Capitolo 2 – Una scoperta rivoluzionaria

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Capitolo 2 – Una scoperta rivoluzionariaIl primo passo per il successo della sua teoria era stata l’invenzione di una proteina capace di accelerare e controllare la riproduzione cellulare. Le cellule tumorali parevano avere parecchia somiglianza con quelle dell’embrione, a cominciare dallo stesso ciclo rapido di divisione. Lavorando sulla loro proliferazione, Mc Strane aveva scoperto il meccanismo che causava le mutazioni cancerogene. E, intervenendo con la sua proteina prima della moltiplicazione cellulare neoplastica, era riuscito a controllare lo sviluppo sano delle cellule. Quella proteina si era dimostrata capace di inviare alle cellule segnali specifici, di volta in volta decisi dal genetista che così ne dirigeva l’attività. Con quella scoperta, Mc Strane era riuscito a bloccare il male per eccellenza, e questo avrebbe potuto valergli il premio Nobel. Di fatto, aveva raggiunto il suo scopo, quello per cui tanto aveva lavorato subito dopo la morte prematura di sua madre. Ma giunto a quel punto, lo scienziato voleva ancora di più, animato com’era dalla sensazione di onnipotenza che i risultati dei suoi studi avevano contribuito dapprima a far crescere e poi a far degenerare. Non si accontentava più di salvare un uomo, Mc Strane pretendeva di crearlo. Per questo la scoperta dell’innovativa proteina era stata tenuta nascosta. Con il suo assenso, gli investitori avevano deciso di renderla pubblica solo se la clonazione, che era ormai l’obiettivo principale, non fosse andata in porto. Per dare vita al suo ingegnoso cavallo di Troia, era partito dalla normale funzione della proteina, creando una sorta di sintesi degli efficienti sistemi enzimatici di riparazione che, solitamente, nelle mutazioni genetiche staccano le basi alterate sostituendole con quelle giuste. Pertanto, messa sotto controllo la proliferazione, si era concentrato sul differenziamento che permetteva di formare i vari organi del nascituro. Ma, neutralizzando la sostanza enzimatica subito dopo la proliferazione, le cellule non erano più sotto il controllo del manipolatore e di conseguenza si comportavano liberamente, autodeterminandosi. Con la sua proteina, Mc Strane aveva risolto pure questo problema. Dopo aver capito ciò che gli serviva per la clonazione, aveva preteso ricerche mirate dai propri collaboratori e gli era bastato mettere assieme i risultati raggiunti per conseguire il risultato finale. Per mettere in moto il meccanismo servivano una cellula uovo e il Dna estratto da un bimbo appena nato, ma entrambi i donatori dovevano avere il gruppo sanguigno zero negativo. Unendo la proteina con una sola molecola di quel codice genetico veniva fuori una sostanza capace di controllare tutti i caratteri di un organismo. Fino a quel momento, però, l’equipe messa in piedi da Mc Strane non era riuscita a ottenere buoni risultati perché erano mancati i donatori in grado di soddisfare quei requisiti fondamentali. Nonostante i cospicui fondi a disposizione, la perfetta macchina da ricerca della Healthness era stata costretta a rallentare la propria corsa e ora era impegnata a bypassare anche quegli ostacoli. In attesa che le condizioni ideali si materializzassero, Mc Strane aveva risolto il problema etico e legale che certamente sarebbe derivato dall’uso di un utero in affitto. Impiantare una cellula uovo fecondata artificialmente nell’utero di una donna avrebbe sollevato infinite critiche. C’era da credere che il progetto si sarebbe trovato contro movimenti d’opinione, riviste scientifiche, ambienti accademici ed ecclesiastici. Ed era altrettanto facile supporre che di fronte a tanto clamore si sarebbero mossi pure i più importanti studi legali d’America. I principi del foro avrebbero cercato in tutti i modi di convincere la donatrice a denunciare lo sfruttamento del proprio corpo. Logico, a quel punto, attendersi una causa miliardaria col rischio di mettere in difficoltà la clinica mandando in fumo i suoi ricchissimi progetti. Fu così che in soccorso di Mc Strane giunse un suo vecchio compagno di studi che aveva inventato una sorta di utero artificiale. Una speciale incubatrice in cui far crescere l’embrione come se fosse nel grembo di una donna. Quell’anno accademico doveva essere stato molto fertile se due studenti dello stesso corso si erano dimostrati capaci di invenzioni di portata così rilevante. Il cuore della macchina era una membrana molto sofisticata, costruita con un lattice particolare, che fungeva da placenta. Un cordone ombelicale artificiale collegato all’esterno svolgeva la funzione dei villi coriali. Erano questi ultimi a permettere l’alimentazione dell’embrione nelle prime fasi del suo sviluppo. Per garantire l’elasticità necessaria, l’organo era stato studiato per restare sospeso, reggendo il peso del feto e del liquido amniotico nel quale cresceva. Le sostanze nutritive necessarie venivano immesse attraverso un dosatore elettronico di altissima precisione: il cervello elettronico seguiva una tabella nutrizionale ben precisa e monitorava costantemente le funzioni vitali del feto, fornendo al dosatore gli input per l’alimentazione. Tecnicamente era tutto pronto, serviva solo l’occasione propizia.
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