Capitolo 2 - Dal medico

1675 Parole
Capitolo 2 - Dal medico «Ci siamo alzati presto stamattina, che sarà mai successo?» gli chiese il dottore abbozzando un sorriso non appena lo vide davanti all’ambulatorio ancora chiuso. Avrebbe voluto salutarlo con un simpatico epiteto salentino che gli aveva insegnato proprio l’uomo che aveva di fronte, ma le parole “ciau zangune”1 gli rimasero inspiegabilmente in gola. Diversamente dal solito non c’era alcun anziano paziente che, insonne e senza nulla da fare se non pensare alla salute e al pranzo della mezza, lo stesse aspettando da almeno qualche ora. Il medico non poteva immaginare gli incubi che in quel momento stavano girovagando nella mente di Saru già particolarmente provato dal caldo che metteva a dura prova le sue camicie profumate e tutte rigorosamente cifrate a mano. Quando si rese conto che le domande e le occhiate di scherno non sortivano alcun effetto su uno spirito allegro come quello del cronista, cominciò a venirgli il dubbio che qualcosa non andasse; che quel muso e quello sguardo spento, quasi catatonico, non fossero solo gli effetti drammatici del risveglio di buon’ora, cosa a cui il suo assistito non era affatto abituato. Seduto davanti alla scrivania, con l’odore dei medicinali che gli riempiva il naso fin quasi a impedirgli di respirare, lontano da orecchie indiscrete, Saru cominciò a esternare i suoi atroci timori. Il dottore lo ascoltò con il solito interesse non dovuto solo alle buone relazioni che si erano instaurate tra i due. Per un momento gli venne il dubbio che lo stesse prendendo in giro. Ma col trascorrere dei minuti si rese conto che l’uomo che aveva di fronte era davvero terrorizzato dall’idea di essere stato infettato dal virus dell’Hiv. Il medico cominciò a passare al setaccio tutte le sfaccettature di quel rapporto sessuale occasionale. Cercava eventuali appigli utili a rassicurare il malato che in quel momento era solo immaginario e in preda a una crisi ipocondriaca peggiore dello stesso male. Saru non andava mai dal medico, non soffriva, per sua grazia, di alcun malanno. La febbre lo odiava così tanto da non accettare neppure un invito a un fugace rapporto di raffreddamento. Ma quando si faceva prendere dai dubbi diventava spaventosamente insopportabile. Si sincerò se per caso avesse dei tagli in bocca o sul pene per scongiurare il contatto tra mucose lacerate. Il cronista gli rispose di no, ma con la consapevolezza di essere al punto di partenza perché non poteva dire la stessa cosa per la donna con cui aveva trascorso quella notte infuocata. Difficile pensare di controllare se la partner abbia o meno delle ferite in bocca o nella v****a quando occorre tenere a bada gli ormoni che annichiliscono la ragione e non danno tregua. Gli era sembrata una bella manza, in salute, vogliosa e senza tabù. E queste interessanti caratteristiche erano state sufficienti a scatenare la passione che aveva animato quel gioco sessuale che ora gli pareva mortale. Le aveva pure steso il lenzuolo di seta rossa e aveva acceso le candele profumate che avevano proiettato sull’armadio bianco le ombre dei loro corpi appiccicati l’uno all’altro. La notte era stata lunga e impegnativa ma di una soddisfazione senza precedenti. Non aveva mai avuto prima un rapporto di quel livello, a proprio giudizio elevatissimo. Una macchina da sesso che lo aveva estasiato. Che gli aveva dato la sensazione di interpretare un film in cui l’ardente desiderio aveva permesso di fare della realtà l’essenza stessa della cinematografia. L’Oscar della protagonista sarebbe certamente toccato a quella donna che si era impossessata del primo posto nella speciale classifica sulle partner che si erano avvicendate nel suo letto. Un primato che non veniva intaccato da anni, da quando aveva chiuso la storia con la donna che, nel bene e nel male, con i tanti difetti e le riconosciute qualità, gli aveva permesso di diventare uomo. Una relazione che aveva innescato l’eruzione di un vulcano quiescente spingendo l’ago della bilancia dal romanticismo estremo della giovane età all’illuminismo venato di verismo della maturità. Il turpiloquio, che da qualche tempo lo ispirava tanto, quella notte si era rivelato un’ulteriore freccia all’arco della donna che possedeva la capacità di farlo eccitare come un mandingo. Più lo incitava a spingere mentre la prendeva da dietro, più sentiva il suo membro esplosivo e carico, più il cuore pompava sangue dandogli la forza di non fermarsi. Era stata lei a dire basta perché sfinita, strapazzata e sfatta a causa di quella pluriorgasmicità che, superato un certo limite, perdeva i crismi della qualità per diventare quasi un difetto che la metteva ko. Lui, però, aveva il pene in tensione, tanta voglia e nessuna intenzione di smettere. Pertanto le aveva concesso solo un momento di tregua. Si era steso sopra di lei e, insinuandosi tra le gambe, aveva cominciato a ripercuoterla facendola venire nuovamente a ripetizione. Non era facile resistere a quello spettacolo che non deliziava solo occhi e orecchie. Ma si era controllato perché quello show era incommensurabile e per nulla al mondo vi avrebbe posto fine. Sentirla venire in quel modo e ammirarne il volto illuminato era qualcosa di strepitoso che avrebbe voluto far durare in eterno. Per l’ennesima volta gli aveva chiesto una pausa e si era girata a pancia in giù sul letto, la testa color oro poggiata sul braccio destro leggermente piegato e adagiato sul cuscino. Quello sinistro era rilassato