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Si trovava ancora sul pianerottolo del primo piano. I suoi piedi rifiutavano la successiva rampa di scale. Non voleva abbandonare quelle memorie, ma soprattutto non voleva affrontarne altre.
Il Pratello era un’enorme spugna intrisa. Grondava gioia, fanciullezza, ricordi pastello, ma anche la consapevolezza di un disagio cronico. Di freddo, di solitudine temuta eppure cercata.
Il cestello di un’enorme lavatrice riempito con panni di tutti i colori, che ora si mischiavano, impastandosi. Confondendola.
Lei spettatrice al centro del turbine.
Si può solo capire, non guarire.
Sarebbe scappata via, ma non era così che funzionavano le cose. L’aveva imparato. Doveva affrontare le paure di petto, almeno quelle ancora allo stato embrionale. O si sarebbero rafforzate giorno dopo giorno, diventando enormità.
Doveva proseguire.
Da lì in poi il corrimano era leggermente differente. Somigliava a quello che lo precedeva, ma l’intaglio era più raffinato. L’aveva restaurato Enzo, il suo patrigno, maestro ebanista (forse l’ultimo artigiano bolognese a potersi fregiare di quel titolo). La sua bottega era stata a due passi da lì, in via Paradiso, prima che se lo portasse via la morte dei giusti, un ictus durante il sonno.
Anche adesso, piaceva pensare a Federica, Enzo aveva la sua bottega in paradiso.
Federica sarebbe rimasta immobile ancora a lungo, ma c’era sempre quell’orribile spioncino sollevato che incombeva. Michele la stava osservando, ci avrebbe scommesso.
Pur sapendo che non sarebbe servito a nasconderla, si avvicinò al muro. Camminò fino alla scala e salì qualche gradino. Carezzò il corrimano come fosse l’avambraccio del suo patrigno.
Era una così brutta parola, patrigno. Suonava come arcigno o maligno. Igno: suffisso con funzione alterativa o peggiorativa, così lo definiva il suo cervello di scrittrice.
No, lei non aveva avuto un patrigno o una matrigna. Aveva avuto Enzo, un nuovo padre affettuoso, e una nuova madre dolcissima, Gianna.
Affrontò la rampa come se andasse verso loro, e un po’ era così.
Il secondo piano.
La porta era sempre quella. Aveva abitato lì per nove anni.
C’erano ancora i graffi intorno al barilotto. Li aveva fatti lei con il portachiavi metallico, dando le mandate alla serratura.
A terra nessuno zerbino. Lo spazio vuoto tra gli stipiti dava l’idea di freddo e abbandono. Ai tempi in cui quella era stata casa sua, lo zerbino era color sabbia, con la scritta “benvenuti”.
Federica ci si puliva i piedi al rientro da scuola, o dopo che era stata in strada a giocare.
A volte si era appostata per ore fuori dal carcere minorile, cercando di scorgere qualche figura dietro le finestre sbarrate. Fantasticava già storie. Eccitata e terrorizzata dal pensiero che ragazzini della sua età fossero criminali che andavano tenuti rinchiusi.
Al posto del nome, sul campanello adesso c’era un cartoncino bianco.
Poggiò l’orecchio alla porta, non udì nulla. In casa non c’era nessuno. O forse il proprietario era seduto in poltrona e stava leggendo.
Certo però, che il campanello era anonimo e mancava lo zerbino.
Udì un rumore provenire dall’interno. Secco, quasi fulmineo, seguito da un gridolino. Quindi tornò il silenzio.
Il braccio le si alzò in completa autonomia. Suonò il campanello e Federica sobbalzò come se fosse stata colta di sorpresa dal dindon.
E adesso cosa faccio?, pensò intimorita.
Ma che domanda era? Non era mica una mocciosa che scampanellava a casaccio per poi fuggire. Doveva solo aspettare che qualcuno aprisse la porta, e presentarsi.
Attese.
Nessuno però venne ad aprire.
Tornò a poggiare l’orecchio al legno e rimase lì a lungo.
Suonò di nuovo, bussò senza ottenere risposta.
Nonostante il rumore che aveva appena sentito, in casa pareva non esserci nessuno.