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1020 Parole
2 Dalla finestra dell’ufficio, il brigadiere Giovannelli poteva vedere il Toraggio ed il Pietravecchia che per effetto ottico parevano essere un solo grande monte con profilo simile ad un triangolo. Non c’era mai stato, nonostante avesse promesso a se stesso che un giorno avrebbe raggiunto il rifugio dei Grai e la cima di uno dei due. Aveva sentito dire che da lì si poteva ancora ammirare il mare e la Corsica. Piero Guglielmi era in ritardo, eppure lo aveva rassicurato con un “vengo subito”. Si concentrò sul poster della blucerchiata, unico vero, grande, amore della sua vita. La fotografia risaliva ai tempi di Vialli e Mancini, icone di un club a cui avevano dato lustro i goal del primo e le magie del secondo, il ragazzo venuto da Bologna. Ogni volta che si soffermava sui visi dei propri eroi provava emozioni al limite della commozione, specie ora che dei successi era rimasta solo la patina grigia dei ricordi. Il trillo del citofono lo scosse e spostò lo sguardo verso porta dell’ufficio, dove si materializzò l’appuntato Bruno che accompagnava Guglielmi. “Cosa ho fatto?”. “Sei preoccupato, Piero?”. “No, è che io non sono abituato... e poi non faccio niente di male!”. “Sicuro?”. “Sicuro... e se qualcuno dice in giro che vado a caccia di frodo... mente!”. “Dai entra”. Guglielmi si accomodò sulla “scomoda”, la sedia dalla seduta inclinata dedicata agli interrogatori. La persona sottoposta ad esame era costretta ad una posizione innaturale, con i piedi puntati sul pavimento per frenare il costante scivolamento del sedere verso il basso. Dopo trenta minuti l’acido lattico intossicava i muscoli delle gambe, minando le barriere difensive di un cervello attaccato su due fronti: da una parte l’investigatore e dall’altra la fatica a mantenere una posizione corretta sulla sedia. Dopo un’ora la lucidità mentale lasciava spazio alla stanchezza e la sicurezza del soggetto svaniva come neve al sole. Dopo due ore, anche i più tenaci crollavano. Giovannelli si chiese se Piero avesse qualcosa da nascondere. Il giardiniere aveva mani callose, unghie nere di terriccio, viso dalle rughe profonde scavate dal sole e naso reso rubizzo dai troppi rossi che trangugiava durante la giornata. Cercò la posizione giusta per affrontare lo sguardo del brigadiere, ma dopo poco si ritrovò sul bordo della sedia. Si spinse indietro. “Non ho fatto nulla!”. Giovannelli accese il computer e mentre la ventola di raffreddamento fischiava sommessamente nel guscio metallico, aspettò che le varie icone si allineassero nello schermo. Nell’arco di due minuti Gugliemi era già scivolato sulla seduta per tre volte. “Dunque... l’anno duemilaquattordici, addì otto del mese di agosto, alle ore 16:00, innanzi a Noi sottoscritti, Ufficiali di P.G., Mario Giovannelli, Brigadiere dell’Arma dei Carabinieri in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Perinaldo (IM), è presente Piero Gugliemi, noto all’Ufficio...”. “Noto... ma io non ho fatto nulla!”. “Noto perché conosciuto... noto all’Ufficio, il quale viene escusso su sommarie informazioni testimoniali circa il rinvenimento di un cadavere di sesso maschile in località Alpicella di Perinaldo (IM)...”. “Cadavere...non sono stato io!”. “L’hai trovato tu o no?” “Sì... certo...”. “...il medesimo viene invitato a dire la verità e a non nascondere nulla di quanto è sua conoscenza... chiaro?”. “Cosa?”. “...a dire la verità...”. “Ah, sì certo, certo... dico sempre la verità!”. L’espressione del brigadiere si fece più seria. “Lo conoscevi?”. “Chi?”. “Il morto!”. “Ma brigadiere, io non so chi sia... io passavo di lì per caso e l’ho visto...”. “Per caso... è un po’ fuori mano o forse hai qualche giardino da curare da quelle parti?”