Era un amico o un nemico, questo signore che gli gettava silenziosamente in viso la memoria di sua madre e del tempo felice?
Nemico no. Scriveva con la franchezza rude d’un gentiluomo antico; i suoi grandi caratteri inclinati nell’impeto della corsa, spiravano sincerità. La sua ospitalità era poco cerimoniosa davvero; non lasciarsi vedere! Anche per questo bisognava credere alle parole cordiali che ne accompagnavano l’offerta; originale, dunque, ma benevolo.
E quali ragioni poteva egli aver avuto di raccogliere quegli oggetti in casa sua, tanti anni addietro, e di chiamar lui, adesso, a colloquio? Mai, mai Silla non aveva udito quel nome né da sua madre, né da suo padre, né da altri. Lasciò cadere la lettera e si coperse il viso con le mani. Un barlume sorgeva nella sua mente. Forse un barlume del vero, sì. Quegli arredi erano stati venduti all’indomani di un rovescio economico; certa gente di rapina, Silla lo ricordava confusamente, era calata in casa sua nell’interesse proprio o di potenti creditori, che si tenevano all’ombra per essere amici di famiglia o per altre men disoneste ragioni; oltre allo sperpero de’ beni stabili, quadri e suppellettili di gran valore erano state portate via a vilissimo prezzo, rubate quasi in un piglia piglia indecente. Il conte d’Ormengo poteva essere stato uno dei creditori, avere troppo approfittato in quei momenti dell’opera di qualche rapace agente, desiderare adesso di aggiustare i conti con la propria coscienza. Qualcuno forse gli aveva detto ch’egli, Silla, era rimasto senza impiego, e versava in angustie. Perciò s’era fatto avanti, parlava di necessità per l’uno e per l’altro, inalberava sulle prime righe della sua lettera la bandiera dell’onoratezza; e l’avergli assegnata quella camera era un modo d’entrare in discorso prima di vedersi.
Il rumore sordo di un passo sopra la sua testa lo scosse. Stette alquanto in ascolto e gli parve di udir aprire una finestra. La sua camera ne aveva due: pensò un momento e ne aperse risolutamente una.
Rimase stupefatto, con le mani alle imposte. Il cielo era lucido come il cristallo. La luna falcata sorgeva a sinistra sopra alte montagne, illuminava debolmente a’ lati della finestra una grande muraglia grigia, severi profili di altre finestre; la grande muraglia cadeva a piombo in uno specchio terso d’acqua distesa e chiara a ponente verso umili colline, oscura dall’altra parte. Si udivano alle spalle stormire foglie non viste; soffi leggeri correvano, si spandevano, svanivano sull’acqua.
“Piace?” disse una voce che partiva dall’alto, un po’ alla destra di Silla. “Un piccolo Foehn un piccolo Foehn.” Era la voce di Steinegge che, appollaiato lassù a una finestra, fumava come un piroscafo. Il conte dormiva molto lontano e molto sodo, se il suo segretario si attentava di parlar così a voce alta, malgrado il silenzio notturno e la eco sonora del lago sottoposto. Egli si affrettò di raccontare a Silla ch’era stato in galera a Costantinopoli per cause politiche e che le maledette sentinelle turche gli rompevano il sonno ogni due ore col loro fastidioso grido: Allah-al-Allah! Da quel tempo gli era rimasta l’abitudine di svegliarsi ogni due ore per tutte le notti. Veniva alla finestra in camicia e fumava: guai se lo sapesse il conte! Egli era stato avvezzo a fumare sino a diciotto virginia il giorno, quando serviva, come capitano, negli usseri austriaci, prima del 1848. Aveva passato poi qualche giorno senza mangiare, senza tabacco mai. Il regime del conte lo faceva soffrire, gli metteva i nervi sossopra.
“La prego” gli disse Silla, interrompendone le chiacchiere “sa Lei perché il signor conte mi abbia fatto venire?”
“Voglio tornare in galera turca se so una parola sola, signor. So che il signor conte Vi conosce; non altro.”
Silla tacque.
“Aaah! - Aaah! - Aaah!” soffiava Steinegge esalando fumo e beatitudine.
“Che lago è questo?” disse il primo.
“Non sapete? Non siete mai stato? Molti, moltissimi italiani non sanno, io credo, che vi è questo piccolo lago. È curioso che lo debba io insegnare a Voi.”
“Dunque?”
“Oh, il diavolo!”
