La Colomba e la notte
È la sera della vigilia di Natale, indosso un passamontagna e sono vestito di nero.
Lei si chiama Mirella. Ha trentadue anni, è un’infermiera senza fissa occupazione che si accontenta di assistere degenti. Viene pagata a ore, una miseria per quello che a volte è costretta a fare.
Ama correre e ha tentato la fortuna con un quiz televisivo, perché le sue amiche sostengono che ha una memoria prodigiosa. È andata benino, ci ha guadagnato i soldi per il matrimonio e un lungo viaggio in oriente.
Ha appena finito il turno all’ospedale Malpighi e sta tornando a casa. L’attendono il marito, rappresentante di caffè, e i tre gatti.
Come tutti gli anni, vorrebbe chiamare sua madre e sua sorella, che abitano ancora a Campobasso, anche se con loro non è in buoni rapporti. Solo così, per scambiarsi gli auguri.
Il rumore dei suoi tacchi è al di là del muro. Prosegue fino al cancello che dà su via Pizzardi, e finalmente ecco la sua figura slanciata.
Fa freddo, sottozero. Il suo respiro affannato si condensa in vapore.
Si guarda intorno come se annusasse il pericolo.
Si accorge di me solo quando sbuco da dietro il camioncino parcheggiato, e le sono già addosso.
Il resto della strada è una lunga striscia deserta che si perde nel buio.
Il colpo è come il morso di un lupo.
L’istante in cui la lama le lacera la carne del fianco, le premo sulla bocca la mano guantata, per soffocarne il grido.
La sento vibrare, però, in fondo nell’anima. E schiantarsi come una finestra esplosa.
Il dolore le si irradia per il corpo, rovente da rubarle il respiro.
Nella foga, le sto tappando anche il naso. Non riesce a prendere aria. Le gambe mancano, piange e guaisce. Cerca di divincolarsi ma è inutile.
La seconda coltellata è più profonda e ricalca la prima. E una terza sopraggiunge allo stomaco e lacera i visceri, e questa volta l’acciaio resta dentro.
Si tratta di un’arma da caccia affilatissima, potrebbe tagliare un pelo di cinghiale per il lungo, diceva la pubblicità. L’ho comprata per questo.
Ruoto la mano come se rimescolassi qualcosa. Respiro la potenza della morte.
Re… e… spi… ro. E vivo.
Vivo.
Prima ero invaso dall’adrenalina, ora mi sento appagato.
Mirella si agita ancora, debolmente.
La tiro a me, guardo i suoi occhi farsi vitrei. Ogni vita è infinita fino alla morte e quello sguardo abiterà per sempre la mia memoria.
Frammenti di mosaico.
…il sangue a terra che scioglie le pozzanghere gelate, il cappotto lacerato, i capelli neri sotto la cuffia bianca, la fede al dito, i peli dei gatti sulla gonna, il corpo scomposto e violato…
Queste immagini rimarranno per sempre, ad alleviare l’angoscia di una vita che mi soffocava con le sue convenzioni e civiltà.
E tra tanti anni, quando la vecchiaia sopraggiungerà prosciugandomi, mi troverà pronto. Decrepito ma appagato. Benvoluto e rispettato dagli amici e dalla famiglia. E potrò finalmente spegnermi con serenità, custodendo i miei segreti.
Certo di lasciare tra i miei cari, solo rimpianto e ricordi d’amore.