, dopo un’iniziale fiammata di passione, eravamo l’uno per l’altra solo cordiali e affidabili compagni. È curioso come la troppa conoscenza renda disinteressati e quindi, col tempo, sconosciuti. Così, benché Anna fosse ancora uno schianto, non facevamo l’amore da circa due anni e la sola idea di congiungermi carnalmente a lei mi metteva la tachicardia. La baciai sulla guancia e notai che camuffava imbarazzo. Anche per lei ero un fratello, credevo. Ignoravo che invece ero proprio io a tenerla lontana. Come dimostrarono in seguito i fatti. La piccola Sara mi si strinse addosso. Era adorabile. Già in pigiama, con un nastrino rosso che le tratteneva i capelli biondi, gli stessi di Anna. Gli occhi azzurri invece erano i miei. Il mio tesoro aveva preso il meglio da entrambi. Mi mostrò orgogliosa i quaderni con i compiti per il giorno dopo, perfettamente svolti. Poggiai le labbra sulla sua fronte e le dissi brava. Quindi vidi mio figlio (occhi neri, capelli neri… non so se mi spiego) e capii la vergogna di Anna. Luigi si era rasato. Completamente, a parte un imbarazzante ciuffo sparato e tinto di giallo sintetico, che si era lasciato sopra la fronte. «Stai bene», dissi, e col dito indicai quella mostruosità distogliendo velocemente lo sguardo. Nonostante il disgusto tentai una conversazione, ma lui si era di nuovo rinchiuso nel suo mutismo. Credo mi trovasse antipatico, anzi eravamo in aperto conflitto generazionale. Dopo aver sbalordito tutti come studente modello al liceo, l’università gli aveva fatto scattare in ritardo la molla della ribellione. L’anno precedente, Luigi aveva deciso di andare a convivere con la sua fidanzata. Figlia del direttore di un’importante testata editoriale. Non ho idea di quanti soldi la famiglia passasse alla ragazza, senz’altro uno sproposito. Eppure lei, dietro pagamento, legava, imbavagliava, sculacciava, frustava e spegneva sigarette addosso a uomini con il doppio o anche il triplo della sua età. Niente sesso, solo una depravazione fine a se stessa, con anfetamine al seguito. Ma non era una mercenaria furba: né lei né mio figlio lo erano. Li pizzicarono subito. Luigi venne accusato di sfruttamento della prostituzione e denunciato a piede libero. Finì, con un bel titolone, in prima pagina sul “Carlino”. Difficile spiegare la vergogna. Condannato a due anni con rito abbreviato, si giocò la condizionale e tornò a vivere da noi. Che per non ferirlo ulteriormente, lo accogliemmo come se niente fosse. Illusi che la lezione fosse servita. Nada. Mai. Lasciate ogni speranza, la saggezza è un miraggio. Per lui continuavo a essere un rigido stronzo. Se solo mi avesse permesso di avvicinarlo... Sedemmo a tavola. Luigi messaggiava a raffica, amici e ragazza (nuova, mai vista). Sapeva che la cosa mi innervosiva. Ma sapeva soprattutto che la sua psicologa mi aveva suggerito di lasciarlo fare. Intervenire solo quando era necessario. Luigi aveva bisogno di esprimere il proprio disagio… E intanto tictictictictictictictictictictictictictictictictic. Nei luoghi e momenti meno opportuni. Tictictictictictictictictictictictictictictictictic, era diventata un’ossessione. Anna era più brava di me, la sua pazienza non aveva limiti. Tentava ancora di ragionarci. Luigi aveva vinto quella partita, lo sapeva e faceva di tutto per farmelo pesare. Fingevo malamente di ignorarlo. Avrei trovato in seguito – eccome – il sistema per educarlo.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI