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L’attacco di panico arrivò inaspettato. Urtai un passante. Ribaltai il totem fuori da un’agenzia immobiliare. Riviste a terra. Le calpestai. Via Massarenti mi si serrava addosso come una vergine di Norimberga. Pativo la sensazione atroce di avvicinarmi alla morte, senza purtroppo raggiungerla.
In cerca di sicurezza, passai a prelevare dal bancomat, anche se in tasca avevo già ottocento euro. Sbagliai due volte il codice, spazzai il sudore con la manica della giacca. Lasciai perdere.
Sotto i miei piedi, realtà e asfalto si sbriciolavano come biscotti: la Lussiani si era spinta oltre il lecito. Una manciata di minuti e se mi fossi ancora trovato in pubblico, avrei dato spettacolo.
Salii in auto, a quei tempi avevo una Bmw X5 nera, e mi diressi sparato verso la zona industriale di Villanova. Zigzagai. Passai gli ultimi due rossi facendomi strada clacsonando.
Ascoltavo i Rolling Stones a volume altissimo.
Aprii il cancello con il mio telecomando personale. Parcheggiai nel mio posto personale, ed entrai dal retro, dalla mia entrata personale.
Non mi palesai alla segretaria e non accesi né luci né computer, perché disegnatori e commerciali eventualmente in sede non mi notassero.
Piangevo e quasi non respiravo. Il colletto della camicia mi tagliava la gola.
Sfilai la cravatta. Mi spogliai. Completamente nudo. Strappandomi quasi i vestiti di dosso.
Continuai a singhiozzare, con Sympathy for the Devil a nastro, sparata in cuffia, sprofondato nella poltrona da capitano di marina. Dietro la scrivania di mogano con i fregi in ottone.
Stavo iperventilando e rischiavo di svenire. Ma perdere i sensi era un privilegio che mi si concedeva di rado.
Tentai di pensare ad altro, per lo più vaneggiando. Ne ero conscio: l’imperativo non era mantenere la dignità, ma sopravvivere alla crisi.
Sympathy for the Devil.
La malvagità ci abita come una creatura a se stante, quasi non avessimo responsabilità di fronte ai nostri crimini.
Era una teoria che sortiva un effetto taumaturgico sulle mie ferite cerebrali.
“È la mia natura, io non c’entro, non è colpa mia”.
Com’era dolce abbandonarsi alle negazioni.
Non mi andava di alzarmi, così aprii la boccetta dell’ansiolitico che tenevo nel cassetto e ingurgitai gocce. Lo facevo spesso, anche se in quel modo non riuscivo a contarle. Mi regolavo dal grado di indolenzimento della lingua.
Attesi.
A terra, il parquet in ebano Makassar: le venature chiare sembravano unghiate di un grosso felino. E un tappeto iraniano con ricamo a cupola.
Un ufficio elegante e confortevole all’interno di un capannone freddo e spartano. La Profal srl. Che, con pochissima fantasia, è solo la contrazione di Profilati d’Alluminio. La piccola fabbrica che è arrivata a me in un modo bizzarro.
Mio zio Ardito, classe ’23, era macchinista in ferrovia. Faceva la spola tra Porretta e Bologna. Il berretto calato sulla fronte, lo sguardo appuntito e il toscano spento, in bocca. Diceva che quando guidi i diavoli di ferro, devi mettere in conto almeno una volta nella vita: al schiòc cèn. Il piccolo schiocco. Ardito lo chiamava così, in dialetto bolognese. Perché se sei ai comandi, non lo senti nemmeno.
Vedi la figura spuntare all’improvviso e ti si blocca il cuore. Sai già che non serve, ma pesti comunque sul freno.
Al schiòc cèn.
Nel caso di mio zio, si trattò di un avvocato di grido che soffriva di esaurimento nervoso. Era ai ferri corti con moglie e figli. Lo ritenne un motivo sufficiente per gettarsi sotto il treno.
È un trauma, per un povero cristo come mio zio, maciullare un altro povero cristo come l’avvocato, in quel modo.