. “Non ci sono giardini da quelle parti... facevo una passeggiata...”. “Una passeggiata alle dodici, con questo caldo, all’Alpicella...”. “Perché è vietato?”. “Non fare lo stronzo e non essere arrogante. Non vuoi diventare antipatico al punto da farmi venire la voglia di dare un’occhiata alla tua cantina e magari scoprire che hai un po’ di lacci per cinghiali, vero?”. “D’accordo, d’accordo... ero lì perché mi è stato detto che gente di Apricale mette le trappole per i cinghiali...le volevo togliere, sa per quei poveri animali che se ci finiscono dentro rimangono per ore ad agonizzare...”. “Lasciamo perdere. Quindi non sai chi possa essere, il morto?”. “Esatto, non l’ho mai visto prima e poi nelle condizioni in cui era non avrei riconosciuto nemmeno mio fratello”. Giovannelli guardò l’orologio. Erano passati venti minuti e il giardiniere cominciava a dare i primi segni di disagio fisico: sudava copiosamente e spingeva continuamente il sedere indietro per riguadagnare tutta la seduta. Accavallava le gambe, le spalancava, puntellava i pedi, ma la sedia lo stava mettendo a dura prova. Il brigadiere sorrise. “Ricominciamo. Che cosa facevi lassù?”. “Gliel’ho appena detto... ero andato per verificare dei lacci... non miei!”. “A che ora sei uscito di casa?”. “Non mi ricordo, forse alle nove”. “E dalle nove alle dodici, quando ci hai chiamato, cosa hai fatto?”. “Sono stato al bar”. “Quanti rossi?”. “Come dice?”. “Quanto hai bevuto?”. “Brigadiere, io non bevo... degusto. Sono uno che di vino ne capisce parecchio e Giancarlo, il proprietario, mi chiede continuamente dei consigli”. “Non ho dubbi. Dunque, sei stato lì sino alle?...”. “Le undici, undici e trenta, più o meno. Poi ho preso il motorino e sono andato all’Alpicella. Quando sono arrivato in cima ho trovato il morto”. “Per caso ti sei avvicinato a lui?”. “No... un po’... insomma sì”. “Perché?”. “Volevo vedere se lo conoscevo”. “E l’hai riconosciuto?”. “Brigadiere, gliel’ho già detto, non so chi sia... mai visto”. Guglielmi si alzò di scatto. “Che stai facendo? Siediti!”. “Ho male alle gambe, questa sedia è difettosa e non si riesce a stare seduti”. “Siediti, che non abbiamo ancora finito”. Giovannelli guardò l’orologio: era passata solo mezz’ora da quando avevano iniziato ed il giardiniere era già cotto. Pensò che fosse sincero quando diceva che non lo conosceva e che si era imbattuto nel cadavere casualmente. C’era qualcosa che, comunque, nel suo atteggiamento non lo convinceva. Erano gli occhi che si muovevano velocemente senza mai posarsi sull’interlocutore, preferendo osservare il pavimento piuttosto che la finestra. Poi le gambe, serrate, a chiusura totale: stava nascondendo qualcosa. “Lo hai toccato?”. “Chi?”. “Il cadavere”. “No, no, assolutamente... a me i morti fanno senso”. Ancora lo sguardo che sfuggiva, di nuovo le ginocchia strette e le mani che le stringevano. Il brigadiere decise che era il momento di affondare e si avvicinò a lui. Lo afferrò per la camicia che puzzava di sudore. “Sta a sentire specie di rifiuto umano, se mi stai mentendo ti farò rimpiangere di essere nato. Faremo tutti gli accertamenti e se scopro che in qualche modo sei coinvolto in questa storia, ti schiaffo in cella e butto la chiave”. “Brigadiere mi sta facendo male... mi lasci!”. L’alito dell’uomo sapeva di vino, carie e fegato in disfacimento. Giovannelli lasciò la presa, spingendolo contro lo schienale della sedia. Si convinse che non avrebbe detto nulla di più e quindi chiuse il verbale e lo stampò. Quando Guglielmi uscì, aprì la finestra per inspirare aria pulita. Ammirò per l’ennesima volta il profilo delle montagne. Un giorno le avrebbe raggiunte.
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