Capitolo 1 - Un risveglio traumatico
Quel «Benvenuto all’Inferno» scritto con il rossetto rosso porpora sullo specchio del bagno era ormai l’unico ricordo di una notte di passione che gli aveva fatto scordare l’usuale buonsenso di quando finiva a letto con donne sconosciute. Un brivido gli percorse la schiena prima di concludere la sua folle corsa con una vampata sul volto che spazzò quell’intontimento frutto di una nottata praticamente insonne. Il cuore batteva all’impazzata quasi volesse squarciargli il petto. Un’atroce sensazione di vuoto nello stomaco e il terreno che pareva scomparire da sotto i suoi piedi furono gli ulteriori segnali di allarme a indicare che qualcosa era fuori controllo. Tante le domande che lo travolsero come un treno in corsa contro un’auto che ha inopinatamente sfondato le barriere del passaggio a livello.
Continuava a chiedersi cosa significasse quella frase, ma soprattutto che fine avesse fatto la donna che poche ore prima lo aveva estasiato come mai gli era capitato nella sua lunga, travagliata e continua ricerca del piacere. Se n’era andata senza lasciare neppure un biglietto, solo quel messaggio sibillino che ora lo stava macerando facendolo pentire di non aver adottato le necessarie precauzioni. Per non aver usato i preservativi che pure aveva a portata di mano nel cassetto del comodino accanto al letto colorato della sua accogliente camera. Il solo pensiero che potesse essere malata di Aids e che lo avesse infettato spalancandogli le porte dell’Inferno lo rese ostaggio della paura. Divenne irrazionale nonostante la sua proverbiale capacità di tenere tutto sotto controllo.
Il terrore di morire per una scopata era più forte di qualsiasi pensiero razionale e ragionevole che in quel momento potesse passargli per la mente. Era sicuro che quella donna lo avesse sedotto e abbandonato. La vendetta che in fondo si aspettava, il dazio da pagare per una vita che da qualche tempo viveva in maniera godereccia e lussuriosa. Una resa dei conti che cercava di allontanare il più possibile adottando quelle che venivano considerate le opportune cautele. Quella notte, però, qualcosa gli aveva fatto abbassare la guardia e ora lo terrorizzava. Il principio che tutto abbia un inizio e una fine stavolta lo aveva colto di sorpresa perché non si sentiva pronto per il viaggio del non ritorno.
Forse si era lasciato tradire dalla primavera che, con il suo tepore e il risveglio della natura, spinge prepotentemente alla schiusa dopo le nottate invernali buie, algide, piovose e battute dal freddo vento di tramontana. Era convinto che la sorte lo avesse punito facendo finire nel suo letto la donna sbagliata, la vendicatrice del sangue, che gli aveva presentato un conto salatissimo. Il peggio, in una sorta di discesa senza freni verso l’abisso, era che non sarebbe finita in un attimo, come sperava avvenisse se proprio avesse dovuto attraversare la cruna dell’ago. La sua sarebbe stata una lunga e sofferente caduta verso il buco nero dell’esistenza. Consumato dalla malattia che avrebbe distrutto il corpo dopo aver macerato l’anima e tagliato il sottile filo invisibile che lo legava al mondo. Perché, era la sua paura, nessuno gli sarebbe rimasto accanto se si fosse saputo del male, quello dei peccatori. Che vita sarebbe stata senza la possibilità di consumare rapporti sessuali, ormai fondamentali più per riempire una sorta di vuoto esistenziale apparentemente incolmabile che per appagare il pur pantagruelico e voluttuoso appetito.
Rimase a lungo a guardarsi allo specchio come se la malattia dovesse materializzarsi da un momento all’altro trasformandolo in uno zombie. Guardò la radiosveglia per capire se poteva chiamare il medico e raccontargli le proprie paure, così da cercare di esorcizzarle. Gli avrebbe inutilmente chiesto lumi su cosa avrebbe potuto fare per debellare quel virus da cui si sentiva invaso. In cuor suo, però, sapeva che non c’era modo di sconfiggerlo. Era ancora troppo presto per telefonargli. Così decise di lavarsi, vestirsi e recarsi in ambulatorio per parlargliene di persona. E pazienza se avesse dovuto fare la fila rischiando di arrivare tardi al lavoro. Quella mattina era più importante la salute e voleva giocare tutte le carte a disposizione per impedire l’epilogo mortale che riteneva ormai certo. Rimase parecchio tempo sotto la doccia, quasi cercasse di debellare il male con l’acqua assegnandole una sorta di potere catartico.
Mentre raggiungeva lo studio rifletteva su una considerazione che aveva letto una volta in un vecchio poliziesco e che gli era rimasta appiccicata come una cicatrice, una ferita che gli sanguinava spesso per via del suo lavoro di cronista da strada. Era, infatti, convinto che l’amore e il sesso contendessero alla fame il triste primato della principale causa di morte. Non voleva credere che davvero quella notte avesse goduto per l’ultima volta.