3
Il maresciallo Calì spense la luce dell’ufficio dopo aver dato un’ultima occhiata alla scrivania sul cui piano giaceva il rapporto preliminare da consegnare al dottor Gagliostro.
L’indagine doveva ancora partire ed il carteggio era già alto dieci centimetri.
La segnalazione di reato a carico di ignoti comprendeva il riassunto dei fatti, il verbale delle informazioni rese da Guglielmi ed il fascicolo fotografico del sopralluogo.
I calchi delle impronte di scarpe ed i reperti, per il momento, non li avrebbe depositati in attesa delle indicazioni del Procuratore, la cui voce stridula aveva ancora nelle orecchie. “Senta maresciallo, domani viene da me e mi porta l’informativa e subito dopo va al cimitero di Bussana per l’autopsia. Ho già dato incarico al dottor Trucchi, un ottimo anatomopatologo, che effettuerà gli accertamenti sul cadavere”.
“All’autopsia?”.
“Certo, ha qualche problema ad assistere?”.
“Un po’”.
“Ma mi faccia il piacere! Si ricordi che lei è un militare”.
Chiusa la comunicazione, era rimasto per diversi minuti a fissare il vuoto: lui odiava le autopsie. Non riusciva a rimanere impassibile di fronte al medico che con il bisturi seziona il corpo di una persona. In quelle gesta non c’era nulla di umano, anche se era consapevole che proprio dall’autopsia potevano emergere elementi determinanti per l’indagine.
Quando varcò la soglia dell’appartamento di servizio erano le ventidue.
Calì era arrivato a cinquant’anni senza mai sposarsi. Pochi rapporti stabili che non erano mai andati oltre i due anni lo avevano convinto che non era fatto per la vita a due.
Si guardò attorno e le sue convinzioni, per un attimo, vacillarono. Era stata una giornata dura e forse l’abbraccio di una compagna lo avrebbe confortato.
I tre vani più servizi in cui viveva gli sembrarono immensi, e il vuoto ancora più grande. Aprì il frigorifero, scoprendo che conteneva solo una zucchina asfittica, una lattina di birra e del latte scaduto. “In fondo non ho fame... cazzo l’autopsia”.
Raggiunse la sala e si accasciò sul divano in preda agli incubi.
L’alba lo sorprese con l’uniforme ancora addosso e la schiena a pezzi. Si spogliò, sperando di trovare in una doccia fredda l’energia necessaria per affrontare la giornata. Lasciò che il getto d’acqua erogato dalla pigna lo colpisse alla base della nuca; si girò lasciandosi massaggiare la fronte ampia. Quando, dieci minuti più tardi, si sentì pronto uscì dal box afferrando l’accappatoio. Guardandosi allo specchio vide un uomo che dimostrava dieci anni di più di quelli effettivi. Le rughe gli segnavano il viso in modo netto, specie quelle espressive. I muscoli facciali mostravano i primi sintomi di disagio e quindi fece alcune smorfie per rinvigorirli, senza ottenere risultati accettabili: appena smetteva la pelle delle guance ricadeva sulla mandibola come quella dei bulldog. I pochi capelli che albergavano sul cranio erano disperatamente aggrappati al cuoio capelluto, tanto che Calì era indeciso se lasciarli al loro posto o tagliarli del tutto.
Preferì limitarsi all’esame del volto, tralasciando le altre parti del corpo, consapevole che era sovrappeso e che prima o poi si sarebbe dovuto mettere a dieta per perdere almeno una ventina dei cento chilogrammi che si portava appresso.
Lo stomaco fece un brontolio sordo, ricordandogli che la sera prima aveva saltato la cena e che forse una robusta colazione sarebbe stata gradita. Gli bastò pensare all’autopsia a cui avrebbe dovuto assistere e la sensazione di fame cessò all’istante.
Salito sull’autovettura di servizio, rimase per qualche istante fermo con il motore acceso nell’attesa di decidere che direzione prendere. Per raggiungere Imperia poteva percorrere la valle del Verbone sino a Vallecrosia e poi di lì raggiungere Bordighera dove imboccare l’autostrada, oppure dirigersi verso San Romolo, scendere a Sanremo e raggiungere il casello di Arma di Taggia.
Con il primo percorso avrebbe attraversato oliveti secolari aggrappati per tredici chilometri ai bordi di fasce strette. Con il secondo una strada in salita per cinque chilometri, sino alla base del monte Caggio, e poi una discesa in picchiata verso la città dei fiori, bucando boschi di castagni e pini marittimi.
Osservò il display del termometro la temperatura esterna che alle otto del mattino segnava già ventidue gradi e quindi optò per la montagna. Spalancò il finestrino lasciando che l’aria inondasse l’abitacolo con essenze di conifere e di muschio, mantenendo una velocità di crociera che lungo la provinciale non superò mai i quaranta orari.
Quando raggiunse il Tribunale di Imperia erano le nove e trenta. Per sua fortuna il dottor Gagliostro era impegnato in udienza e dunque si risparmiò il predicozzo che immaginava. “L’aspettavo alle otto... lei è inefficiente... parlerò con il suo capitano...”.
Depositò in segreteria il plico facendosi consegnare una ricevuta e poi uscì dallo stabile dopo dieci minuti dal proprio ingresso.
Decise che alla sala autoptica del cimitero di Bussana sarebbe arrivato percorrendo l’Aurelia. Aveva il tempo dalla sua.
La strada costeggiava il mare ed in mezzo si inseriva la pista ciclabile che aveva sostituito la ferrovia trasferita a monte. Turisti e indigeni potevano godere della bellezza della costa correndo, pedalando o semplicemente passeggiando lungo la striscia di asfalto che seguiva dolcemente insenature e golfi tra San Lorenzo al Mare ed Ospedaletti.
