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Sorrisi per nascondere l’imbarazzo. Quindi buttai fuori pensieri a casaccio: «Coltivarsi droga leggera è uno status symbol, lo fanno altri studenti. Tutti i giovani amano trasgredire».
Non si potevano sentire le cose che stavo dicendo. Parlavo già come mio nonno: meritavo di fare il suo stesso odore.
«Ai tempi dell’università, lei trasgrediva?».
Che domanda. La dottoressa era curiosa. Vuoi vedere che avevo ragione, pensai, che sotto la cenere brillava ancora qualche scintilla maliziosa? La immaginai far le fusa, con autoreggenti e lingerie nera. Avrei potuto dar di stomaco. «Mah, non saprei», risposi sulla difensiva. Mentre sotto il mio sedere la poltrona era diventata improvvisamente scomoda.
L’avevo fatto, invece. Avevo infilato le dita nella marmellata. E dopo, dentro la mia testa, il vasetto non si era più richiuso. Il profumo mi ubriacava.
«Sono sempre stato un tipo tranquillo», aggiunsi, ma abbassai lo sguardo. Avevo il respiro affannato.
Rimanemmo in silenzio e la cosa non mi aiutava.
«Si sente bene?».
Annuii nervosamente. Levai l’anello d’argento che portavo all’anulare e ci giocai per scaricare la tensione. Per non scaraventarglielo addosso. Ultimamente la Doc aveva il chiodo fisso sulle mie emozioni. Per me erano sempre state irrilevanti. Come la coda che ci è sparita perché non serviva più, e ci è restato il coccige. Lei mi osservava il coccige e pretendeva che io scodinzolassi.
Buttai gli occhi sull’orologio. Questo round l’avevo vinto io: era finita l’ora. Anzi, i cinquanta minuti. Le sue ore duravano meno.
La dottoressa Lussiani si alzò e ripose il block notes dentro il cassetto della scrivania. La pagai, ricordandole che faticavo ancora a prendere sonno. Che controllavo sempre più volte la porta, l’antifurto, il gas, l’acqua e le persiane, prima di andare a dormire. Che i rumori forti mi facevano esplodere il cuore, che bastava un tuono per farmi mancare le gambe e correre a ripararmi sotto la scrivania.
Ero venuto per questo, due anni or sono, ma di questo non parlavamo quasi mai.
Mi rispose con il suo cavallo di battaglia: di aumentare un poco le benzodiazepina.
La ringraziai. In fin dei conti era quello che volevo sentirmi dire.
Uscii dallo studio, in via Massarenti zona Libia. Era una splendida giornata d’autunno. Di cielo terso e natura infuocata.
I bambini giocavano, la gente passeggiava tranquilla come se andasse tutto bene. Gli innamorati si tenevano per mano, convinti che il tempo avrebbe sparso diamanti e petali di rose ai loro piedi. E io, sottovuoto dentro la mia campana di vetro, avevo finalmente capito che la mia anima era un pozzo scuro e freddo. Che non provavo niente. A parte questa rabbia e angoscia lontane. Come fumo nero all’orizzonte di cui non sentivo nemmeno l’odore, ma che testimoniava orrori e città in fiamme.