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9Ventimiglia, autunno 2005 Alla nove del mattino Ruggero Balbo e Lidia Bonfanti erano seduti davanti agli occhi gonfi di sonno del commissario Scichilone, cupo come una notte senza stelle. L’uomo, chiuso dentro un tre bottoni grigio fumo, continuava ad aggiustarsi l’impeccabile nodo a mandolino della cravatta Hermès, che lo serrava alla gola come un cappio. Il viso asciutto, privo di rughe, perfettamente sbarbato, era ferito da labbra sottili ed occhi piccoli, mentre il naso esile dilatava leggermente le narici ad ogni inspirazione, come le branchie di un pesce in un acquario, di cui Balbo aveva assunto la stessa espressione attonita, quasi non capisse perché si trovava in un ufficio di polizia. Le mani scheletriche erano incrociate sul ginocchio della gamba destra che era elegantemente

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