Capitolo Primo

1185 Parole
Capitolo Primo L’amo, ricavato dal guscio di una lumaca di mare, s’immerse nell’acqua, disegnando una serie di cerchi concentrici che incresparono la superficie dello stagno. Il riflesso del volto di Iori risultò distorto e tremolante, riproducendo alla perfezione il suo stato d’animo. Poco prima dell’alba aveva lasciato il villaggio di Nakamura, nella provincia di Owari, dov’era nato e cresciuto, deciso a iniziare una nuova vita. La scelta era maturata da tempo, tuttavia, a mano a mano che si allontanava, il passato tornava a occupare i suoi pensieri, riempiendolo di dubbi e di rimorsi. Lo tormentavano le parole del padre, quasi una sentenza: «Iori, ricordati che la nostra famiglia è legata da generazioni alla terra e al riso che produce, questo è il nostro destino. Non c’è spazio per altro, tantomeno per le tue fantasie di diventare un grande samurai. Ti farai del male se continuerai a vivere nel mondo dei sogni, lascia perdere una volta per tutte questa pericolosa illusione». Il padre aveva torto, Iori ne era sicuro. In passato era già accaduto che un giovane di bassi natali riuscisse a percorrere, uno dopo l’altro, i gradini della scalata al potere. Come non pensare a Toyotomi Hideyoshi? Non era nessuno, eppure con pazienza e abnegazione ce l’aveva fatta. Si raccontava che, per rendersi benemerito agli occhi di Oda Nobunaga - il suo signore - d’inverno gli tenesse i sandali dentro la camicia per scaldarli, dimostrando in tal modo la sua fedeltà. Iori non pretendeva di ripercorrere la carriera di Hideyoshi, ma era pronto a ogni sacrificio pur di evitare il destino che al padre pareva ineluttabile. Con il passare degli anni tra i due si era formato un solco sempre più profondo, per certi versi inevitabile, considerando l’appartenenza a generazioni diverse. Iori si trovava nel pieno dell’adolescenza, una fase della vita che spinge al cambiamento e che, progressivamente, costringe l’individuo a misurarsi con la sfida di governare la tensione costante tra i due estremi della continuità e della rottura. Iori era orientato alle novità e si sentiva pronto ad accettare l’ignoto, mentre il padre, mosso da un sentimento opposto, tendeva alla conservazione dell’esistente. La morte della madre aveva costituito un grave contraccolpo per l’equilibrio dei rapporti tra padre e figlio, allontanandoli sempre di più. «Non ho intenzione di trascorrere il resto della mia vita nelle risaie, con i piedi imprigionati nel fango, sempre chinato a piantare e a raccogliere, un giorno dopo l’altro. No, sono sicuro che c’è qualcosa di grande che mi attende e non posso più aspettare!», esclamò il giovane alzandosi di scatto e gettando a terra con rabbia la sua canna di bambù. Tuttavia una parte di lui era ancora legata a Nakamura, ai doveri verso la famiglia rimasta nel villaggio natale. Iori pensava soprattutto ai gemelli, suo fratello Kenshin e sua sorella Asako. Li aveva lasciati nella capanna avvolti nel sonno e teneramente abbracciati. Prendersi cura di loro era una delle principali responsabilità che il padre gli aveva affidato, e ciò acuiva il suo senso di colpa. Ma ormai non poteva tornare indietro, tra la continuità e la rottura, aveva scelto quest’ultima. «Forza, devo riprendere il cammino e vedere cosa mi riserva il futuro», si disse per farsi coraggio e per resistere all’impulso di tornare sui suoi passi, ma il richiamo del passato fu più forte e volse il capo in direzione del villaggio. Quello che vide sconvolse il piano originario: fumo. Colonne di fumo. Segni inequivocabili di un incendio. Iori, in preda all’affanno, afferrò la spada di legno che aveva intagliato di nascosto da suo