Cecilia-4

1646 Parole
“Oh bene, bene, mi fa piacere perché sono gli asini e i furfanti che non si meravigliano mai di niente. Però il mio segretario Vi avrà detto, in italiano o in tedesco, che io uso di coricarmi prima delle dieci. Vi pare un’abitudine meravigliosa? Lo è veramente, perché la tengo da venticinque anni. E come Vi ha condotto quel briccone di vetturale?” “Benissimo.” Il conte fece sedere Silla; sedette egli stesso e soggiunse: “Ora vorreste sapere dove Vi ha condotto?” “Naturalmente.” Silla tacque. “Oh, comprendo bene il Vostro desiderio, ma mi permetterò di non dirvi niente fino a stasera. Intanto Voi mi fate il favore d’essere un amico che viene a regalarmi il suo ozio annoiato, o un letterato che vuole assaggiare dei miei libri e del mio cuoco. Che diavolo, io non parlo di affari con un ospite appena entrato in casa mia. Questa sera chiacchiereremo. Credo che non starete poi tanto male qui da non poter trattenervi ancora.” “Tutt’altro” rispose Silla con impeto “ma Lei deve dirmi...” “D’una sorpresa che avete trovato qui? Sì, può essere che io Vi debba quello; ma io mi rivolgo alla Vostra cortesia per pregarvi di non parlarmene prima di stasera. Intanto venite: Vi farò vedere il mio Palazzo, come dicono questi zoticoni di paesani che potrebbero lasciare alla gloriosa civiltà moderna i nomi molto grandi per le cose molto piccole. La mia casa è una conchiglia” diss’egli, alzandosi in piedi. “Già, una conchiglia dove son nati molti molluschi che hanno avuti umori differenti. Forse il primo aveva sì, degli umori un poco ambiziosi; Voi vedete qui dentro che ha lavorato il guscio alla diavola, senza risparmio. Non ce ne fu poi nessuno che avesse umori epicurei, per cui la conchiglia è molto incomoda. Quanto a me, ho l’umore misantropo e faccio diventar nero il guscio ogni giorno più.” Silla non osò insistere nella sua domanda; subiva un fascino. Il conte Cesare, lungo e smilzo oltre il credibile, con quel suo testone d’irti capelli grigi, con quegli occhi severi nel volto ossuto, olivastro e tutto raso, sorprendeva. Nel suo vocione di basso profondo si sentivano tesori di dolcezza e di collera. Questa voce si muoveva sempre con un’onda appassionata, gettando, piene di vita e di originalità le frasi più volgari; veniva vibrante su dalle cavità di un gran cuore, di un petto di bronzo, all’opposto di certe malfide voci acute che scoppiettano, si direbbe, alla punta della lingua. Egli vestiva un soprabito nero, lungo sino al ginocchio, con certe manicacce sformate da cui usciva la mano bianca e bellissima. Portava un cravattone nero; de’ solini si vedevano appena le punte. “Prima di tutto” diss’egli additando le librerie “mi permetto di presentarvi la società dove passo molte ore tutti i giorni. Vi è della gente come si deve, vi sono dei furfantoni e una forte maggioranza di imbecilli che io ho mandato, da buon cristiano, quanto più vicino al regno dei cieli ho potuto. Là ci sono poeti, romanzieri e letterati. Posso ben dire questo a Voi sebbene siete un poco uomo di lettere, perché l’ho detto anche al cavalier d’Azeglio, il quale, con tutte le sua manie di scombiccherar tele e di scriver frottole, ha un certo fondo di buon senso, e si è messo a ridere. Ci sono anche molti teologi lassù. Là, quei domenicani bianchi. Vengono da un Vescovo di Novara, mio prozio, che aveva molto tempo da buttar via. Quanto a’ miei amici, spero che ne farete la conoscenza Voi stesso. Sono tutti sotto gli occhi e sotto la mano. E adesso andiamo, se Vi piace, a fare questo giro.” Prese il braccio di Silla e uscì con lui. Il Palazzo sta sull’entrata di un recondito seno dove il piccolo lago di... corre ad appiattarsi fra due coste boscose. Costrutto nello stile del XVII secolo, fronteggia il mezzogiorno con l’ala sinistra e con la destra il ponente. Una loggia di cinque arcate verso il lago e tre verso il monte, corre obliqua tra le due ali, congiungendone i primi piani sopra un enorme macigno nero che si protende sull’acqua. Morso dallo scalpello del giardiniere, quel masso ha dovuto accogliere qua e là del terriccio dove portulache, verbene e petunie ridono alla spensierata. L’ala dritta dov’è la biblioteca, edificata forse per dimora d’estate, si specchia gravemente nelle acque della cala. In faccia, a cinquanta passi, ha una solitaria costa vestita di nocciuoli e di carpini; a destra un vallone erboso dove il lago muore; vigneti e cipressi le salgono dietro il tetto a spiar nell’acqua verde, tanto limpida che quando d’estate, sul mezzogiorno, vi entra il sole, lo sguardo vi discende lungo tratto per le grandi alghe immobili e vede giù nel profondo qualche rara ombra di pesce passar lentamente sui sassi giallastri. L’ala sinistra guarda il lago aperto, montagne in faccia, montagne a levante; a ponente, verso la pianura, uno sfondo di colline, di prati rigati di pioppe cui si curva un arco di cielo. Tra levante e mezzogiorno il lago gira dietro un promontorio, un alto scoglio rossastro, a nascondervi la sua fine oscura; piccolo lago di misura e di fama, ambizioso però e orgoglioso della sua corona di monti, appassionato, mutabile; ora violetto, ora verde, ora plumbeo; talvolta, verso la pianura anche azzurro. Là è il