Un colpo di vento sul viso strappò quella esclamazione a Steinegge che fu appena in tempo di gettare il sigaro e di chiudere la finestra. Il sigaro passò come una stella cadente sugli occhi di Silla, i vetri suonarono in alto, le foglie stormirono dietro la casa. Steinegge, tremando d’aver lasciato entrare una boccata di fumo, fiutando l’aria infida, tornò a letto, a sognar che usciva dalla galera turca e che il padischah sorridente gli offriva la sua pipa imperiale colma di buon tabacco di Smirne.
Silla rimase lungo tempo alla finestra. La notte pura, il vento, l’odor delle montagne lo ristoravano, gli versavano silenzio nei pensieri, pace in fondo al cuore. Non si avvedeva, quasi, del passar del tempo, seguiva con attenzione inconscia i ghiribizzi del vento sul lago, le voci, il sussurro del fogliame, il viaggio della luna limpida. Udì una campana solenne suonar le ore da lontano. Le due o le tre? Non sapeva bene, si alzò sospirando e chiuse la finestra. Bisognava coricarsi, riposare un poco per avere la mente lucida all’indomani quando si troverebbe con il conte. Ma il sonno non veniva. Riaccese il lume, camminò un pezzo su e giù per la stanza; non giovava. Cercò risolutamente ricordi e pensieri lontani dalle incertezze presenti, e parve finalmente aver trovato qualche cosa, perché sedette alla scrivania, e, dopo riflettuto a lungo, scrisse, interrompendosi cento volte, la seguente lettera:
A Cecilia
Fu il mio libro Un sogno, che mi ottenne, signora, l’onore gradito della Sua prima lettera. Mentre Le rispondevo facevo appunto un sogno, un altro sogno assai migliore, assai più alto del libro. Le dirò quale? No. La farei sorridere; ora lo pseudonimo che sta in fronte a quel libro e a piè di questo scritto copre uno spirito non vano ma orgoglioso. Ebbi la Sua seconda lettera, e, come molte illusioni che hanno già tentato e deriso la mia giovinezza, anche quel sogno si è perduto davanti a me; io vedo vuota, squallida, senza fine la via faticosa. Noi non ci possiamo intendere e ci diciamo addio; Ella nascosta nel Suo domino elegante, Cecilia, io chiuso nel mio Lorenzo ch’Ella dice volgare e mi è caro per essere stato portato qualche giorno, cinquant’anni addietro, da un grande poeta che io amo. Per parte mia, nessuna curiosità mi pungerà mai, signora, a ricercare il Suo nome vero; Le sarò grato s’Ella non farà indagini per conoscere il mio.
Quando Ella mi scrisse chiedendomi la mia opinione sulla libertà umana e sulla molteplicità delle vite terrestri di un’anima, pensai che solo una donna di gran cuore, poiché si diceva dama, potesse commuoversi di problemi tanto superiori alle cure consuete del volgo signorile. Mi parve intendere che la Sua non fosse vaghezza di mente oziosa che tra un piacere e l’altro, forse tra un amore e l’altro, entra per capriccio a veder cosa fa chi pensa, studia e lavora; e, per capriccio, vuole assaggiare il liquore amaro e forte della filosofia o della scienza. Dubitai persino che qualche avvenimento della Sua vita, taciuto da Lei, Le avesse posto in cuore il sospetto, l’ombra di quegli arcani intorno ai quali mi domandava un giudizio. E risposi con folle ardore, lo confesso, con una ingenuità di espressione che dev’essere di pessimo gusto nel Suo mondo falso, perdoni la licenza d’una maschera che non vuole offender Lei, nel Suo mondo falso, dove le donne dissimulano le rughe e gli uomini la giovinezza. È vero, ho fatto da zotico borghese che stende amichevolmente la mano a una nobile signora cui non fu presentato. Ella ritira la Sua, mi punge con piccoli spilli brillanti che non fanno sangue ma dolore, mi sprizza in viso il Suo spirito, lo spirito di cui vive la intelligenza della gente raffinata sino alla massima sottigliezza e leggerezza, come certe creature gracili vivono di dolci. Io apprezzo e non stimo lo spirito, signora; peggio s’è spirito alla francese come il Suo, scettico e falso. Eccolo là davanti a me nello specchio d’un’acqua che ondulando sotto la luna ne volge il dolce lume in vano riso e in fugaci scintille. I suoi sarcasmi non mi feriscono; sarò cinico; dirò che ho visto delle donne prese, forse malgrado loro, d’amore, difendersi così, come poveri uccellini prigionieri, a beccate innocue; ma davvero non era una flirtation da ballo in maschera che mi poteva tentare; era la corrispondenza intima, seria con un’anima appassionata per quelle stesse alte cose che affascinano il mio pensiero. Avevo deciso di non risponderle più; attribuisca questa lettera ad una notte insonne, in cui mi giova riposare il cuore stretto da certe penose incertezze. Non ricordo se ci siamo incontrati mai in una vita anteriore; non so quale aristocratica stella di madreperla sarà degna di accogliere Lei quando avrà fuggito questo nostro borghese pianeta ammobigliato, questo sucido astro di mala fama dove non c’è, per una dea, da posare il piede; ma...