Per un attimo, nella testa di Calì balenò l’idea di acquistare una bicicletta con la quale mischiarsi alle centinaia di persone che vedeva pedalare. L’idea di sudare lo dissuase immediatamente.
Le agavi ed i fichi d’india che abbellivano i muri in pietra e le scogliere vicino al mare gli ricordavano la Sicilia dalla quale ormai mancava da quando si era arruolato. Non era mai riuscito ad ottenere il trasferimento nell’isola e quando la terza domanda gli era stata respinta, aveva rinunciato definitivamente. Si era consolato, ritenendosi comunque fortunato a prestare servizio in una regione affacciata sul Mediterraneo che aveva tante cose in comune con l’amata terra natia.
Solo quando varcò il cancello del cimitero di Bussana si chiese perché fosse stato scelto quell’obitorio per l’esame autoptico. La sala era vecchia e poco funzionale rispetto a quella dell’ospedale di Imperia. “Forse l’altra era occupata.” Si espresse ad alta voce mentre osservava il dottor Trucchi che lo stava attendendo sul piazzale.
Era un uomo alto, magro e pallido. Portava occhiali da vista con montatura robusta e lenti spesse un centimetro. Dimostrava tra i sessantacinque ed i settant’anni, ma probabilmente ne aveva molti di meno. Indossava, estate ed inverno, sempre lo stesso cappotto lungo color cammello, giacca pied de poule, camicia bianca – rigorosamente sgualcita – e cravatta rossa.
Era un tipo silenzioso ed anche quel giorno non si smentì, salutando il maresciallo con una semplice stretta di mano.
“Senta dottore... se non le dispiace, io resterei fuori”.
L’anatomopatologo lo guardò con espressione neutra, gli girò le spalle e si fece inghiottire dal varco scuro dell’obitorio.
Rimasto da solo, Calì si tolse il berretto per asciugarsi il sudore. Osservò i viali alberati che crescevano al limite delle aree destinate alle tumulazioni in terra. Una serie di corridoi partiva, con schema ordinato, in modo perpendicolare al piazzale in cui si trovava. Il silenzio era rotto dal canto delle cicale e dal rumore della sega circolare che il dottor Trucchi stava usando.
Decise di allontanarsi per cercare di allentare la stretta allo stomaco che si era manifestata al primo attacco di fresa.
Camminò lesto e leggero, per quanto poteva, cercando di non far gemere troppo la ghiaia che scricchiolava sotto la suola delle scarpe. Camminò a lungo, esplorando tutti gli angoli del cimitero, fermandosi ogni tanto davanti alle tombe, specie a quelle dei bambini. Osservando le fotografie, si domandava se la vita avesse una logica e se effettivamente fosse giusto morire ancor prima di assaporarne il gusto.
Spesso si era chiesto se un Dio esistesse e soprattutto se fosse lo stesso per tutte le religioni. Lui si definiva un cattolico precettato dalla volontà di una madre devota alla fede vaticana oltre ogni immaginario. Non sapeva se fosse stata da sempre così o se ciò fosse la conseguenza della vedovanza arrivata troppo presto. Come diceva lei, un giorno il Signore aveva chiamato a sé il marito elettricista, fulminandolo con una scarica di alta tensione.
Calì non aveva mai conosciuto suo padre se non per le fotografie che arredavano il sacrario allestito nella camera matrimoniale dei suoi genitori. Accanto al letto c’era di tutto: candele, ritratti di Salvatore, immagini sacre e rosari. Ricordava quella stanza costantemente in penombra e con un persistente odore di incenso. Ogni volta che varcava la soglia gli sembrava di entrare in una chiesa, provando le stesse sensazioni di quando, ogni domenica mattina, veniva trascinato in quella di Sant’Antonio. Infilato nel vestito della festa osservava le persone che si alzavano, si sedevano e s’inginocchiavano seguendo i ritmi dettati dal sacerdote. Alcune tenevano costantemente gli occhi chiusi, altre si battevano il petto in segno di colpa, come se vivere fosse un peccato. Sua madre rimaneva costantemente inginocchiata, la testa avvolta nel velo nero, le mani con le dita intrecciate appoggiate alla fronte. Sussurrava ogni parola che il prete pronunciava, anzi spesso lo anticipava, dando prova di una conoscenza della materia che ogni volta lo sbalordiva.
Sul filo dei ricordi si chiese se, per il fatto che avesse frequentato coattivamente la Chiesa, si potesse ritenere un cattolico. La risposta non la conosceva, perché il problema non se lo era mai realmente posto e probabilmente non era così importante.
Guardò l’immagine sorridente di una bambina che a sei anni aveva smesso di vivere. Provò un brivido lungo la schiena e si sentì disarmato di fronte a quel sorriso in cui non c’erano le ombre di un destino incomprensibile. Cercò dentro di sé il frammento di qualche preghiera che avrebbe voluto recitare, ma non ne trovò nemmeno uno. “Mi dispiace...” fu l’unica cosa che riuscì a pronunciare.
Quando ritornò all’obitorio, trovò il dottor Trucchi che stava fumando una sigaretta. Si guardarono per un lungo istante senza dire una parola. Poi l’anatomopatologo gettò il mozzicone a terra e dopo averlo schiacciato con la punta della scarpa lisa si rivolse al maresciallo con filo di voce.
“È stato torturato a lungo... è morto dissanguato. Farò avere il referto al dottor Gagliostro”.
Si frugò nella tasca del cappotto e prese un’altra sigaretta dal pacchetto sgualcito. L’accese, aspirando avidamente la nicotina. “Maresciallo, prenda chi è stato... chiunque abbia fatto ciò è uno spietato assassino”.
Non disse altro.