Capitolo Secondo

1608 Parole
Capitolo Secondo La cima della collina era illuminata dai bagliori improvvisi dei lampi. Le gocce di pioggia cadevano con tanta violenza che quasi pareva volessero perforare ciò che toccavano. La fase più intensa del temporale contribuiva ad acuire il dolore e la solitudine di Iori, che non riusciva a staccarsi dal corpo del padre. Gli prese la mano e se la portò al volto in un gesto di tenerezza, quasi a tentare di recuperare un affetto che in vita era spesso mancato. Ora il giovane capiva quali e quante preoccupazioni aveva dovuto affrontare il padre nel ruolo di capo villaggio, fino a giungere alla tragedia finale. Pur devastato dalla sofferenza, Iori provò un sentimento crescente di orgoglio e ammirazione per come si era comportato il genitore. La crocifissione in cima alla collina aveva un significato simbolico: punire l’uomo che si era opposto alle pretese di Shigeharu. Un monito per chi pensasse di fare altrettanto. Il ragazzo alzò lo sguardo sul volto del padre, da cui traspariva la serena accettazione del suo destino e la dignità con la quale l’aveva affrontato. Probabilmente sarebbe rimasto a lungo in quello stato di contemplazione se uno strano rumore, una sorta di tintinnio metallico, non si fosse all’improvviso inserito tra i suoni tipici del temporale in attenuazione. Iori si alzò di scatto e brandì la spada di legno davanti a sé, pronto ad affrontare la minaccia. Qualcuno si stava avvicinando. Con il cuore che palpitava e inzuppato dalla testa ai piedi, Iori attese di scoprire chi fosse. Dopo alcuni istanti, che parvero eterni, il ragazzo vide spuntare un bastone ornato di anelli, seguito dall’uomo che lo impugnava e che indossava un piccolo copricapo nero e una tunica bianca con ampi pantaloni rigonfi. Nell’altra mano lo strano individuo stringeva un rosario buddhista. Il giovane, spiazzato dall’inattesa apparizione e non sapendo che fare, rimase fermo con la spada puntata verso il nuovo arrivato. «Non ti avvicinare, guarda che sono armato», balbettò, cercando di assumere una posa minacciosa che non convinse granché lo sconosciuto, il quale continuò ad approssimarsi, sebbene con lentezza e misurando i passi. «Stai tranquillo, non ti voglio fare del male. Mi chiamo Masamune e sono uno yamabushi», disse, posando a terra il bastone con delicatezza. Iori, superata la sorpresa iniziale, ricordò di aver visto in passato uomini di quel genere. Erano eremiti delle montagne, seguaci dello Shugendo, un complesso di dottrine e pratiche in cui antiche tradizioni religiose si erano fuse al buddhismo esoterico e venivano tramandate oralmente. La via per esprimere le virtù spirituali passava attraverso la pratica. «Quel pover’uomo è un tuo familiare?», chiese l’eremita fissando il corpo sulla croce. «Sì, è mio padre, il capo del villaggio di Nakamura, o di quello che ne rimane», rispose con un filo di voce il ragazzo, volgendo uno sguardo dolente al paesaggio spettrale che si stendeva ai piedi della collina. «Appena ho visto il fumo, ho pensato che si trattasse di un incendio scoppiato per cause accidentali, ma poi ho notato i corpi sparsi per il villaggio. Li hanno uccisi senza pietà. Forse è opera di una banda di briganti», disse l’anziano. «No, sono stati gli uomini di Hata Shigeharu, c’è la sua mano dietro tutto questo», lo interruppe brusco Iori, spiegando poi gli antefatti della strage. «Hanno operato una distruzione sistematica e le armi usate contro quei poveri disgraziati non sono quelle di una banda di straccioni, a ben vedere. Appartengono a guerrieri professionisti, giunti qui a cavallo. Prima che iniziasse a diluviare, erano ancora visibili le tracce lasciate dagli zoccoli», considerò Masamune, suscitando l’interesse del ragazzo. «Come avete notato queste cose?», gli chiese Iori, sorpreso dalla capacità di analisi dell’eremita, che sembrava provenire da un altro mondo. «Perché, molto tempo fa, sono stato uno di loro», rispose l’uomo sospirando e chinando il capo. «Davvero? Voi un guerriero?», si stupì il giovane, desideroso di conoscere la storia della vita di Masamune. «Sono nato in una famiglia di samurai, mio padre era istruttore del clan Shinmen e, sin da bambino, lo vedevo esercitarsi nelle arti marziali. Presto nacque in me il desiderio di emularlo e, anzi, di superarlo. I nostri caratteri erano poco conciliabili, ci scontravamo spesso, fino a che un giorno decisi di andarmene per sempre. Spinto da un desiderio irrefrenabile di dimostrare il mio valore, iniziai a viaggiare per il Giappone come uno shugyosha, sfidando a duello tutti gli altri spadaccini che incontravo. La mia abilità e la mia reputazione crebbero senza sosta, ma allo stesso tempo dentro di me aumentarono il senso di vuoto e di frustrazione che non riuscivo a colmare. Dopo infiniti tormenti, decisi di cambiare vita, abbandonando l’armatura del guerriero per vestire quella dell’umile pellegrino che cerca la pace con se stesso tra il silenzio delle montagne e le preghiere agli