Ardito riuscì a fermare il convoglio quando tutte le ruote avevano già detto la loro sul corpo del suicida. Era traumatizzato, da infarto.
Arrivò la polizia, domande. E quelli là strani, intanto, che impacchettavano la polpetta sanguinolenta.
Mio zio mi raccontò che si era allontanato per rimettere, e a dieci metri di distanza, tra le foglie di un cespuglio, si era trovato davanti un orecchio con attaccato un brandello di pelle e capelli.
Svenne e vomitò. Ma non ricordava in che ordine.
Passò una settimana e Ardito riprese il lavoro. Il primo giorno tutto bene. Anche se fu doloroso fare il medesimo tragitto. Rientrò la sera, sfatto come se avesse scaricato quarti di bestie.
Non fece in tempo a levarsi gli scarponi che gli arrivò la telefonata, da uno studio notarile: «Il signor Ardito Torri?».
«Personalmente».
Prima di suicidarsi, l’avvocato aveva spedito una raccomandata al notaio, il suo ultimo testamento. Invalidava il precedente.
Alla moglie e ai figli lasciava solo la legittima. I suoi beni – e parliamo già all’epoca di miliardi – andavano in buona parte a un’opera di beneficenza.
Nel testamento si scusava anche con il macchinista ferroviere cui avrebbe causato tanti pensieri. Scriveva che capiva lo shock, e per farsi perdonare gli donava trecento milioni.
Era il ’72, uno stipendio sfiorava le centocinquantamila lire. Quella cifra corrispondeva circa a centosessantasei anni di lavoro.
Per la seconda volta, allo zio Ardito mancò poco che gli prendesse un infarto.
Seguì una simbolica battaglia legale. La moglie dell’avvocato tentò di invalidare il testamento, sostenendo la non lucidità del defunto marito. Ma il suicida aveva previsto tutto. Non ci fu nulla da fare.
Trecento pali, a Bologna li chiamavano così i milioni.
Zio Ardito aveva lavorato molti anni in officina, prima di essere assunto dalle FFSS. E, crisi o no, i ’70 erano ancora tempi d’oro per chi aveva voglia di rimboccarsi le maniche. Investì in qualche macchina per sagomare la lamiera. Il resto è storia. Una bella storia.
Ardito era estroverso, e so per certo che non era omosessuale, eppure non si era mai sposato. Ero il suo unico nipote e mi voleva bene come fossi un figlio. Quando terminai ragioneria mi insegnò il mestiere, ma mi costrinse a continuare con l’università. Economia e Commercio, me la impose dicendo che di ignorante bastava lui.
Mi laureai un anno fuori corso (tenevo già io i conti in azienda, ed era impegnativo) ma strappai la lode.
Quelli della fabbrica insieme, furono otto anni felici, credo per entrambi.
La malattia colpì Ardito poco prima di compiere gli ottanta.
Non ho mai tradito il suo affetto. Gli ho tenuto la mano finché non si è spento. Soffriva. Una roba al pancreas (e lui mi diceva, il pancreas? Come si fa a crepare per una cosa che non sai nemmeno a cosa serve?). Gli mettevo le cuffiette e gli facevo ascoltare Louis Armstrong. Era come detergergli il sudore con una salvietta umida, e pareva rasserenarsi un pochino.
Adesso non erano più gli anni d’oro. Dei trentuno dipendenti erano rimasti otto operai, due disegnatori, tre commerciali ed Enrica, la segretaria (quando stavo bene era come una seconda figlia). E io. Che in quel momento ero ancora nel mio studio e tremavo. Nudo, al buio, quasi sera. La boccetta delle benzodiazepine aperta, il tappo rotolato chissà dove. La porta chiusa a chiave e i telefoni staccati. La bottiglia del rhum giù un pezzo.
Che tentavo di dimenticare quello che ci eravamo raccontati con la dottoressa.
O meglio, quello che non ci eravamo raccontati, ma che voleva comunque uscire dal cimitero indiano del mio inconscio. Come nei film horror. Il luogo dove i morti non si decidono a dormire.