Kyoko.

1178 Parole
L' aria qui a Shibuya è parecchio umida stasera. Il pensiero che sono iniziate le vacanze estive mi provoca un non so che di malinconico e rassicurante. Posso, finalmente, star un po' sola con i miei pensieri e vagare, con più leggerezza, per la città, i parchi e i caffè letterari che tanto adoro. Non mi aspetto nulla da nessuno e nessuno pretende nulla da me. Me la sono, sempre, cavata da sola dalla morte dei miei genitori quando avevo appena 8 anni e son stata catapultata in una vita che non mi apparteneva, così, dall'oggi al domani. Flashback: 11 anni fa. > strillava papà, contento, dal piano di sotto:>. Mamma armeggiava in cucina con borse frigo, merende preparate dalla mattina presto, la sua famosa spremuta di agrumi messa in un thermos per mantenere la sua freschezza durante tutta la giornata. Nella mia camera da letto arrivava un profumo celestiale di piatti deliziosi; la mamma sapeva come farmi correre subito giù da loro. Preparai il mio zainetto e ci misi dentro la mia borraccia, il mio lettore musicale con le cuffie e il mio amico peluchioso, Kyky, un piccolo triceratopo di pezza azzurro tenue che non poteva, assolutamente, mancare durante le nostre gite di famiglia. Scesi al piano di sotto e vidi mamma che abbracciava papà guardandolo con tantissimo amore negli occhi. Eravamo felicissimi ed elettrizzati all'idea di partire lontano dalla città per fare un picnic a regola d'arte tutti insieme. Papà caricò il bagagliaio della nostra auto con borse, frigo da campeggio, una tenda, nel caso decidessimo di passare la notte fuori all'aria aperta. La mamma controllò di non aver scordato nulla dentro casa prima di attivare l'allarme e chiudere tutto. Io ero, davvero, impaziente di partire e aspettavo, buona buona, seduta nel sedile posteriore della nostra auto con, già, la cintura di sicurezza inserita. Finalmente, papà e mamma si misero in macchina e partimmo. Solitamente, papà, non ci diceva mai dove ci voleva portare; adorava farci sorprese. Ci mettemmo in viaggio. La strada era lunga e io decisi di mettermi le cuffie e ascoltare la mia musica preferita, osservando il paesaggio cambiare dal finestrino dell'auto in movimento. Prendemmo una strada panoramica ,meravigliosa. Continuavo a immaginare di essere un uccellino che, spensierato, si librava nell'aria. Aprii il finestrino per assaporare la brezza che proveniva da fuori. Oh, mamma mia, quanto era buono l'odore dei boschi! Papà e mamma chiacchieravano nei sedili anteriori della macchina con mamma che scherzava come una ragazzina con papà, armeggiando con i tasti dello stereo della macchina, per trovare la canzone perfetta. Delle nuvole plumbee coprirono, in pochissimo tempo, il sole che, fino ad allora, ci aveva regalato un bel tepore primaverile. In meno di mezz'ora, inizio a piovere. La pioggia batteva sempre più forte nei finestrini dell' auto. Papà attivò i tergicristalli che scacciavano, freneticamente e senza sosta, la pioggia che si intensificò sempre di più. Iniziarono i tornanti e la strada si fece sempre più stretta, incorniciata da un grande bosco di conifere verdeggianti e dall'altezza indefinita. I miei genitori, sereni come al solito, si mandavano baci e facevano smorfie buffe, guardandomi dallo specchietto retrovisore. Improvvisamente, un forte bagliore seguito da un boato potentissimo, accecò e prese alla sprovvista mio padre che ,con tutto se stesso, cercò, invano, di non perdere il controllo della macchina. Un frenetico stridio di gomme sull'asfalto e poi uno sballottamento, impressionante, mi fece perdere i sensi. Piccola! Apri gli occhi dai! >>sentii delle voci ovattate e sconosciute che cercavano, disperatamente, di raggiungermi. Ricordo di aver aperto gli occhi ed essermi sentita intontita come dopo una lunghissima dormita. La testa mi doleva in una maniera lancinante. Non riuscivo a mettere a fuoco ciò che mi circondava e i suoni, i rumori di lamiere che venivano tagliate intorno a me, parevano provenire da sotto un cuscino. Un sapore di ferro, pervase subito la mia bocca. Cercai di capire cosa mi stava accadendo ma, un secondo dopo aver sentito delle braccia liberarmi dalla cintura di sicurezza e afferrarmi, svenni. Ripresi conoscenza. Ero in una corsia d'ospedale. Che ci facevo lì? Dov'erano mamma e papà? Mentre sentivo salire le lacrime agli occhi, mi si presentò la faccia di quella che, sicuramente, era una dottoressa dai capelli ricci e rossi, raccolti in uno chignon spettinato, dagli occhi grandi e verdi come le foglie di quegli alberi che, fino a poco tempo prima, stavo ammirando dal sedile della mia macchina. La dottoressa mi fece un flebile e amorevole sorriso: >. Ignara di tutto, pensai: >. La dottoressa me lo porse cercando di mantenere un sorriso dolce e incoraggiante. Non aveva ancora risposto alle mie domande. Mi sentii così stanca che non ripetei nulla, mi limitai a chiudere gli occhi e caddi in un sonno profondo. Fine flashback. Camminando per le strade di Shibuya, vidi moltissime locandine affisse nelle vetrine dei bar, locande e negozi vari. C'era scritto in grande: "FESTIVAL DELLA MUSICA" e sotto continuava con: "Il Festival si concluderà con uno spettacolo pirotecnico, gentilmente, offerto dal nostro sindaco il 14 luglio alle ore 23:59". Ero da un po' che non mi concedevo un momento di svago da quando iniziai l'università di Arti Musicali e Emozioni Sonore. Decisi che ci avrei fatto un salto. Passai in rassegna nella mia mente, i nomi dei miei colleghi che avrei potuto invitare o con i quali sarei potuta andare e, accidenti, mi resi conto di quanto mi fossi chiusa in una bolla fatta di lezioni, concentrazione, studio ed esami. Mi venne un forte momento di sconforto. Io ci provavo da ben 11 anni a reagire a ciò che la vita mi aveva serbato. Credevo di aver tutto ciò di cui necessitassi ma non era così. Distrattamente, camminando con la testa per aria e le cuffie che riproducevano uno dei miei brani preferiti dei BTS, andai a sbattere contro un gruppo di ragazzi dall'aria familiare. Erano miei colleghi del corso di Arti Creative. Una di loro mi fece un sorriso gigante e mi abbracciò calorosamente:> trillò. Io sorrisi di rimando e salutai con un piccolo cenno della mano, totalmente in imbarazzo. Non ricordavo neanche il suo nome. Lei mi guardò con aria comprensiva: > Cavoli, possibile che fossi così tanto asociale da non rendermene conto?! Mi scusai e cercai di divincolarmi dal gruppo. Prima che riuscissi a scappare, Fujiko mi chiese se mi facesse piacere scambiarci i numeri di telefono, così da poterci incontrare ancora. Ehi! Era davvero estroversa e questo, in qualche modo, mi metteva a mio agio. Così accettai e, in men che non si dica, trovai una di quelle che poi, divennero una dei miei pochi ma ottimi amici.
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