padre, la infilò nella cintura e iniziò una corsa a perdifiato verso Nakamura. Sopra di lui un cielo plumbeo, in cui risuonavano cupi rimbombi di tuono, contribuiva ad accrescere un insopportabile senso di oppressione per ciò che stava succedendo. Dopo un paio d’ore, piegato in due dalla fatica, Iori raggiunse i dintorni del villaggio in fiamme. Superò di slancio il diroccato muro di cinta e si avvicinò alle prime tre case, distanziate dalle altre, in cui si trovava il vecchio mulino. “Forse è caduto un fulmine, oppure sono state le scintille di un braciere ad appiccare il fuoco”, pensò il ragazzo, cercando di darsi una spiegazione. Con la vista offuscata dal fumo, mosse alcuni passi verso il centro del villaggio, ma qualcosa ostacolò il suo cammino, facendolo inciampare. «Ma cos’è stato? Oh, no, no…», balbettò in preda alla paura, accorgendosi che davanti a lui giaceva il corpo senza vita di un uomo. Subito pensò che fosse morto a causa dell’incendio, ma un particolare rivelò la verità: la schiena della vittima era trafitta da una lunga lancia. Quindi l’incendio non era accidentale, ma era l’opera spietata di una mano umana, come scoprì Iori una volta rialzatosi e addentrandosi tra le abitazioni. Ovunque volgesse lo sguardo, scorgeva capanne avvolte dalle fiamme e cadaveri sparsi qua e là. Alcuni galleggiavano semisommersi nelle risaie, colpiti da lance o frecce. Chi aveva compiuto quel massacro? E perché? Nella mente del ragazzo affiorarono ricordi di conversazioni carpite tra suo padre - capo del villaggio - e gli altri anziani. Negli ultimi tempi i raccolti erano stati magri e si parlava del rischio di carestia. Non c’era riso sufficiente per sfamare gli abitanti e per pagare le tasse al signore del luogo. Molti si chiedevano angosciati se Hata Shigeharu avrebbe mostrato comprensione per le gravi difficoltà che stava attraversando il villaggio di Nakamura, permettendo ai contadini di conservare il frutto del raccolto e rinunciando alle sue pretese. Visto l’accaduto, era evidente quale fosse stata la risposta del potente daimyo. Iori, sconvolto e in preda a conati di vomito, giunse davanti a quello che rimaneva della sua casa, ridotta a un ammasso di detriti fumanti. «Asako! Kenshin! Papà! Dove siete?», urlò a più riprese con tutto il fiato che aveva in corpo. Nessuna risposta. Udì solo il crepitare delle fiamme e il rombo dei tuoni che annunciava l’arrivo di un temporale. Il ragazzo cadde in ginocchio, svuotato di ogni energia, tenendosi la testa tra le mani in preda alla disperazione. Un’improvvisa folata di vento allontanò la colonna di fumo che si alzava dalla capanna, permettendogli di vedere la collina che dominava il villaggio. C’era qualcosa sulla cima, una struttura che non aveva mai notato prima. Spinto dalla curiosità e da un inquietante presentimento, si rialzò a fatica e iniziò a inerpicarsi lungo il colle, mentre la pioggia cominciava a cadere. A mano a mano che si avvicinava, comprese che si trattava di alcune assi disposte a croce. Giunto a pochi passi, si accorse che ai tronchi era legato un corpo inerte, trafitto da numerose frecce. Suo padre. Ancora una volta si accasciò al suolo, chinò il capo e si lasciò andare a un pianto convulso. «Oh, papà, cosa ti hanno fatto? Perdonami, perdonami», riuscì a dire tra i singhiozzi, abbracciandone i resti. Il cielo si fece sempre più scuro e la pioggia cominciò a cadere copiosa, disegnando delle immense strisce grigie sospese nell’aria che ricordavano le sbarre di una prigione. Iori aveva iniziato la giornata confidando in una nuova vita e ora invece si trovava dominato da un’atroce angoscia.
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