Capitolo 2

1409 Parole
Capitolo 2“Pronto, cara...”. “Potevi anche farti vivo prima...”. Scene consuete nel teatrino di casa Vitale che si possono immaginare, conoscendo certi umori della moglie. Non appena il marito si assentava per qualche tempo, Marisa diventava apprensiva. C’era pure da capirla, alle prese con un consorte che non sai mai quando rientra e soprattutto dove va. Il dove era poi una specie di inviolabile segreto. Mai e poi il maresciallo si sarebbe lasciato sfuggire anche il minimo particolare sulle sue uscite in divisa. Erano riservatezze che superavano talvolta i confini di vere e proprie reticenze. La verità era che, nonostante anni di matrimonio, Marisa non aveva mai accettato fino in fondo il ruolo di donna tutta focolare e devozione. Non che avesse, beninteso, grilli per la testa o qualcosa da nascondere. Semplicemente si aspettava maggiori attenzioni da parte del marito. In fondo, a lui aveva dedicato la propria esistenza, accettando situazioni talvolta non del tutto gradite. Quando Sebastiano le chiese di sposarlo ciò implicava che lei dovesse lasciare l’impiego a cui teneva presso uno studio legale di Torino; anche se costava qualche sacrificio, come trascorrere dal lunedì al venerdì in una camera ammobiliata presa in affitto da una signora, segnalata dal prete, originaria dell’astigiano. Il fatto che potesse parlare con la padrona di casa pronunciando senza infingimenti la natia inflessione dialettale le era di conforto; poteva in tal modo liberarsi dalle costrizioni che si era imposta. S’era in sostanza fatta il complesso della paculina, femminile di pacu, termine spregiativo che i torinesi – e soprattutto le torinesi con la puzza sotto il naso – elargivano nei confronti di chi veniva dalla provincia. Ridicolo. Oggigiorno la capitale sabauda è diventata un porto di mare frequentato da chissà quante nazionalità. Non di meno, fino agli anni Ottanta, quella era la regola da accettare per qualsiasi brava ragazza di campagna che volesse trovare lavoro in città. Sotto questo aspetto, Sebastiano era diverso da lei. Almeno per un certo periodo non gliene importò un fico secco delle sue origini; anche perché fra colleghi abbondavano gli accenti tipici che ricorrono dal centro Italia in giù. In certi ambienti della mala era perfino utile esprimersi in ‘meridionalese’, soprattutto dalle parti di Porta Palazzo dove fioriva la prostituzione e il contrabbando di sigarette. A dispetto delle vaghe indicazioni del navigatore satellitare, i due carabinieri arrivarono a Capriano. Erano del resto attesi, soprattutto il maresciallo. A dire il vero la presenza del sottufficiale in stazione provocò un senso di sollievo. Vedendo le facce, Vitale non solo se ne rese conto, ma rafforzò la sua convinzione – formatasi fin dalla telefonata del colonnello – che qualcosa di una certa gravità in quella remota postazione dell’Arma era successo. Il comandante era stato trasferito, il suo posto era stato provvisoriamente assunto dal brigadiere Altiero Manno. “Maresciallo, agli ordini...”. Vitale allungò una mano flaccida, come se avesse voluto stare sulle sue. “Presento gli appuntati Sinopoli e Severin...”. Si udirono battiti di tacchi. “Comodi, comodi...”. L’esordio era quanto di meno entusiasmante si potesse immaginare. Sebastiano si guardò attorno: soffitti con ragnatele svolazzanti, pavimenti che non brillavano per lucentezza, pareti spoglie. L’ambiente dava una vaga sensazione di abbandono. Vabbé, non tutte le sedi dell’Arma da lui viste emanavano prorompente gioia di vivere. “Maresciallo, questo è il suo ufficio, a meno che non voglia trasferirsi in un’altra stanza...”. Come mobilio, Vitale non si aspettava niente di tanto diverso: scrivania, sedie e armadio di legno chiaro, telefono non ultimissimo modello; e fin qui... Decisamente deludente quel che si vedeva dai vetri della finestra: una specie di recinto dove non batteva il sole. Prese posto, dopo aver attaccato giubba e cappello rigido all’appendiabiti. Si diede un colpetto alla fronte; cercò affannosamente nelle tasche: “Porc... Adesso me le sento...”. Esaurito il suo compito, il brigadiere si allontanò. “Con suo comodo, le riferirò...”. Sebastiano non lo stette a sentire. Pigiò sul cellulare. Dall’altro capo rispose la moglie. L’esordio era prevedibile. Per frenare l’irruenza, cercò di mettere le mani avanti: “Altro che località vicina, altro che non deve neanche muoversi dai confini regionali... M’ero perfino fatta l’idea di poter fare il pendolare, dormire a casa...”. Marisa si calmò. Riprese il tono di moglie premurosa: “Come ti trovi? Sei al caldo, hai mangiato... Come sei sistemato...”. “Ancora non lo so. Non mi pare che qui ci sia l’alloggio per il maresciallo. Adesso non posso trattenermi. Ti farò sapere...”. “Ma almeno...”