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«Al computer penserò io», disse Alberto.
Federica si trovava sotto pressione. In un attimo era passata da perfetta sconosciuta, a gallina dalle uova d’oro. Il sistema mediatico dell’editoria che conta l’aveva risucchiata nel proprio ingranaggio, sequestrandole l’esistenza e caricandole uno zaino di responsabilità sulla schiena.
Federica baciò Alberto sulla bocca e lo guardò negli splendidi occhi verdi. «Sei un amore». Raccolse la borsetta e controllò che contenesse telefono, portafogli e spray urticante.
Erano passati sedici mesi dall’uscita de Lo specchio rosso. Un best seller diventato immediatamente culto. Era nella top ten dei noir in Spagna e in Francia. Grazie al formato digitale si era diffuso in tutto il mondo.
Diciannove mesi dopo che Federica aveva scritto la parola fine, non le era ancora uscito il barlume di una nuova trama. Nemmeno una frase sensata che valesse la pena ispezionare per andare oltre e farla diventare pagina, quindi capitolo e finalmente romanzo.
Niente di niente.
Non era più solo un blocco dello scrittore. Era la fine.
Altri cinque mesi e sarebbe scaduto il termine previsto dal contratto per la consegna del nuovo manoscritto. Avrebbe dovuto restituire i trentamila euro d’anticipo e ammettere con tutti quelli che avevano creduto in lei, il proprio fallimento.
Era questo il vero motivo per cui non sopportava più di vedersi riflessa nel monitor del pc, mentre passava i pomeriggi a non scrivere.
Salì sul taxi.
«Buongiorno».
«Buongiorno».
«In via del Pratello per favore. Vicino al carcere minorile». Quanto tempo era passato. «Anzi mi lasci all’angolo con via Pietralata».
Aveva voglia di entrare in punta di piedi dentro i ricordi.
Era il trenta di settembre e l’aria fresca ammiccava all’autunno. Stava per arrivare ottobre. Il ventisette avrebbe compiuto trent’anni. La svolta di un decennio imponeva un bilancio.
Quello appena trascorso era stato l’anno che più l’aveva scossa. A tratti si era sentita un capitano al timone di un bastimento inaffondabile, più spesso le era parso di essere una falena dalle ali fradice in balia della tempesta.
Ma era il trenta di settembre, e il giorno dopo lei avrebbe superato le mille paure e scorto una trama degna di essere raccontata.
E poi adesso stava andando a prendere possesso dell’appartamento.
Il suo nuovo studio, che aveva le radici nella sua infanzia. Era un luogo simbolico che la galvanizzava.
Uno spicchio del volto del tassista la guardava dallo specchietto. Un attimo di esitazione poi: «Lei è la Ansaloni, vero? La scrittrice. L’ho vista su Canale 5 ieri sera, assieme a Dario Argento».
Avevano registrato il programma tre giorni prima.
Quanto poteva durare ancora la sua fama?
Dopo un’unica fiammata di popolarità, la gente dimentica in fretta. E forse è un bene.
Qualcuno però non si sarebbe scordato tanto facilmente di Federica. Il suo ammiratore conosceva il segreto.
Federica fece un cenno d’assenso nervoso.
«L’ho letto il suo libro», l’autista sollevò il pollice. «Ci è andata giù pesante, eh».
Le strappò un sorriso, ma anche una minuscola fitta allo stomaco. La luce della popolarità non l’aveva scaldata, solo abbagliata.
Si trovavano in via Sant’Isaia, accanto al Roncati. Il vecchio manicomio.
Federica patì un brivido. Cento anni prima, forse, invece che scrittrice di successo lei sarebbe stata paziente manicomiale.
Eppure era una fortuna quello che le era capitato (avrebbe dovuto essere felice e basta). Una cosa che succede a una persona su cento milioni.
Erano già molte le cose singolari che le erano accadute.
Pagò il taxi. Scese dall’auto e incamerò quell’aria che sentiva amica e protettiva. Il Pratello! Quanti ricordi. E che buffo nome. Il Peratello. Si riferiva al fatto che in passato lì fosse tutto un campo di peri. E la Nosadella1 di noci, il Frassinago di frassini...
Impossibile immaginare, adesso, i vicoletti come una distesa di verde. Anche se erano passati ottocento anni.
Altri ricordi. Recenti al confronto…
Lei bambina, in strada che rincorreva un pallone (non aveva mai sopportato le bambole) con le ginocchia sempre sbucciate. Che portava il signor Renato, il suo bastardino nero, a fare la passeggiata. I rientri da scuola, le lezioni di chitarra classica, che odiava! Richiedeva troppa disciplina e lei a quei tempi aveva orecchie solo per il rock.
Camminava sotto il portico, qualcosa al limite del suo campo visivo attirò la sua attenzione e le creò un pizzicore alla base dei capelli.
Ancora lui!
Si girò di scatto. Con il cuore che le batteva forte.
1 Nusa in bolognese significa noce.