4

1004 Parole
4 Genova, 18 aprile 1974 L’uomo alla fermata degli autobus fumava nervosamente, aspirando l’ennesima Nazionale senza filtro. Era lì da un’ora, per il settimo giorno consecutivo. Si sentiva teso e non capiva se ciò dipendeva da quanto sarebbe accaduto a breve o dai i dubbi che lo avevano attanagliato negli ultimi tempi. Spesso si era chiesto se effettivamente fosse necessaria la lotta armata propagandata dai suoi compagni alla quale preferiva le proteste di piazza insieme agli operai. La trasformazione delle battaglie sindacali in atti di guerriglia rivoluzionaria non lo avevano convinto, ma quando aveva provato a discuterne, era stato tacciato di tradimento degli ideali e di scarso senso di razionalità. Da allora aveva preferito tacere. Era stato, così, travolto dagli eventi e dall’operazione che stavano per compiere. Lui si doveva preoccupare di seguire l’anticomunista, dal momento in cui scendeva dall’autobus numero quarantadue alla fermata di via Fratelli Rosselli angolo via Zara, sino a quando imboccava via al Forte di San Giuliano. Doveva limitarsi a controllare che non fosse accompagnato da sbirri e poi riferire. Quella sera, però, non sarebbe stato da solo. Lungo il tragitto, altri occhi rivoluzionari avrebbero monitorato il giudice fascista e prima che varcasse la soglia lo avrebbero rapito. Il fine era quello di rinchiuderlo in un carcere del popolo per processarlo, ritenendolo responsabile di essersi presentato per ben due volte nella lista del FUAN mettendosi a disposizione dei fascisti. Le colpe maggiori erano quelle relative al ruolo istituzionale che ricopriva, per essersi schierato con la corrente di estrema destra della stessa magistratura al solo scopo di perseguitare la classe operaia, gli studenti e le organizzazioni della sinistra in generale. Il piano era stato studiato nei minimi particolari: lo avrebbero rapito prima che entrasse nella sua casa genovese. Il giudice non avrebbe avuto una scorta e quindi l’azione sarebbe stata più semplice, con l’unica incognita rappresentata dalla pistola che poteva avere con sé. Dovevano agire in fretta, sfruttando l’effetto sorpresa. In due lo avrebbero bloccato alle spalle e caricato sul furgone in cui un terzo attendeva con il motore acceso. Un gioco da ragazzi, lo avevano definito, ma lui non era convinto. Pensava che rapire un magistrato fosse un suicidio, perché ci sarebbe stata la condanna unanime dell’opinione pubblica e delle intere istituzioni. Poi processarlo, con quale condanna? Ed infine fare cosa? Ucciderlo? Erano queste le domande che affollavano la sua mente, mentre con il mozzicone della sigaretta ne accendeva un’altra. Guardò l’orologio: segnava le ventuno. Sapeva che il carcere rivoluzionario era stato individuato in una zona fuori Genova, ma non gli era stato comunicato il luogo. Probabilmente i suoi compagni non si fidavano più di lui, anche alla luce del dissenso che aveva espresso per il tipo di scelta fatta. Negli ultimi giorni aveva maturato la certezza della sfiducia che esisteva nei suoi confronti. La percepiva dagli sguardi sfuggenti, dagli atteggiamenti di isolamento in cui l’avevano relegato. La sera prima aveva captato una frase sfuggita ad uno di loro, ossia che subito dopo l’operazione si doveva tappare per sempre la bocca al traditore. In quel termine si era identificato. L’azione di guerra, così l’avevano definita, prevedeva la condivisione totale del progetto, degli ideali che lo avevano promosso e del fine. Chi, a quel punto, avesse vacillato avrebbe messo a rischio la vita di tutti i compagni e l’esistenza stessa del nucleo armato che come unico scopo aveva quello di combattere lo Stato imperialista. Aveva paura di pagare con la vita le proprie esitazioni ideologiche ed era consapevole che tale evento si sarebbe potuto concretizzare a breve. I fari del quarantadue occhieggiarono in fondo alla via. Sentì l’adrenalina crescere. Quando l’autobus si fermò e le porte si aprirono, lo vide scendere con passo deciso. Aveva nella mano destra una valigetta e nella sinistra un quotidiano. Appena il magistrato toccò il selciato, incrociò il suo sguardo e per un lungo attimo si sentì nudo, come se la vittima avesse percepito il pericolo. Poi il giudice si voltò ed attraversò via Zara. L’aria era umida, scossa dallo scirocco. Non pioveva, anche se nuvole basse minacciavano di replicare le precipitazioni del pomeriggio. In via Fratelli Rosselli non c’era un cane e l’uomo lasciò che il magistrato si allontanasse per poi cominciare a seguirlo a distanza. All’angolo con via Forte di San Giuliano vide il furgone, ma non riuscì ad individuare i due compagni che lo avrebbero aggredito. Si guardò attorno senza notare la presenza di nessuno. Le luci della via in cui abitava il loro obiettivo erano state isolate e la strada era completamente al buio. L’azione fu improvvisa al punto che lui stesso ne rimase sorpreso. Due uomini sbucarono rapidi da dietro la fila delle auto in sosta, afferrando il giudice da dietro. Vide l’uomo divincolarsi e liberare il braccio destro e con la mano cercò disperatamente la pistola che probabilmente teneva all’interno della giacca. “Stai fermo o ti ammazziamo”, urlò uno degli aggressori, mentre il secondo lo colpì con un calcio al torace. Vide il magistrato accasciarsi al suolo e subito dopo sparire dentro il furgone. L’ultima immagine che il suo cervello registrò fu la sagoma del mezzo che spariva in fondo a via Fratelli Rosselli. L’agguato si era concluso con l’esito sperato. Ritornò sui propri passi, dapprima camminando velocemente, poi correndo. Nella sua mente si affollavano i pensieri più contrastanti e le parole che aveva percepito la sera prima nello scantinato di via del Campo. Temeva che il prossimo a sparire sarebbe stato lui. Il presagio si trasformò in certezza quando vide, sotto il palazzo di Sampierdarena dove abitava, le sagome di due persone in palese attesa. Lo avrebbero ucciso, era quella la sensazione che si sovrappose a qualsiasi altro pensiero. Doveva cercare in fretta una via d’uscita e lo spirito di sopravvivenza lo spinse ad individuare un posto dove nascondersi. Passò in rassegna tutti i nomi degli amici, senza trovarne uno di cui fidarsi ciecamente. Ognuno di loro aveva sposato la lotta armata e nessun confronto era servito a liberarli dall’ossessione che l’unico modo per combattere lo Stato fascista fosse la violenza. La politica della distensione in cui lui credeva, rappresentava un cancro di cui il nucleo armato costituito si voleva liberare. In quell’istante si rese conto come la propria esistenza non valesse più nulla.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI