Yeon Ho.

1071 Parole
Beep! Beep! Beep! La mia sveglia incominciò a suonare come se non ci fosse un domani. Aprii per metà un occhio, non staccando minimamente la faccia, spalmata, dal cuscino, per vedere che ora fosse:> esclamai , più che altro, tra me e me. Uscii dal letto con i vestiti della sera prima. Avevo un mal di testa che mi rimbombava, talmente forte, tanto da non riuscire bene a tenermi in piedi. Mi lavai la faccia con l'acqua gelida, grazie al mio coinquilino che aveva ben pensato di utilizzare tutta la riserva dello scaldabagno. Alzai la testa e mi guardai allo specchio. I miei capelli, castano scuro, non avevano nessuna intenzione di collaborare così, per mancanza di tempo, optai per mettermi un cappellino nero con visiera che avevo riempito di spille dei miei gruppi punk preferiti. Avevo le occhiaie fino a terra e i miei occhi verdi sembravano due lampade da biliardo. Facevo davvero schifo! Mi infilai il mio chiodo in pelle borchiato che avevo da quando ero in terza superiore, misi gli anfibi, non curante dell'odore di whisky che emanavo a causa dei bagordi della sera prima e inforcai, sotto braccio, il mio inseparabile basso Gibson nero e cromato. Uscii di corsa sbattendo la porta dietro di me, con in sottofondo le urla di disappunto del mio coinquilino. Arrivato in stazione, realizzai che, da oggi, erano iniziate le vacanze estive e, all'università, non c'era, praticamente, anima viva. Così decisi di chiamare i miei amici e fare un salto a Shibuya per fare qualche prova in saletta per il concerto che si sarebbe tenuto al FESTIVAL DELLA MUSICA al parco Yoyogi. Eravamo una piccola band di "nicchia", miracolosamente, ingaggiata per far da gruppo spalla a una delle grosse band che si sarebbero dovute esibire al FESTIVAL. Se le cose fossero andate bene, avremmo avuto i nostri '15 minuti di gloria sul palco e avremmo potuto suonare il nostro nuovo inedito davanti a tantissima gente. Arrivato alla stazione di Shibuya, ad aspettarmi c'erano i miei amici, nonché componenti della nostra band. Lo spilungone "Ed"(così voleva essere chiamato per far colpo sulle ragazze)il nostro chitarrista, alto 198 cm ma secco come un ramoscello nel deserto, ossigenato e con una collezione di piercing e catene sparse qui e li nel suo corpo; Shota, il nostro frontman, rasato ai lati e con una cresta che avrebbe fatto impallidire ogni ragazzino che incontrava per strada ma, chissà per quale motivo, era adorato dalle nonnette forse per la sua gentilezza e il suo sorriso disarmante, totalmente in contrasto col suo look. Lui, qualsiasi tempo ci fosse, neve o pioggia, girava indossando canottiere stravaganti e gonne di dubbio gusto, apparentemente, rubate al mercatino delle pulci; infine, ma non per importanza, c'era Fujiko, la nostra batterista e ragazza di Shota da quando stavano alle medie. Lei è una ragazza solare, tosta ed estroversa, senza peli sulla lingua e motivatrice del gruppo nei momenti di sconforto. Fujiko mi venne incontro urlando, come se ci fosse solo lei e nessun altro, in stazione:>. Ed si stava girando una delle tante sigarette che, da lì ad un paio d'ore, si sarebbe fumato. Shota ci raggiunse e, prendendo per la vita Fujiko, le sussurrò all'orecchio qualcosa di, sicuramente, irripetibile ad alta voce. Erano sempre eccitati quei due. Fujiko gli stampó un bacio sulle labbra e lo trascinó fuori dalla stazione. Io ed Ed li seguimmo. Appena saliti in superficie, ci trovammo nel solito caos devastante di Shibuya. Avevo ancora forti i postumi della sbornia così proposi, ai ragazzi, di fermarci in uno dei tanti 7eleven della città per mangiare qualcosa prima delle prove. In meno di 4 minuti, avevo una ciotola fumante di udon istantanei, davanti a me. Aprii e mi scolai una lattina di cola ghiacciata. I miei amici non ebbero neanche il tempo di pagare che io mi ero già rifocillato. Mentre ci stavamo dirigendo verso il palazzo dove avremmo suonato, sentii qualcosa sbattere forte contro il mio petto. Abbassai lo sguardo per capire cosa stesse succedendo e, per un momento, mi imbattei in due grandi occhioni nocciola con qualche striatura di giallo e delle ciglia lunghe ricurve, nascosti da un garbuglio di capelli castano dorato raccolti in un buffo chignon e incorniciati da dei cuffioni giganteschi rispetto al viso di questa ragazza dall'aria familiare. Non ebbi neanche il tempo di chiederle se stesse bene che fui sorpassato da una Fujiko allegra e saltellante che le andò incontro, salutandola. > urlò, come sempre, la nostra batterista ribelle. Capii, dove avessi già visto quel visino, dannatamente, innocente e magnetico al tempo stesso. La osservai, studiando la sua figura dalla testa ai piedi. Era così minuta ed esile che ti veniva voglia di abbracciarla e proteggerla. Timidamente e in maniera goffa, ci fece un impercettibile saluto con la mano poi, come se fosse una farfalla intrappolata in un barattolo di vetro, cercò di oltrepassarci per dileguarsi tra la folla. Fujiko, reagendo ad una mia leggera gomitata sul suo braccio, la fermò in tempo per chiederle il numero di telefono così da poterci rincontrare. Cazzo! Ero davvero grato di avere come amici la mia band, ci capivamo, anche solo, con uno sguardo. Arrivati in sala di registrazione, non riuscivo a togliermi quello sguardo dalla testa. Iniziai ad improvvisare un giro di basso che si intensificava e prendeva sempre più consistenza ad ogni piccola immagine di lei che mi appariva in mente. Fujiko, Ed e Shota iniziarono a venirmi dietro improvvisando una canzone che, onestamente, trasudava sesso da tutte le parti. Eravamo infogatissimi e, totalmente, presi dal flow che, alla fine del brano, ci guardammo tutti e quattro negli occhi fieri della nostra nuova piccola creatura. Chiamammo la canzone HER. Usciti dalla sala, il sole era appena tramontato e nel cielo di Shibuya si riflettevano tutte le illuminazioni dei maxi schermi pubblicitari, dei grattacieli e delle varie luci della città. Preso da un momento di euforia, invitai a bere con me i miei amici. Ci fermammo in un chioschetto lungo la strada e ordinammo quattro bottiglie di soju e quattro birre all'unisono. Mandammo giù i primi bicchieri di soju e birra insieme, come fossero acqua. Chiesi, schiettamente, a Fujiko di darmi il numero di telefono di Kyoko. Lei, con un piccolo grido di entusiasmo e una mossa esilarante, col braccio piegato e il pugno chiuso, in segno di vittoria, me lo diede avvertendomi di andarci piano.
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