suo riso, là si colora delle nuvole infocate al tramonto e brilla d’una sola fiamma quando il vento meridiano lo corruga sotto l’alto sole d’estate. Da tutte l’altre parti si spiegano i manti delle montagne boscose sino alla cima, macchiate da cenerognole scoscenditure di scogli, da ombre di valloni, da praticelli di smeraldo. A levante il lago mette capo a una valle; i monti vi ascendono a scaglioni verso l’Alpe dei Fiori, lontane rocce dentate che tagliano il cielo. Dentro quella valle, a breve distanza del lago, si vede la chiesa di un paesello; e anche dal lato opposto, sul ciglio della costa che scende a morir nelle praterie, biancheggia un campanile fra i noci. Alle spalle del Palazzo il piccone e il badile hanno vigorosamente assalita la montagna e conquistatone il cortile semicircolare, dove mormora un getto cristallino che ricade ondulando tra gli eleganti gynereum e le ampie foglie degli arum, quasi fiore animato di quella vegetazione tropicale. Altri due grandi mazzi ovali di fiori e di foglie si spandono ai lati di questo, fuor dalla ghiaia candida e fine. Per le muraglie di sostegno addossate al monte serpeggiano e s’incrocicchiano le mille braccia delle passiflore, delle glicine, de’ gelsomini, fragili creature amorose che cercano dappertutto un sostegno e lo vestono, grate, di fiori. Due fasci di passiflore si abbrancano pure agli angoli interni dei due fabbricati e salgono a gittar le frondi scarmigliate sin dentro la loggia. A mezzo della muraglia di sostegno, propriamente in faccia alla loggia, sale il monte tra il versante di mezzogiorno e quello di ponente un’ampia scalinata a ripiani, fiancheggiata di cipressi colossali e di statue. A destra e a sinistra si stendono reggimenti di viti, allineate in ordine di parata. Alcuni dei cipressi han perduto la cima e mostrano la fenditura nera d’un fulmine; i più sono intatti e potenti nella loro augusta vecchiaia. Paion ciclopi enormi che scendano solennemente dal monte a lavarsi; e mettono intorno a sé il silenzio dello stupore. Delle statue, appena otto o dieci durano su piedestalli, mascherati da fitti domino d’edera. Ne stendono fuori le braccia ignude e accennano, simili a minacciose sibille o piuttosto ninfe già sopraffatte e irrigidite da una strana metamorfosi. Il figlio del giardiniere seguiva quest’ultima interpretazione e usava porre loro in mano dei fasci di erbe e di fiori. A sommo della scalinata sta un’ampia vasca appoggiata ad una elegante parete greggia a mosaico bianco, rosso e nero, ripartito in cinque arcate intorno ad altrettante nicchie, ciascuna con la sua urna di marmo; in quella di mezzo una Naiade ignuda e ridente si curva sull’urna, la inclina col piede; e n’esce a fiotti l’acqua che dalla vasca è condotta per un tubo nascosto a zampillare nel cortile, tra i fiori. Sul piedestallo della statua sono incise le famose parole di Eraclito: panta rei Dalla biblioteca, posta all’estremità di ponente della villa, si esce ad un giardinetto pensile coperto quasi tutto dall’ombra d’una superba magnolia. Una scaletta scoperta ne discende al cortile presso alla porticina della darsena e al cancello d’uscita. Si va di là, per un’umile stradicciuola, a R... All’altro capo della villa una massiccia balaustrata corre sul dorso agli scogli sporgenti dall’acqua. Dentro dalla balaustrata è un gran viale; dentro dal viale una lista di aiuole fiorite, quindi un’alta e spaziosa serra d’agrumi che nella buona stagione manda i suoi avamposti, certi enormi vasi di limone, a specchiarsi dai pilastrini della balaustrata nel lago chiaro. In fondo al viale il muro di cinta è dissimulato da una selvetta di abeti che lo accompagna su pel monte, come un nastro nero, avvolgente la casetta del giardiniere presso il cancello, che mette, per un ripido viottolo conosciuto da noi, alla strada provinciale. Con i suoi cipressi, con le vigne, con la collana d’abeti, con il lago a’ piedi, la villa sarebbe assai graziosa a guardare in fotografia a traverso le lenti d’uno stereoscopio, se la scienza sapesse riprodurvi i verdi cupi e i brillanti, le acque diafane e il mobile riverbero del sole sulle vecchie mura. Si potrebbero immaginare davanti alle sue finestre ampie distese di lago, felici paesi, altre ville, altri giardini ridenti fra l’acqua e il cielo. Anche veduto con la sua scena solitaria e severa, il Palazzo non è triste. Fuori del recinto le sponde che guardano mezzogiorno verdeggiano di ulivi frequenti, parlano di dolci invernate; e per la gran porta aperta laggiù verso la pianura dove il sole tramonta entrano le immagini e quasi il suono della intensa vita delle opere umane; per là escono gli occhi e l’anima quando hanno bisogno di veder lontano, d’immaginare liberamente. Il Palazzo domina quel deserto con la sua grandiosità signorile; chi vi abita può credersi padrone di quanto vede; credersi un re superbo a cui nessuno osa accostarsi, i monti difendono il trono e le onde lambiscono i piedi. “Dicono che non è male la vista qui” disse il conte entrando in loggia con Silla. “Pare anche a me sufficientemente passabile. Leggete là.” Gli additò una lapide sopra l’arco posteriore di mezzo. Silla lesse:
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