6. Polinesia e il reDopo aver percorso un po’ di strada nel folto della foresta, giunsero a una vasta radura che ospitava il Palazzo reale, fatto di fango. Era la residenza del re, della sua consorte, la regina Ermintrude, e del figlio, il principe Bumpo.
Il dottore fu portato al cospetto del sovrano che era seduto su un’accogliente poltrona di vimini, protetto da un ampio parasole, accanto alla regina, addormentata. Il principe, invece, non era presente: era andato sul fiume, in barca, a pesca di salmone.
Il sovrano gli chiese per quale motivo aveva varcato i confini del regno di Jolliginki e il dottore gli spiegò le ragioni del suo viaggio in Africa.
«Non è permesso attraversare i miei territori!», dichiarò solennemente il re. «Molti anni fa un uomo bianco approdò a queste rive e io lo accolsi con grande cortesia. Ma lui, dopo aver deturpato le mie terre scavando profonde miniere per estrarre l’oro e dopo aver ucciso tutti gli elefanti che popolavano le mie rigogliose foreste per prendere l’avorio delle loro zanne, partì alla chetichella sulla sua nave senza neanche dirmi grazie. Mai più un uomo bianco viaggerà impunemente nel regno di Jolliginki!»
Quindi, rivolgendosi al capo delle guardie che gli stavano accanto per proteggerlo, gli ordinò: «Porta via questo medico con tutte le sue bestie e rinchiudilo nella prigione più sicura».
Un drappello di sei guardie di colore condusse il dottore e tutti i suoi animali in una prigione dalle solide mura di pietra. La cella aveva un’unica finestrella munita di una robusta grata di ferro e la porta era massiccia.
Furono tutti presi dallo scoramento e il maialino Gub-Gub si mise a piangere, ma Ci-Ci lo minacciò che lo avrebbe sculacciato di santa ragione se non avesse smesso immediatamente di frignare con quel suo grugnito fastidioso; ovviamente, Gub-Gub s’azzittì all’istante.
«Ci siamo tutti?», domandò il dottore guardandosi intorno, appena si fu abituato alla penombra.
«Credo di sì», disse l’anatra e cominciò a contare i suoi compagni.
«Dov’è Polinesia?», s’informò il coccodrillo. «Non è con noi».
«Ne sei certo?», domandò il dottore. «Guardatevi ancora in giro. Polinesia! Polinesia! Dove sei?»
«Penso che abbia tagliato la corda», borbottò il coccodrillo. «È proprio il tipo da fare una cosa del genere! Se l’è svignata nella giungla appena ha visto che i suoi amici erano nei guai».
«Non sono certo così sciagurata!», protestò Polinesia, uscendo da una tasca che si apriva nella coda della palandrana del dottore.
«Ho temuto che per le mie piccole dimensioni le guardie mi avrebbero messo in una gabbia, in quanto sono così piccola da fuggire agevolmente attraverso le sbarre della finestra. Così mentre il re si perdeva in chiacchiere mi sono nascosta nella tasca del dottore ed eccomi qui! Questo si chiama uno stratagemma», spiegò, lisciandosi le penne con il becco, compiaciuta.
«Misericordia!», esclamò il dottore. «Ringrazia il cielo che non mi sono seduto sopra di te!»
«E ora ascoltatemi», disse Polinesia, «stanotte, appena si farà buio, passerò tra le sbarre della finestra e volerò al palazzo. E poi, vedrete, in quattro e quattr’otto troverò il sistema perché il re ci faccia uscire tutti di prigione».
«Oh, che puoi fare tu?», disse Gub-Gub arricciando il naso e mettendosi di nuovo a piagnucolare. «Non sei che un uccello, dopotutto!»
«Verissimo», rispose il pappagallo, «ma non dimenticare che, pur essendo soltanto un uccello, so parlare come gli uomini e conosco bene il carattere dei neri».
Cosi, quella notte, mentre la luna splendeva fra le palme e tutti gli uomini del re dormivano, il pappagallo scivolò fuori dalle sbarre dell’inferriata e volò al palazzo. Il vetro della finestra della dispensa era stato rotto qualche tempo prima da una palla da tennis, sicché Polinesia poté intrufolarsi nel palazzo con facilità.
Sentì il principe Bumpo russare nella sua camera da letto al pianoterra. Poi salì silenziosa per la scala al piano superiore e raggiunse la camera del re. Aprì appena la porta con cautela e fece capolino per dare un’occhiata.
Quella sera la regina era andata a una festa da ballo in casa di una sua cugina, ma il re era a letto e dormiva saporitamente. Polinesia entrò senza fare rumore e si infilò sotto il letto. Poi diede un colpo di tosse, proprio come il dottor Dolittle.
Polinesia era abilissima, un’eccellente virtuosa nell’imitare chiunque. Il re aprì gli occhi e, nel dormiveglia, pensando che fosse la regina che rincasava dalla festa da ballo, chiese: «Ermintrude, sei tu?» Il pappagallo diede un altro colpo di tosse, forte, da un uomo adulto. Il re si mise a sedere sul letto, completamente sveglio, e do-
mandò: «Chi è?»
«Sono il dottor Dolittle», disse Polinesia, usando esattamente il tono di voce del dottore.
«Che cosa fai nella mia camera da letto?», esclamò il re. «Come hai osato uscire dalla prigione! Dove sei? Non ti vedo».
Ma il pappagallo si limitò ad emettere la risata profonda e cordiale del dottore.
«Smettila di ridere e vieni immediatamente qui perché ti possa vedere», ordinò il re.
«Sciocco di un re!», replicò Polinesia. «Hai forse dimenticato che rivolgi la parola a John Dolittle, medico chirurgo, l’uomo più straordinario del mondo? Certo che non mi puoi vedere. Mi sono reso invisibile. Non c’è nulla di cui io non sia capace. E ora ascoltami: questa notte sono venuto qui per metterti sull’avviso. Se mi impedisci di attraversare il tuo regno con i miei animali, farò in modo che tu e i tuoi sudditi vi ammaliate tutti come le scimmie. Perché io so guarire gli uomini, ma so anche farli ammalare. Mi basta alzare il dito mignolo! Manda subito i tuoi soldati ad aprire la porta del carcere, o ti verranno gli orecchioni prima che il sole del mattino sia sorto sulle colline di Jolliginki».
Il re si mise a tremare, spaventatissimo.
«Dottore!», supplicò, «sarà come tu dici. Ti prego, non alzare il dito mignolo!»
Subito si gettò fuori dal letto e corse a ordinare ai soldati di aprire la porta della prigione.
Appena il re si fu allontanato, Polinesia sgattaiolò fuori dal palazzo attraverso la solita finestra della dispensa.
Ma la regina, che proprio in quel momento stava infilando la chiave nella toppa della porta di servizio, vide il pappagallo che usciva dal vetro rotto. E quando il re tornò a letto gli raccontò quel che aveva visto.
Il re comprese di essere stato turlupinato e montò su tutte le furie. Tornò di corsa alla prigione, ma arrivò troppo tardi. La porta era spalancata. La prigione era vuota. Il dottore e tutti i suoi animali se l’erano svignata.