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La Doc se ne stava seduta a gambe accavallate sulla sua poltrona verde smeraldo.
Il tailleur arancione ma educato e la messa in piega d’altri tempi. Il block notes in grembo, la stilografica nella sinistra.
Mi chiedevo come te lo deve tenere e menare, una mancina.
Quel giorno, mio figlio Luigi – carne e sangue della mia stessa carne e sangue – mi si era rivoltato contro come un mastino.
Era dieci centimetri più alto di me, sebbene fosse magro. Ed era stato un promettente sportivo, prima di mandare alla discarica la sua esistenza e la serenità della nostra famiglia.
«Potevo appiccicarlo al muro», sospirai. «Avevo voglia, sa. Ma cosa vuole che le dica, non l’ho mai toccato. E… sì, insomma, alla fine mi sono difeso senza reagire».
Le mani addosso. Non credevo sarebbe arrivato a tanto, era stato traumatico.
Silenzio.
«Ha 22 anni, è un uomo misericordia. Io alla sua età gestivo già la contabilità di tutta l’azienda, studiavo la notte… e trovavo il tempo per divertirmi. Lui non fa niente dalla mattina alla sera», continuai. «Ha piantato Fisica, ora dovrebbe studiare Ingegneria Informatica. Siamo a zero esami in tredici mesi. Senza contare… beh, lei sa a cosa mi riferisco».
Roba grossa, intendevo. Ero un padre scrupoloso e preoccupato.
La Doc si limitò a un sospiro. Le piaceva che mi cuocessi da solo le mie castagne, per poi scottarmi le mani nel tentativo di mangiarle.
Doveva essere il suo concetto di acquisizione della consapevolezza.
«La piccola Sara invece è un’altra cosa», divagai per allentare la morsa allo stomaco. Mi consolava la dolcezza di Sara. Dodici anni, il più bell’errore della mia vita. Nel senso che non l’avevamo cercata, mi piaceva pensare che fosse stata lei a trovarci.
Questa volta la dottoressa mi elargì un sorriso. Faceva così quando non era interessata. E infatti mi domandò: «Di Luigi, diceva?».
«Gli ho buttato la piantina di m*******a e lui l’ha presa male».
«Marijuana?».
«Sì. Il mio ex cognato, Andrea… il vigile urbano. Coi precedenti di Luigi, storceva il naso».
La dottoressa appuntò qualcosa nel block notes. «Cosa intendeva dicendo che si è sentito male?».
Questa era facile, credevo. «In colpa. Non capita così anche a lei?» saggiai. In realtà non sapevo se la dottoressa fosse sposata o avesse figli. Non sapevo nulla della sua vita privata.
«E poi?» mi incalzò.
«Sono andato in ditta. Ho sempre talmente tante cose da fare».
«No, mi riferivo a cos’altro ha provato».
«Ah! Provato. Beh, è naturale, ho provato… provato…», mi grattai l’orecchio. Sentii la faccia rattrappirsi nel tentativo di codificare l’emozione. «Cos’è che ho provato?», bofonchiai.
Era strano. Cosa provavo, dentro di me… io non lo sapevo.