lungo il corpo magro e statuario, bianco come il latte che certamente era sgorgato ma non copioso da quel seno appena abbozzato. Era rimasto a guardarla per qualche minuto, deliziato da quanto aveva vissuto fino a quel momento. Con il proprio alter ego in erezione che accarezzava di tanto in tanto, era intento a studiare in quale modo scoparla ancora. Le aveva chiesto di salire sopra e non si era fatta pregare di fronte a quell’asta voluttuosa pronta a farla godere nuovamente. Vi aveva saltellato come una cavallerizza dopo averlo gustato con profondo desiderio. Aveva cavalcato con foga quel membro che non trovava alcun ostacolo a ripercorrere la strada che l’avrebbe nuovamente condotta all’estasi. Dopo aver attraversato immense praterie verdeggianti ricche di rivoli sfavillanti e colori brillanti, si era girata di spalle e, abbandonandosi a un rapporto anale, si era adagiata sul petto di lui che continuava a possederla con una vigoria di cui egli stesso era meravigliato. Segno evidente che l’intesa mentale rappresenta un additivo chimico senza eguali. Mentre la scopava l’aveva abbracciata per farle sentire la presa vigorosa che le dava certezze. E con la mano destra si era dedicato al clitoride, un mix sapiente e libidinoso a cui la donna non riusciva a resistere, esplodendo di continuo. «Senti la tua troia come viene» ripeteva senza soluzione di continuità mentre lui continuava a incitarla a venire per godere di quello spettacolo strabiliante al quale gli sembrava di assistere nonostante ne fosse il protagonista. «Il tuo padrone porco ti vuole così, troia. Dai continua a godere, fai felice chi ti scopa con tanta voglia e passione» le urlava continuando col rapporto anale finché, dopo l’ennesima venuta, non si era arresa alla stanchezza adagiandosi nuovamente sul letto. La radiosveglia sul comodino segnava le quattro. In lontananza si udivano i rintocchi delle campane di qualche chiesa che squarciavano il silenzio della notte. Forse era il caso di arrendersi nonostante avesse ancora voglia di continuare. Una volta un collega che faceva il volontario alla Caritas gli raccontò dei tanti homeless che arrivavano alla mensa. Erano così affamati e spaventati da quello che la vita avrebbe potuto non dare loro il giorno dopo che divoravano tutto quello che potevano. Pareva che fossero in grado di conservare in chissà quale anfratto del loro corpo una parte del cibo divorato che poi avrebbe sprigionato l’energia al bisogno. E se potevano arraffare qualche scatoletta da usare come preziosa scorta futura non esitavano a metterla in tasca. Quella notte ebbe esattamente la stessa impressione. Lui stesso se ne meravigliò dato che il sesso era una preziosa quanto continua e deliziosa costante della sua vita. Evidentemente quella era un’occasione speciale che sentiva di doversi godere senza risparmio alcuno, si era ripetuto, quasi a giustificarsi, mentre andava in bagno per darsi una rinfrescata. Poi era tornato in camera e, dopo aver girato la donna, molto restia a proseguire, l’aveva presa nuovamente con la stessa foga di qualche minuto prima. Aveva ricominciato a partire nel suo volo verso l’estasi e, dopo un po’, l’aveva seguita riempiendola. Erano rimasti l’uno dentro l’altra per alcuni interminabili minuti, muti, con le bocche attaccate intenzionate a non farsi sfuggire alcun attimo di quella passione che li aveva travolti. Si erano guardati negli occhi con una notevole soddisfazione che non era stato necessario manifestare, tanto era evidente. Poco dopo, il sonno li aveva vinti e lei si era addormentata tra le sue braccia. «Riesci a contattare questa donna?» gli chiese il medico distogliendolo dai pensieri peccaminosi a cui si era abbandonato. Ricordi che gli avevano procurato un’erezione nonostante la paura che lo possedeva, a dimostrazione dell’indissolubilità del connubio Eros-Thanatos. L’evidente eccitazione lo avrebbe certamente messo in imbarazzo se a nasconderla non ci fosse stata la scrivania bianca, piena di medicine, che lo teneva separato dall’interlocutore. «Ho il numero di telefono, ma cosa le debbo chiedere?» domandò spaesato; della donna sapeva quel poco che gli aveva raccontato, senza alcuna prova che fosse tutto vero. Gli aveva detto che si chiamava Mery, che era di Modena e che era una donatrice, ma il libretto dell’Avis non lo aveva visto. E non aveva visto né chiesto le analisi del sangue, come pure faceva spesso mostrando le proprie con i valori in ordine. «Vista la situazione, devo inviarti immediatamente al Reparto di malattie infettive per la profilassi post-esposizione» gli disse il medico. «In che cosa consiste?» gli chiese Saru. «È un trattamento che dura un mese e richiede l’assunzione degli stessi farmaci prescritti ai soggetti sieropositivi» gli spiegò il dottore. «Gli stessi farmaci? Ma non sono mica malato! Ho qualche timore, ma nulla più» cominciò a preoccuparsi il cronista. L’idea di assumere quelle medicine con i conseguenti e probabili effetti collaterali pesanti che ne potevano derivare non gli andava giù. Sapeva che non stavano parlando di una cura per il raffreddore perché aveva avuto modo di realizzare un servizio sull’argomento. In quel momento cominciò ad avere più paura della profilassi che della malattia. Respirò a lungo, cercando di allontanare la tensione e dare spazio alla sua razionalità. Non era facile. Sentiva il sudore grondare copiosamente lungo la schiena. Aveva ormai la camicia madida.
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