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Prima la paura, ora lo smarrimento. Il nuovo proprietario (inquilino?) dell’appartamento non amava ricevere visite e intendeva rimanere anonimo, perfino nascosto.
O magari era solo un vecchio sordo, o un single a letto con l’influenza.
E allora il campanello senza nome? Il gridolino che aveva udito? Lo zerbino che non c’era?
Era così tentata di saperne di più che meditò seriamente di tornare di sotto e domandare chiarimenti a Michele. Ma Michela era uscita e rimanere sola con il gigante lingua-di-camaleonte la intimoriva.
Pensò che la sera stessa, a cena, avrebbe indagato su chi abitasse l’appartamento (poteva anche essere una donna) e perché se ne stesse così rintanato in casa.
Michele e Michela dovevano pur conoscere chi camminava sulla loro testa.
Guardò su. L’attendeva il terzo piano, con il suo nuovo studio. La solitudine e il silenzio.
E l’angoscia, poteva scommetterci. Appena entrata, tutti i suoi fantasmi si sarebbero rimessi a strillare come primedonne.
Proprio ciò di cui aveva bisogno per incominciare a scrivere una buona storia, tanto tremenda da non sfigurare nei confronti del suo precedente romanzo.
Fece il primo gradino e sentì freddo, come se le avessero fasciato il corpo nudo con un lenzuolo fradicio e ghiacciato.
Si voltò verso la porta anonima. Aveva sentito lo spioncino sollevarsi.
Prima Michele, ora lo sconosciuto. La guardavano tutti?
Ma qui la sensazione – e non avrebbe saputo dire il perché – era centomila volte peggiore. Un reale, assoluto e tangibile pericolo di morte.
Rimase immobile, con gli occhi piantati nel legno.
«C’è qualcuno?», balbettò.
Non accadde nulla.
«Sono la sua nuova vicina», riuscì a dire a voce alta. «Mi sente? La sua nuova vicina».
Le tremava lo stomaco.
C’era davvero qualcuno dietro la porta. Era lì a pochi passi da lei, ma voleva rimanere nascosto.
Federica salì le scale, tenendo la testa girata all’indietro. Continuando a fissare la porta chiusa.