dei», rivelò l’eremita. «Anch’io desideravo essere un guerriero e ricoprirmi di onore e di gloria. E, proprio stamattina, avevo lasciato il villaggio, rinunciando a fare il contadino, come voleva mio padre. Samurai ha la sua origine nel verbo “servire”, ma quegli uomini chi e che cosa hanno servito? Uno spietato criminale che, per non rinunciare alle sue maledette tasse, ha sacrificato la vita di una piccola comunità: anime innocenti spazzate via da una furia bestiale. Mi ha tolto tutto quello che avevo, compresi i miei fratelli», disse il ragazzo con rabbia. «Hai trovato i loro corpi?», intervenne Masamune dubbioso. «No. Quando sono arrivato davanti alla capanna, ho urlato a squarciagola i loro nomi senza ottenere risposta. Poi ho notato la croce sulla collina e mi sono diretto qui. Perché mi fate questa domanda?». «Tutti i cadaveri in cui mi sono imbattuto appartenevano a persone adulte o anziane. Non c’era nessun giovane o bambino», rifletté l’eremita aggrottando le ciglia. «Intendete dire che potrebbero essere vivi?». «Non posso essere certo del loro destino, ma, per la mia esperienza passata, so che dopo un attacco o un saccheggio, i sopravvissuti, specie se giovani, vengono inclusi nel bottino. Penso tu sappia, purtroppo, cosa ne facciano i soldati delle donne. Per quanto riguarda i bambini, può accadere che vengano dati in adozione a coppie sterili dei vassalli di un daimyo o che siano destinati a servire il signore. Ti dico questo non per alimentare delle vane illusioni, è solo un’ipotesi basata su ciò che ho visto con i miei occhi quando ero un guerriero», considerò l’uomo. «Comprendo, signore, e vi ringrazio per quello che avete detto. Ero così distrutto dall’angoscia, che dentro di me non riuscivo a intravedere un barlume di luce in questo orrore. Il solo pensiero che una parte della mia famiglia possa essere ancora viva, mi dà nuova forza. Adesso ho una missione da compiere: prima darò degna sepoltura a mio padre e alle altre vittime, dopo batterò ogni paese e villaggio alla ricerca dei miei fratelli. E come ultimo passo, scoverò Shigeharu e mi prenderò la sua testa. La infilzerò su una lancia su questa collina, in modo che gli occhi di quella bestia siano rivolti per sempre sul villaggio, il mio villaggio», promise a se stesso Iori, puntando la spada nella direzione da cui erano arrivati gli uomini del daimyo. Dopo aver udito tali parole, Masamune si avvicinò cauto al giovane e gli mise le mani sulle spalle. «Ragazzo mio, ti metto in guardia: al mondo esistono persone che sanno controllare l’odio, ma molte altre se ne lasciano trasportare, perdendosi per sempre. E l’odio, insieme all’ignoranza e al desiderio, sono i tre impedimenti della vita, secondo il buddhismo», lo ammonì l’eremita, fissando Iori negli occhi. «Ma io non posso fare finta di nulla, devo reagire a quanto è successo», rispose il giovane con orgoglio. «E pensi di farlo da solo, brandendo al vento quella spada di legno?», obiettò l’altro. A quel punto Iori chinò il capo, fissando mesto la spada. Poi un pensiero improvviso ridestò il suo spirito guerriero. «Perché non mi insegnate voi? Poco fa avete detto che siete stato un abile spadaccino e avete senz’altro esperienza nell’arte militare. Posso imparare molto, prometto che mi allenerò giorno e notte e vedrete che…». «No, questo non accadrà mai. Quella parte della mia vita è sepolta per sempre», si oppose categorico l’eremita. «Allora troverò qualcun altro. Non importa quanto ci vorrà, ma ho il dovere di compiere la mia missione fino in fondo». «La tua vendetta, vorrai dire. Un vecchio proverbio cinese recita: “Chi cerca vendetta, deve prepararsi a scavare due fosse”», cercò di dissuaderlo Masamune. «Per voi è vendetta, per me è giustizia. A ogni modo nulla mi distoglierà da quello che ho deciso di fare», replicò Iori sempre più determinato. «Vedo che non c’è verso di farti cambiare idea», sospirò amaro Masamune, «a questo punto, dato che intendi seguire a tutti i costi la Via del guerriero, potresti venire con me al tempio di Negoro-ji, nella provincia di Kii. L’abate, ammesso che sia ancora vivo, è un mio vecchio amico e dispone di un corpo di monaci guerrieri. Con il suo assenso, potresti addestrarti con loro, almeno avrai qualche possibilità di portare a termine la tua missione», propose l’eremita. Non dovette attendere la risposta, perché il giovane si gettò ai suoi piedi inchinandosi più volte per ringraziarlo. «Smettila, per carità. Non sono un essere divino o un maestro a cui devi rendere omaggio. Forza, alzati, abbiamo un lungo cammino davanti a noi, e non mi riferisco solo alla strada da percorrere», disse imbarazzato Masamune. «Grazie, grazie infinite, signore. Il vostro arrivo è stato un dono del cielo», replicò commosso Iori, mordendosi le labbra per non piangere. I due quindi si dedicarono alla pietosa opera di sepoltura dei corpi, prima di abbandonare ciò che rimaneva del villaggio di Nakamura.
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