Forse venne meno in quel punto il lume della candela, o una nube di sonno si levò finalmente nel cervello dello scrittore. Comunque fosse, al mattino Silla dormiva e a mezzo foglio si protendeva tuttavia nel vuoto come una lama dentata in atto di ferire, l’ambigua parola: ma...
2. Il Palazzo
“Di qua, signore” disse il servo che precedeva Silla: “il signor conte è in biblioteca.”
“È questa la porta della biblioteca?”
“Sì, signore.”
Silla si fermò a leggere le seguenti parole, libera citazione del profeta Osea, incise in una lastra di marmo sopra la porta:
Loquar ad cor eius in solitudine.
Parole poetiche e affettuose che prendevano dal marmo una solennità austera, parevano più che umane nel loro senso indefinito, nella rigidezza grave delle morte forme latine, mettevano venerazione.
Il servo aperse l’uscio e disse forte: “Il signor Silla”. Questi entrò frettoloso, trepidante.
Parecchi eruditi e bibliofili lombardi conoscono la biblioteca del Palazzo; una vasta sala, presso che quadrata, illuminata da due ampie finestre nella parete di ponente, verso il lago, e da una porta a vetri che mette al giardinetto pensile, sopra la darsena. Un grande camino antico di marmo nero, sormontato da putti e fregi di stucco, si apre nella parete di fronte alle finestre, e una colossale lampada di bronzo pende dal soffitto sopra un tavolo rotondo, zeppo, per solito, di giornali e di libri. Il mobile più singolare della sala è un grande orologio da muro, bellissimo lavoro del XVIII secolo, ritto fra le due finestre. La cassa, scolpita a mezzo rilievo, mostra scene allegoriche delle stagioni, che da una Fama volante e suonante scendono ad un’altra Fama addormentata, cui cadono le ali e la tromba. Il quadrante è sorretto da vaghe danzatrici, le ore; e sopra di esso si vede spiccare il volo una figurina alata col motto a’ piedi:
Psiche
Ignoro se la nobile famiglia, cui appartiene da pochi mesi il Palazzo, vi abbia lasciata intatta la biblioteca; allora grandi scaffali altissimi ne nascondevano le pareti: i libri vi si erano andati accumulando da più generazioni di signori, molti disformi tra loro di opinioni e di gusti, cosicché ne durava la contraddizione in quelle scansie, e certe categorie di libri parevano attonite di sopravvivere a chi le aveva raccolte. Non vi era un libro di scienza fisica tra moltissime opere forestiere e nostrali di scienze occulte: dietro a libri d’ascetica o di teologia si celavano opuscoli soverchiamente profani. La biblioteca deve la sua fama a copiose e bellissime edizioni antiche di classici greci e latini, non che a un ricchissima collezione di novellieri italiani, di scritti matematici e d’arte militare, tutti anteriori all’Ottocento. Il conte Cesare scompigliò la raccolta dei classici greci e latini; cacciò i filosofi e i teologi verso le nuvole, come diceva lui, si tenne sotto la mano storici e moralisti; fece incassare e gittare in un magazzino umido i novellieri e i poeti, tranne Dante, Alfieri e le canzoni piemontesi di Angelo Brofferio. Vennero a prenderne il posto parecchie opere straniere di soggetto storico, politico o anche puramente statistico, per lo più inglesi; nessun libro entrò sotto il regime del conte che trattasse di letteratura, né d’arte, né di filosofia, né di economia pubblica; quasi nessuno che venisse di Germania, perché egli non sapeva il tedesco.
Era là, seduto al tavolo; una lunga e magra figura nera. Si alzò all’entrare di Silla, gli venne incontro e gli disse con accento piemontese, spiccatissimo:
“Voi siete il signor Corrado Silla?”
“Sì, signore.”
“Vi ringrazio molto.”
Proferite queste parole con voce dolce e grave, il conte strinse forte la mano al giovane.
“Suppongo” riprese poi “che Vi siate meravigliato di non avermi veduto iersera.”
“Di altre cose piuttosto...” Continuò Silla, ma il conte gli troncò le parole.