. Troppo tardi, la telefonata s’era interrotta. Vitale adocchiò quello che gli sembrò un interfono. “Dica maresciallo, ha bisogno?”. Manno si fece nuovamente vivo. “Immagino voglia vedere il suo alloggiamento. Non si trova qui, abbiamo dovuto ricorrere a una sistemazione di fortuna; non proprio a due passi, ma accogliente”. “E dove, di grazia”. “A Selvino, una frazione poco più avanti”. A Vitale venne un brivido improvviso, poi aggiunse: “C’è almeno il riscaldamento?”. Prima ancora di occuparsi del delitto, il maresciallo s’era insediato nella sua dimora: due vani discretamente ammobiliati, terrazzo con vista sui colli, dintorni con campanile e quattro case in croce. La stanza da letto era ampia; avrebbe potuto starci anche Marisa, almeno per qualche giorno. Ma non era il caso di proporglielo. In quei momenti la sua testa era a località Ciabotti, la borgata che aveva il privilegio di ospitare la casetta ristrutturata fra le vigne. Magari in seguito, con calma e tanta vaselina, giusto per smussare gli angoli... L’autista portò in casa il bagaglio: un borsone riempito la sera prima dalla solerte consorte. L’auto fece dietrofront, Toscanelli rientrò. Sebastiano seguì la macchina mentre si allontanava. Si sentì improvvisamente solo. Sistemò la biancheria nei cassetti e si buttò sul letto, non prima di averne saggiato la morbidezza. Era digiuno. E meno male che il suo stomaco se ne stava tranquillo. Aprì la portafinestra del terrazzo. Appoggiò le mani sul parapetto e si guardò intorno. Il piccolo agglomerato sembrava disabitato, non fosse stato per il trattore che arrancava trascinando un carro agricolo. Oltre alla trattoria, Vitale aveva adocchiato un albergo. Strano che non l’avessero sistemato lì. Un altro piccolo mistero che si aggiungeva a un particolare che solamente uno con fiuto di segugio poteva notare. Fra le poche parole scambiate con Manno subito dopo essere arrivato, Vitale buttò li. “Venendo qua, ho visto un albergo che sembra promettere bene. Come si sta?”. Il brigadiere sembrò voler glissare. Sul fatto non era però il caso di strologare più di tanto. Si diede una mossa. Decise di scendere per parlare con qualcuno, ammesso l’avesse trovato, magari col prete. Illusione: portale della chiesa sbarrato, nessuno in giro. Il poco sole apparso nel primo pomeriggio sembrava impaziente di sparire oltre l’orizzonte; gli ultimi raggi si stemperavano nei solchi dei campi. L’aria odorava di fumo. Ci fu un gracchiare di corvi. Provate a immaginare uno che si trova in un letto che non è il suo, in una casa non spiacevole ma sconosciuta, in una località che prima manco sapeva che esistesse. Aggiungete tutti questi ingredienti alla proverbiale insonnia di Sebastiano, la stessa che lo faceva rigirare a lungo prima di chiudere occhio; a differenza di Marisa che, non appena coricata, non la svegliavano nemmeno le cannonate; si fa per dire... Beh, potete farvi un’idea della prima notte trascorsa nella sistemazione rimediata dal Comando Regionale (e chi pensa che di mezzo ci fosse il colonnello Impostato non sbaglia). Ma l’albergo non sarebbe stato meglio, soprattutto più pratico? In teoria sì, in pratica no a causa – come giustificativo – delle camere occupate da una numerosa clientela costituita al novanta per cento di cacciatori, cercatori di trifole e funghi tardivi. Se non altro, il maresciallo poteva farsene una ragione. E poi, la necessità di trovare su due piedi un comandante di stazione in grado di sostituirne un altro era urgente oltre che imprevista. D’accordo, ma per quali motivi il maresciallo di prima aveva dovuto andarsene in quattro e quattr’otto lasciando sguarnita la sua postazione, al punto da essere rimpiazzato in tutta fretta da un sottufficiale che se ne stava beato e tranquillo dalle sue parti... Come facile rendersi conto, di materia poco adatta a conciliare il sonno Sebastiano ne aveva in abbondanza. Le ore notturne sembravano non voler passare, il tictac della sveglia era in certi momenti coperto da rintocchi di campane e rumori improvvisi, forse provenienti dal mobilio che reagiva all’umidità della notte. Ma alla fine accadde: il sonno arrivò, improvvisamente, quasi a tradimento. E meno male, si potrebbe dire. Beh, fino a un certo punto. Le veglie di Sebastiano non erano mai inutili. Al buio della stanza era capace di rivedere come in un film personaggi e circostanze. Nella sua ideale moviola passavano al rallentatore volti, atteggiamenti, echi di parole che dovevano essere interpretate nella giusta maniera. In certi punti la sua esigente regia diceva stop, più avanti, indietro...; fino al momento in cui il tal fatto quadrava, si incastrava secondo una visione fatta di eccezionali intuizioni, talvolta più dovute alla fortuna che alle capacità deduttive.
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